Un alce e Bambi in galleria. Adam Cvijanovic e l’illusione ottica

Entrando da Postmasters, per un attimo si prova un senso di spaesamento. Viene il sospetto di trovarsi in una delle maestose sale del Museo di Storia Naturale, immancabile visita uptown a New York per ogni turista che si rispetti. E invece sono i trompe-l’oeil di Adam Cvijanovic, a parete fino al 13 ottobre.

Adam Cvijanovic - Discovery of America - 2012

In questa personale, Adam Cvijanovic (Cambridge, Massachusetts, 1960; vive a New York) ha riprodotto gli immensi murales trompe-l’oeil realizzati a partire dagli Anni Quaranta da Perry Wilson; Natural History  è dunque una mostra che strizza l’occhio ai diorami attraverso i quali pittori come Wilson, Lee Jacques e Morril dimostravano la loro grande maestria nel riprodurre la realtà naturale di luoghi a volte nemmeno mai visitati. Da questo presupposto – la riproduzione “fedele” della realtà – parte la riflessione di Cvijanovic, che ripropone sui grandi muri della galleria le immagini dell’ala degli animali nordamericani del Museo di Storia Naturale, inserendo ogni volta un particolare che “tradisce” la veridicità del dipinto.
Così nella prima sala si viene accolti dalla gigantesca Discovery of America che pare “crollare” dai muri laddove due scenari vengono in contatto: da una parte gli uomini a cavallo, novelli esploratori, dall’altra la maestosa natura delle pianure americane non finita… il verde dei prati cola dalla tela, mentre di fronte al visitatore, su un piano prospettico più vicino, campeggiano una scala e delle assi di legno e a terra la scatola di una pizza da asporto che l’artista pare aver consumato mentre era occupato a disegnare, o meglio, a riprodurre la realtà.

Adam Cvijanovic – White Tailed Deer – 2012

Esiste dunque una realtà più reale di quella che ci affanniamo a riprodurre? Cvijanovic, lasciando la maggior parte delle sue opere inconcluse, attira l’attenzione sull’artificio, fedele alla sua ricerca sul ruolo dell’artista e la sua capacità di trasformare il reale, la storia e lo spazio immaginato dandone una lettura alternativa.
Così come nell’altro grande murale, Wapiti, dove il disegno sembra scivolare via dalla cornice che è ancora in fase di costruzione, di fronte ai barattoli delle vernici utilizzate. O come in Santi’s ladder dove, di fronte a una cima innevata, campeggia una scala da imbianchino, l’attrezzo che meglio rappresenta Cvijanovic, senza il quale nessuna delle sue opere potrebbe essere realizzata. L’uomo può quindi arrivare così in alto semplicemente salendo su una scala? È soltanto una questione di prospettiva?
A volte Cvijanovic gioca ancora più pesante, facendo entrare nei diorami perfettamente riprodotti animali che sembrano fuggiti dai cartoni animati, come in White Tailed Deer, dove gli interpreti di Bambi, il più classico dei classici Disney, si impossessano della scena. Li si riconosce con tale e tanta semplicità che viene da chiedersi se non siano più reali questi degli animali fedelmente riprodotti che campeggiano sui muri del Museo di Storia Naturale.

Adam Cvijanovic – Osborne Caribou – 2012

L’impressione durante la visita della mostra da Postmasters è di essere capitati durante un work–in–progress, come se l’artista stesse ancora lavorando ai suoi murale e, sceso dalla scala e mollati i pennelli a terra, si allontanasse dal dipinto per guardarlo insieme allo spettatore. Forse è quel che ci vuole, in fondo: allontanarsi dalla riproduzione della realtà – e forse anche dalla cosiddetta realtà – per osservarla con un po’ di distanza.

Emanuela Bernascone

New York // fino al 13 ottobre 2012
Adam Cvijanovic – Natural History
POSTMASTERS
459 West 19th street at 10th Avenue
+1 (0)212 7273323
[email protected]
www.postmastersart.com 

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Emanuela Bernascone
Emanuela Bernascone è giornalista pubblicista e lavora nella comunicazione da più di due decadi. Inizialmente Capo Ufficio Stampa della Fondazione Italiana per la Fotografia, da quando, nel 2005, ha fondato la propria agenzia collabora con autorevoli realtà pubbliche e private in Italia e tiene corsi di comunicazione presso diversi enti.
  • luigi martini

    mi sembra che anche in questa occasione il recensore inventi motivazioni all’uso dei colori da parte di un manifatturiere (facitore?) che non meriterebbe tale attenzione. Non ci si capisce più niente, visto che sono stati distrutti tutti i parametri per un giudizio critico sull’arte contemporanea, e ognuno può dire ciò che vuole, tanto nessuno risponde. Vero Emanuela Bernascone? E non è un’accusa, piuttosto una constatazione, sulla condizione del critico verso una moda, perché chiamarla arte non è possibile. Ma chi se ne importa, tanto continuerà ancora nello stesso modo e l’arte contemporanea interesserà sempre meno e non colpirà l’io profondo dell’uomo