Saâdane Afif. Autocitazioni antiretoriche a Lione

Allo Iac di Villeurbanne, l’artista francese propone infinite cover di se stesso. Abbattendo concetti ormai svuotati come “interdisciplinarità”. Fino al 28 aprile, a due passi da Lione.

Saâdane Afif - Blue time, blue time, blue time... - veduta della mostra presso lo IAC, Villurbanne 2013

È una mostra di cover, quella di Saâdane Afif (Vendôme, 1970) allo Iac: una serie di rifacimenti di una sua opera del 2004, Blue time, installazione composta dalla cassa acustica di una chitarra, da una valigia e da un amplificatore. Senza alcuna monotonia, l’opera viene declinata in musica, scrittura, performance live, scultura, installazione…
L’intreccio linguistico è complesso e leggibile in molti modi, come in un dizionario in cui la successione dei lemmi non rispetta l’ordine alfabetico. Alla circolarità del riferimento all’opera originale si somma infatti l’autocitazione del percorso dell’artista: ogni sala ricostruisce esposizioni precedenti in cui i singoli remake furono esposti.
La messa in discussione del meccanismo espositivo è radicale. Il suo merito principale è abbattere la retorica degli ultimi anni che santifica parole come ‘multimedialità’, ‘interdisciplinarità’, ‘contaminazione’ e così via. Il trattamento indifferenziato delle diverse discipline operato da Afif, infatti, non tende alla fusione tra arti visive, musica, design, ma li accosta per trarne un linguaggio alternativo. Altro antidoto alla retorica, il parziale svuotamento dell’espressività, ovvero la strana atmosfera che regna sulla mostra, che lascia indecisi se concentrarsi sul contenuto (le opere) o sul contenitore (l’idea della mostra, la sua struttura).

Anche la dicotomia tra concettualismo e sensorialità è ben risolta. Certo, si possono percorrere le sale con il libretto di istruzioni alla mano, rintracciando le precedenti esposizioni qui ricostruite, gli autori dei singoli remake (Afif collabora con altri artisti, musicisti e molti altri sodali) e le corrispondenze tra le singole opere. Ma si può anche percorrerle lasciandosi trasportare. I suoni che si liberano da alcune opere sono metronomi che scandiscono il tempo trascorso dal visitatore nel museo; i testi delle canzoni affissi alle pareti sono assieme esempi di poesia visiva; i manifesti delle mostre precedenti presentano raffinatissime elaborazioni grafiche, ma rimangono nel regno dell’opera d’arte e non cedono alla tentazione della funzionalità del graphic design.
In definitiva, quella di Afif è una mostra che celebra l’inventiva sfrenata che può sorgere dalle diverse arti, ma che allo stesso tempo, abbassando i toni isterici dell’estetizzazione generalizzata, fa tabula rasa di quella retorica della “creatività” di massa che svela sempre più la sua anima intimamente reazionaria.

Stefano Castelli

Villurbanne // fino al 28 aprile 2013
Saâdane Afif – Blue time, blue time, blue time…
IAC
11 rue Doctor Dolard
+33 (0)4 78034700
[email protected]
i-ac.eu

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.