Con la freccia inserita

Personale romana per Teresa Iaria. Il pezzo forte è un olio su tela costituito da un numero incalcolabile di frecce stilizzate, dipinte/direzionate una ad una. Alla Galleria Pio Monti, fino a fine anno.

Teresa Iaria - Strange attractors - veduta della mostra presso la Galleria Pio Monti, Roma 2011

Minuscole frecce stilizzate vengono dipinte/direzionate una a una da Teresa Iaria (Lamezia Terme, 1968; vive a Roma), intenta a visualizzare quanto si supporrebbe antitetico al concetto stesso di vettorialità, ovvero totalità e sinuosità. Plot massimalista che rimanda alla teoria del caos, ma che in termini speculativi produce esiti tutto sommato soltanto illustrativi. Fa bene l’artista ad approfondire l’assunto, inserendo sculture viceversa circolari ma stentoree. Sul piano formale, considerati gli effetti quasi musivi della sua cifra spacey, e in generale la genuinità di una rivisitazione dell’all over pittorico attuata per mezzo dell’ossessività grafomorfa, Iaria potrebbe permettersi di indulgere in sbrigliatezza e libertà espressiva. Ma a quel punto, più che a Roman Opalka, si troverebbe di fronte al totem Jackson Pollock.

Pericle Guaglianone

Roma // fino al 31 dicembre 2011
Teresa Iaria – Strange attractors
PIO MONTI
Piazza Mattei 18
06 68210744

[email protected]
www.piomonti.com


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Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.
  • Marion McKellan

    Per chi fa il mio mestiere le riviste d’arte, in particolare quelle italiane, sono fonte inesauribile di godimento per la capacità di far coincidere l’alfa e l’omega in modo perfettamente circolare.
    E’ quindi un piacere avere l’occasione di intervenire, da non addetto ai lavori, per condividere opinioni ed idee su un’opera che ho potuto osservare personalmente.Per me l’opera ha il pregio di poter essere apprezzata da un ampio range di fruitori, da quelle che Mozart chiamava le “orecchie lunghe” (nel nostro caso occhi)e da quelle “fini”. Non sempre i primi coincidono con gli incolti, anzi!
    Le orecchie lunghe potrebbero cadere in un gioco referenziale (o auto-referenziale all’infinito) che parte dalla didascalica identità fra titolo ed opera ( o opera e titolo…) fino a ricostuire l’intera genealogia artistica. Le orecchie fini vedono il lussureggiante campeggiare del segno nella sua nudità.Una freccia.Un significante puro, che nella sua rappresentazione estrema ed estremizzata si trasforma nel residuo ininterpretabile del segno: aguzzo, tagliente, spiralico.Insomma, tutto quello che l’arte concettuale ha sempre voluto essere, ma ormai da troppo tempo non centra( a proposito di frecce) il bersaglio.Troppe volte più che arte in essentia è stata arte in absentia, stratificata di sensi comuni fino a sfiorare il luogo comune. Nel nostro caso mi sembra che l’estrema essenzialità riesca a conciliarsi con il recupero antico del tratto.
    L’opera è quindi soltanto icona – in senso pierciano, o “meramente illustrativo”- per le orecchie lunghe, ma questo è esattamente l’effetto del segno che non rimanda ad alcun referente. Sono solo frecce, ma bellissime….e “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. E siamo ben contenti finalmente di poterlo fare. Marion McKellan ( docente di semiotica)

  • joco

    madonna!! che spremuta… di semiologia

  • Filippo Rocchi

    Sono anch’io un pò intimorito a scrivere le mie impressioni dopo il trattato sopra ..;-), ma devo pure ammettere di essere d’accordo con il post. Va detto che l’installazione è bella ed il quadrone centrale ipnotico. Credo che queste mie impressioni possano essere condivise da chiunque l’abbia visto. Poi , come ogni buon art-maniac, ci si interroga sul “bello”. Ed è vero che rischiamo di cadere nel già detto o nei luoghi comuni. Quello che ho pensato io davanti a questa seduzione è la sequente catena: eraclito- pregalileiano (e forse post-galileiano…mi chiedo se il titolo non sia un raffinato gioco intellettuale proprio per alludere ed eludere il trito e ritrito arte & scienza), ma anche Hokusai, l’oriente, il fare- concetto invece che l’essere-concetto, l’artigianato dell’arte quasi contrapposto all’arte come “concetto”…..E’ un piccolo miracolo “anomalo” sotto diversi punti di vista: c’è un’idea forte, ma è anche fortemente figurativo, fatto “a mano” con una tecnica da vertigine, immagino molto difficile. Ed è difficile trovargli parentele, come dice giustamente Pericle. Credo che tra Opalka e Pollock (che sarebbe come candannare l’artista a Scilla o Cariddi), ci sia molto spazio di navigazione per quest’artista. E credo anche che “noi” ( del sistema, o attorno al sistema), forse diamo troppo peso alle parole che al “visto con gli occhi”(S. D’Arrigo). Certo è che è l’unico caso, negli ultimi due mesi di mostre romane, in cui ho visto le gente che guardava davvero, invece che passeggiare attorno con un bicchiere in mano. Filippo Rocchi.