Teoria delle nuvole

È tutta e solo questione di nubi, l’atmosfera al viennese Leopold Museum. Colpa del loro bizzarro espressionismo di natura, se l’arte se n’è appropriata. Fascinazione di essenze impalpabili. Nulla di nuovo: nella mitologia antica non era forse un evento, spesso risolutivo, quell’improvviso addensarsi di vapore acqueo intorno a dei ed eroi?

Cory Arcangel, Super Mario/Nintendo – collezio privata, Salisburgo - courtesy Thaddaeus Ropac, Salisburgo

Si chiama Wolken, ovvero ‘nuvole’: plurale di un lemma spesso ricorrente. E reca una postilla come Mondo dell’effimero. È il titolo della foltissima antologia figurale sul tema, dal Romanticismo alla cultura pop, allestita al Leopold Museum di Vienna, una delle sedi espositive alloggiate nel Museums Quartier. La mostra include soprattutto pittura e fotografia con nomi importanti quali William Turner e Caspar David Friedrich, Claude Monet, Paul Cézanne, Vincent van Gogh, René Magritte, Ansel Adams, Anselm Kiefer ecc. Non manca però qualche installazione, come la ricostruzione di un ludico apparato mobile di Andy Warhol; o come il dispositivo interattivo del collettivo italiano Studio ++, un’opera costruita mediante tablet Galaxy e incentrata sulla visione in tempo reale delle differenti condizioni meteo su innumerevoli luoghi del pianeta; sicché, al tempo stesso, le immagini si offrono come oggetto di godimento estetico. Wolken: tema tutt’altro che frivolo, anzi, ghiotto e ricco di promesse.
Certo, si fa presto a dire “nuvole”. È semplice tanto quanto è complesso, nell’arte, il mondo che esse stanno lì ad annunciare o a evocare. Negli Anni Settanta del secolo scorso è il filosofo e semiotico della pittura Hubert Damisch a porre l’accento sulla questione, conducendo un’indagine sulla loro funzione pittorica nel susseguirsi delle epoche storico-artistiche, da Giotto a Cézanne: elementi di raccordo – o separazione – tra naturale e sovrannaturale, tra mondano e divino, tra realtà e trascendenza; ossimori quanto mai dotati di senso. Non per nulla è diventato un classico della letteratura estetologica questo saggio intitolato Théorie du nuage: pour une histoire de la peinture, edito anche in Italia.

È poi interessante il caso di un vecchio stilista giapponese, un tipo solitario che vive a Parigi e che ha la mania di collezionare tutti i libri che parlano di nuvole e meteorologia, e che infine formano una enorme biblioteca piuttosto disordinata. Ma che, una volta riordinata, va a ricomporre le storie di personaggi visionari, affascinati dalla bellezza delle nuvole, delle loro ineffabili forme, dalla fugacità e irripetibilità delle sfumature. Tra essi spicca un fotografo che le insegue in giro per il mondo. Vi compare anche il pittore inglese James Wilson Carmichael, seguace di Turner, che nei suoi quadri va progressivamente sottraendo gli elementi materiali, finendo per ritrarre solo cieli e nuvole con la speranza di coglierne arcani significati. In verità, questa del sarto giapponese è la trama del romanzo d’esordio, nel 2007, del francese Stéphane Audeguy, con cui in patria ha vinto un bel po’ di premi letterari. Quanto al titolo La théorie des nuages, Audeguy ha senz’altro voluto alludere al saggio di Damisch.
Anche l’architettura ha un sogno in proposito, come riprodurre un oggetto a immagine e somiglianza di una nuvola, naturalmente abitabile, e farla “galleggiare” all’interno di un ciclopico hangar dalle pareti di vetro. Lo sappiamo benissimo, è il progetto, in corso di realizzazione a Roma, elaborato da un Massimiliano Fuksas in veste quanto mai utopica, romantica. Arte, filosofia, narrativa, architettura: potenze creative, animate da un immaginario focalizzato sull’istante, un istante liberato dal demone dell’effimero. Tutto questo armamentario di idee e fantasie è virtualmente presente, in termini figurativi, fra le trecento opere esposte nelle sale del Leopold Museum. Poiché, in definitiva, le nuvole sopravvivono ancora, fosse anche sotto forma d’ingenua ossessione.

William Turner, Margate [?] from the Sea, 1835-40 ca. – The National Gallery, Londra
William Turner, Margate [?] from the Sea, 1835-40 ca. – The National Gallery, Londra
Yoko Ono: “Imagine the clouds dripping. dig a hole in your garden to put them in” (1963). Sono le parole di una sua poesia, che si rintracciano impresse a caratteri minuscoli e minuti sul retro di copertina di un celebre disco del 1971. Nella mostra, di copertine ve ne sono esposte tante, in sequenza, senza badare a distinzioni di genere musicale, disposte in modo da formare un’unica installazione che percorre molte sale. Quell’album con i versi dell’artista-performer giapponese rappresenta qualcosa di epico per la musica: è Imagine di John Lennon, il cui titolo è inscritto in una nuvoletta. Superfluo dire che in entrambi i lati della copertina il volto della rockstar ha a che fare magnificamente con le nuvole.

Franco Veremondi

Vienna // fino al 1° luglio 2013
Wolken. Welt des Flüchtigen
a cura di Tobias G. Natter e Franz Smola
LEOPOLD MUSEUM
Museumsplatz 1
+43 (0)1 525700
[email protected]
www.leopoldmuseum.org

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.