Il museo come agorà. Da Bolzano parla Rein Wolfs

Curatore ospite per il 2012 al Museion, Wolfs ha invitato 14 artisti a confrontarsi all’interno di un museo che accoglie la dimensione della piazza all’interno delle proprie porte. Un tentativo di ritorno a una democrazia diretta che parte proprio dal mondo dell’arte. Ce lo spiega in anteprima lo stesso curatore, mentre la mostra inaugura il 14 sera.

Rossella Biscotti & Kevin van Braak - The Library - 2010 - courtesy the artists

Nel suo libro The Return of the Public, Dan Hind approda a un nuovo modo di concepire il giornalismo che eviti la formazione di un pubblico elitario. Cosa significa invece creare un nuovo pubblico nel mondo dell’arte?
La mostra riguarda non tanto il creare un nuovo pubblico, quanto il reagire all’esistenza di un nuovo pubblico. Se il pubblico è in grado da sé di produrre immagini creativamente, questo significa che l’arte deve cercare dei modi intelligenti di definire le proprie qualità di produzione artistica. Una possibile strategia è sottolineare la capacità degli artisti di trasformare qualcosa di reale in un’opera d’arte. La ricomparsa dei ready-made nell’arte contemporanea ne è un segno. In The New Public ce ne sono presenti diversi.

È casuale la scelta di Rossella Biscotti e Matias Faldbakken, due artisti presenti a Documenta 13? C’è una relazione tra il considerare l’arte nel contesto delle pratiche e le forme del conoscere e concepire la mostra The New Public come un foro?
Che Rosella Biscotti e Matias Faldbakken siano anche a Documenta è piuttosto casuale. Ho lavorato con Faldbakken prima e considero il suo lavoro strettamente correlato alla nostra società. Rossella Biscotti è un’artista molto intelligente, specialmente nell’aver a che fare con questioni ideologiche e storiche. Sicuramente è importante che l’arte sia vista come un modo di guadagnare, collezionare, riflettere e occuparsi di conoscenza. In questo senso, la mostra vuole essere un forum di riflessione sul contemporaneo.

Christian Jankowski – The Finest Art on Water – 2011 – courtesy Riva-Ferretti Group

In mostra ci saranno installazioni, video, sculture, disegni, ma sono previste anche performance come quelle di San Keller. Qual è il passo ulteriore rispetto alla performance degli Anni Settanta nel coinvolgimento del pubblico?
La Performance Art all’inizio era molto legata alla figura dell’artista stesso. Spesso il corpo era in primo piano quasi come un tipo di medium scultoreo. La Performance Art contemporanea è più socialmente orientata e spesso ha a che fare con la ricerca di un rapporto con il pubblico. Naturalmente c’è anche l’installazione performativa in cui l’installazione stessa diventa attiva. La performance di San Keller ha a che fare con il “going public” dei soggetti individuali.

Nell’agorà ci si riuniva per legiferare e cambiare lo stato delle cose. E il pubblico di questa mostra?
Spero che si ritroveranno in un’agorà con impressioni differenti e a volte complesse che li conducano in una situazione discorsiva in cui loro riflettano insieme con altri. Credo che lo spazio del museo potrebbe essere visto come uno spazio molto concentrato che utilizza alcuni aspetti propri dello spazio pubblico per rafforzare il senso di realtà e creare un genere di piazza cittadina in cui si discute di questioni urgenti.

Antonella Palladino

Bolzano // fino al 13 gennaio 2013
The New Public. Una nuova dimensione pubblica e un nuovo pubblico
a cura di Rein Wolfs
MUSEION
Via Dante 6
0471 223413
info@museion.it
www.museion.it

CONDIVIDI
Antonella Palladino
Dopo la laurea in Conservazione dei beni culturali, negli anni napoletani svolge degli stage presso la Fondazione Morra e il Pan, collabora poi come assistente con la galleria Umberto Di Marino. Fondamentale si rivela essere l’esperienza presso l’ufficio comunicazione del Mart di Rovereto. È assistente di Filippo Tattoni-Marcozzi per un breve e felice periodo. Si trasferisce in Trentino Alto-Adige e inizia l’attività di critico scrivendo per diverse riviste tra cui Artribune e Juliet Art Magazine. Cura delle mostre per la galleria Paolo Erbetta, Stop Motion di Alessio Rota e Noisy di Gianluca Capozzi. A Benevento presenta Lichtkammer dell’altoatesino Harry Thaler. Per ora lascia il Trentino e inizia una nuova avventura.
  • peppelana_BOCS

