Fotografia e alchimia: Nino Migliori

Dopo la raffinata retrospettiva milanese, è Bologna a dedicare un’antologica al suo cittadino Nino Migliori. Una mostra itinerante? Assolutamente no: altre fotografie, altri progetti, altre opere si snodano nei tre piani dello splendido Palazzo Fava, tra gli affreschi dei Carracci e dei loro allievi.

Nino Migliori, da Moebius, Chocolife, 2007

Fosse nato nel Cinquecento, sarebbe stato incisore. O addirittura alchimista. Tra acidi e pirografi, lastre di metallo e particelle d’oro, sperimentalismi off camera e il senso del ritrarre la realtà, Nino Migliori (Bologna, 1926) offre un repertorio di immagini tra le più celebri della storia della fotografia. La chiave di lettura alchemica è evidente soprattutto nell’ultimo piano di Palazzo Fava, dove la ricerca dell’artista si concentra sulla natura, dalla sua rappresentazione all’indagine sul decadimento biologico (Herbarium, 1974), dall’avanzare di ortaggi sintetici (Natura morta, 1977) alla documentazione in un volume che sembra un codice miniato e che raccoglie Il magico giardino di Ludwig Winter. E dal piombo della sua copertina, Migliori completa l’opus in una sublimazione che prende corpo nella preziosità delle Polaori Dal (1989).
Al piano inferiore sono collocati tre grandi nuclei del lavoro fotografico dell’artista: le note fotografie in bianco e nero del periodo realista, da Gente dell’Emilia a Gente del Sud, senza dimenticare gli sguardi affettuosi a Bologna de La mia città e Notturno dall’Asinelli (1958), per poi cambiare sala e registro con opere allora rivoluzionarie e di profonda innovazione quali i Cliché-verre, i Pirogrammi, le Ossidazioni, la serie dei Muri. Tra la fine degli Anni Quaranta e il decennio successivo Migliori costruisce, parallelamente e assieme ad altri artisti, quella poetica dell’Informale che è stata forse l’avanguardia più autentica della seconda metà del secolo scorso.

Nino Migliori, Idrogramma, 1952
Nino Migliori, Idrogramma, 1952

Altre due rampe di scale verso il basso portano al piano nobile, quello dove la storia di Palazzo Fava dialoga con la mostra, istituisce rapporti diretti e calzanti, viene riattualizzata con richiami del significante – come non pensare alla Bottega del Macellaio di Annibale Carracci del 1585 di fronte alle sezioni in polaroid di Cruor. Elegia della carne, 2008-2011? – tanto quanto al dettaglio, come nell’interpretazione macro della serie Segnificazione (1978) ispirata da un’incisione di Guercino.
In questo percorso inverso troviamo infine l’opera di apertura al piano terra: l’installazione Orantes (2012), con la quale Migliori osserva l’inchino alla divinità: un inchino di corpi svuotati che si coprono di un velo d’oro.
Dall’oro inizia la mostra, all’oro si conclude: troppo facile, allora, definire questa antologica come un’esposizione preziosa. Altre installazioni sono disseminate per la città: Scattate e abbandonate (1978-2012) al Museo della Storia di Bologna in Palazzo Pepoli Vecchio e Glass-writing. Idrogramma (2004) in Casa Saraceni, sede della Fondazione Carisbo, opera in marmo di Carrara e vetro di Murano donata dall’artista alla fondazione.

Marta Santacatterina

Bologna // fino al 28 aprile 2013
Nino Migliori a Palazzo Fava. Antologica
a cura di Graziano Campanini
Catalogo Contrasto
PALAZZO FAVA
Via Manzoni 2
051 19936305
[email protected]
www.genusbononiae.it   

CONDIVIDI
Marta Santacatterina
Marta Santacatterina è giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte, titolo conseguito presso l'Università degli Studi di Parma. È editor freelance per conto di varie case editrici e, dal 2015, ricopre il ruolo di direttore sia di Fermoeditore sia della rivista online della stessa casa editrice, "fermomag", sulla quale cura in particolare le rubriche dedicate all'arte e alle mostre. Collabora con "Artribune" fin dalla nascita della rivista, nel 2011.