La versione (parigina) di Hopper

Realismo, simbolismo, surrealtà, animo pop. Sono tante le interpretazioni possibili dell’opera di Edward Hopper, così riconoscibile eppure così personale. Una mostra a Parigi riapre il dibattito sulla pittura dell’artista americano. Al Grand Palais fino al 28 gennaio.

Edward Hopper - People in the Sun - 1960 - Smithsonian American Art Museum, Gift of S.C. Johnson & Son, Inc.

Un percorso che evolve progressivamente verso il chiarore: niente di più azzeccato per l’esposizione dedicata a Edward Hopper (Nyack, 1882 – New York, 1967), artista che fece dell’antico culto della luce il volto di un’America complessa, segnata dalla guerra, pronta per la rinascita. L’esposizione, organizzata dalla Réunion des Museés Nationaux-Grand Palais e dal museo Thyssen Bornemisza, prosegue quindi il suo pellegrinaggio europeo. Dopo Madrid, fa sosta al Grand Palais di Parigi fino al 28 gennaio, con qualche significativa differenza rispetto alla versione spagnola: una maggiore attenzione verso la genesi e le fonti di ispirazione del lavoro di Hopper, e più quadri esposti, tra cui anche il celebrissimo Nighthawks.
La mostra si focalizza dapprima sul periodo di formazione e in seguito sulla fase di maturità dell’artista, che fino a quarant’anni nessuno conosceva (lavorava come anonimo disegnatore pubblicitario). Oggi chiunque saprebbe riconoscere una qualsiasi delle sue opere, tanto distintivo è divenuto il suo stile.

Edward Hopper – veduta della mostra presso il Grand Palais, Parigi 2012

I quadri di Hopper posseggono l’ingannevole immediatezza dei sogni, e le zone di luce, che appiattiscono i personaggi sugli oggetti, i dettagli sugli sfondi, gli esterni sugli interni, moltiplicano così facendo le zone oscure, annullano contrasti e discontinuità, facendo basculare il realismo verso un formalismo e un’astrazione mentale che ricordano la pittura metafisica. “La sua precisione stilistica è più fondata sull’istinto che sull’intellettualismo“, spiega Guy Pène du Boi (1931): “le sue omissioni nascono da un veritiero rigetto piuttosto che da una motivazione intellettuale. In tutto ciò che fa, persiste una paura considerabile del decorativo, potremmo definirla quasi una paura del ridicolo.”
Se da un lato la potenza fecondatrice della luce riduce le composizioni a una semplicità geometrica di forme organiche e inorganiche, di zone nette e senza complicazioni, dall’altro il dramma che si gioca tra luminosità e tenebra e che si concretizza nell’esperienza tragica della soglia non cessa di porsi e riproporsi in ogni quadro. Così, l’oggetto più familiare diventa quello più straniante, mentre la solitudine meditativa dei personaggi fluttua in un paesaggio nomade, nostalgico, senza appigli. Il realismo materialista fatto di stazioni di benzina, strade che si perdono nel vuoto vertiginoso delle terre americane, composizioni di grattacieli, banconi di bar semivuoti, assume tutta la forza teatrale della messa in scena, dello spettacolo, dell’allegoria.

Edward Hopper – Morning Sun – 1952 – Ohio, Columbus Museum of Art Howald Fund Purchase 1954.031

Un bell’arrovellarsi per i critici, che non arrivano a un comune accordo, e le rivendicazioni si moltiplicano: il Whitney Museum of American Art, baluardo della tradizione realista americana, consacra regolarmente a Hopper delle esposizioni; ma fu il MoMA di NewYork, tempio del formalismo, che gli dedicò nel 1933 la prima retrospettiva. A pochi mesi dalla morte dell’artista, il commissario della sezione americana della Biennale di San Paulo, Peter Seltz, associa le sue opere alla Pop Art, conciliando così realismo e avanguardia.
Hopper sembra quindi ancora esitare a trovare il proprio posto nella storia dell’arte, ed è forse proprio questo il merito di una produzione così ricca e originale.

Greta Travagliati

Parigi // fino al 28 gennaio 2013
Edward Hopper
GRAND PALAIS
3 avenue du Général Eisenhower
+ 33 (0)1 40 13 48 00
www.grandpalais.fr

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Greta Travagliati
Greta studia semiotica a Bologna e si laurea con una tesi sul concetto di rappresentazione nell'arte contemporanea. Appassionata di Maigret, scappa a Parigi dove inizia a lavorare nel campo della comunicazione e delle ricerche di mercato. Non sa scrivere autobiografie.