    Concordo x l’Agorà, infatti può capitare che: [..]”Proprio la “galleria” come luogo fisico, di più – come spazio di relazione – spesso negato come tale, e edulcorato da un sistema dell’arte sempre più autoreferenziale, è al centro di Agorà, la personale concepita appositamente per lo spazio espositivo catanese BOCS; una serra di dimensioni ambientali, progettata e costruita al suo interno dall’artista, la occupa interamente, in tutti i suoi 16 metri di lunghezza, occludendo parzialmente lo spazio alla percezione sensoriale, e denunciando così la crisi di un modello di fruizione passiva dell’arte, da parte di un pubblico sempre più escluso da scelte linguistiche e espositive. L’idea di una valenza pubblica, collettiva del linguaggio artistico a discapito di una sua eccessiva personalizzazione si pone criticamente nei confronti di certi modelli dell’arte estetizzanti e decadenti, oppure inutilmente diluiti in una vacua spettacolarità, in una facile ironia, priva del carattere problematico che l’arte, come coscienza critica del tempo in cui opera, dovrebbe mantenere[..]

    more info e foto su

    http://www.bebocs.it/project/agora/photogallery.php

  • Luca Cinquemani

    Arte che vuole tornare ad incidere sulla realtà sociale e politica dopo aver salutato, non senza amare (anche se un po’ sbrigative) lamentazioni, la morte delle grandi utopie del passato. Arte che si accorge (sic!) di aver fatto fuori il pubblico e si interroga criticamente sulle nuove possibilità di inclusione e partecipazione. Arte, infine (ma si potrebbe procedere ancora a lungo) che diventa luogo per l’invenzione e l’esercizio di nuove pratiche democratiche.
    Da un bel po’ di tempo questa prospettiva mi entusiasma. Tuttavia, proprio perché mi entusiasma e vi ripongo grandi aspettative, mi assalgono, di tanto in tanto, atroci dubbi… Esattamente ciò che accade quando amo qualcuno e finisco per interrogarmi ossessivamente su cosa sarà di noi e del nostro amore nel futuro.. “Paranoico!” direte voi! (” No! solo un tantino nevrotico!” vi risponderei io). Se le mie storie naufragano in men che non si dica sotto il peso di domande e ricostruzioni catastrofiche del momento dell’ abbandono, il tutto rimane nella sfera del privato, nel silenzioso ambito privato di cui a voi ( e forse nemmeno a me) importerà granché.. Se però spostiamo questa pratica patologica del “guardare con occhio diffidente e sospettoso verso il futuro” alle questioni relative all’arte attuale che ho elencato prima, potrete non essere d’accordo sul “sospettoso” o sul “diffidente” ma credo che converrete con me sulla necessità, di porsi sin da subito qualche domanda su possibili scenari futuri . Così, nei panni (ahimè!) del profeta di sventura, non riesco proprio a non cedere alla tentazione di immaginarmi seduto al tavolo di in un ristorante romantico il 28 marzo del 2027, intento, a leggere – frattanto che lei non arriva – un saggio che parla dell’arte dei primi decenni del secolo. Dopo aver lamentato la carenza di riflessioni organiche sull’arte di quel periodo, l’autore comincia a descrivere estesamente la Biennale di Berlino del lontano 2012 insieme a una serie di artisti e di progetti che in tutto il globo stavano tentando, in forme le più svariate, di rendere l’arte il luogo centrale di una rinascita del dialogo pubblico attraverso la sperimentazione di nuove pratiche inclusive e relazionali. Ancora qualche riga per spiegare gli obiettivi di quell’agguerrita avanguardia per concludere, non senza qualche amara e sbrigativa lamentazione (déjà vu?) che: ” la nuova arte, pur con intenti spesso genuinamente orientati ad immaginare un cambiamento radicale rispetto al vecchio art-system già in piena crisi, non stava facendo altro, in molti casi, che immaginare nuovi modelli di marketing dove forme di partecipazione e di relazione poco flessibili e previste in anticipo dall’istituzione, incarnata dal fronte artista-curatore-museo-galleria, ripetevano, con forme non molto diverse, il debole progetto politico già proposto dall’arte relazionale degli anni Novanta,” Prometto che la prossima volta cambio saggio! E forse anche ristorante,,,

    • SAVINO MARSEGLIA

      La prossima volta, si potrebbe scrivere, in generale, un saggio sulla supina sottomissione di noti “artisti” all’odierno “art-system”. Un sistema dell’arte che sa avere tutta l’apparenza dell’efficienza democratica nel fare di un artista un “animaletto addomesticato” e del pubblico un gregge fantasmagorico. Chi lo mette in dubbio viene molto spesso considerato più un’alienato che una persona sensata, più un “artista” emarginato, che un “artista” integrato.

  • Luca Cinquemani

    Ma ciò non toglie che oggi, senza progetti come Agorà o quello di Wolfs, non vi sarebbe nemmeno il tentativo di immaginare una realtà alternativa a quel sistema. E allora potremmo anche smettere definitivamente di discutere sull’arte….

  • Cecilia