Ascesa e discesa di una civiltà. Firenze e i banchieri

Denaro, bellezza, economia, arte, chiesa: rapporti complessi, che si sviluppano nella Firenze dei banchieri e delle vanità. Una mostra a Palazzo Strozzi esalta l’elogio degli opposti. E per riflettere pure sul presente c’è tempo fino a gennaio inoltrato.

Marinus van Reymerswaele

L’esposizione di Palazzo Strozzi offre un itinerario coraggiosamente articolato: accanto a capolavori conclamati, infatti, abbina molti oggetti d’uso più o meno comune nel periodo preso in esame (dal 1252 al 1510). In tal modo, anche i materiali divengono parte integrante dello splendore. Poiché si comincia a utilizzare il lapislazzuli al posto dell’azzurrite, la lacca chermes e viene introdotta la macinatura, con cui si ottengono finissime polveri da decorazione.
Nel periodo storico illustrato, Firenze non rappresentava solo la culla della cultura occidentale, ma anche la patria del moderno sistema bancario. Le grandi famiglie di banchieri – i Bardi, i Peruzzi e soprattutto i Medici -, attraverso la loro ingegnosità finanziaria, trasformavano gran parte dei loro capitali in opere d’arte ormai divenute patrimonio mondiale.
Il percorso espositivo si snoda in otto sezioni e inizia con l’esposizione del primo fiorino d’oro in cui appare il giglio della città e, sull’altra faccia, il patrono San Giovanni Battista. L’unione conclamata e aurea di religione e comunità. Tutt’intorno al fiorino, opere di Jacopo di Cione, Niccolò di Tommaso e Simone di Lapo. Nella seconda sezione, dal titolo interrogativo Tutto è monetizzabile?, lo splendido Ritratto di Francesco di Marco Datini di Tommaso di Piero Trombetto attira l’attenzione. Un dipinto su tavola in cui il rosso vermiglio della veste è abbagliante.

Sandro Botticelli - La Calunnia - 1497 ca.

Il percorso si avvale di due importanti elementi: due curatori di fama internazionale con impostazione ed esperienza diversa, Tim Parks e Ludovica Sebregondi, e un allestimento raffinato di Luigi Cupellini. Allestimento che segue le fasi della mostra con pannelli chiari e scuri rispettivamente dedicati alla prosperità e alla bellezza, e poi all’usura e alla crisi. Sezione dopo sezione possiamo così osservare L’avaro e la Morte di Jan Provoost e Marinus van Reymerswaele con Gli Usurai e Il cambiavalute e sua moglie. Nella sezione dedicata a I banchieri e gli artisti, Sandro Botticelli la fa da padrone con le celeberrime tavole della Madonna col Bambino, due angeli e San Giovannino e con La Natività.
Ma la crisi è in arrivo, con l’avvento di Savonarola, che predicò un governo libero e popolare e una rigida riforma morale. Ed è ancora Botticelli a testimoniarlo con La Calunnia e Cristo crocifisso. La grande tela di Ludwing von Langenmantel, Savonarola predica contro il lusso e prepara il rogo delle vanità, è la naturale e inquietante fine di un periodo storico e della mostra, che rappresenta alla perfezione l’elogio degli opposti.

Daniela Cresti

Firenze // fino al 22 gennaio 2012
Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità

a cura di Ludovica Sebregondi e Tim Parks
Catalogo Giunti
www.palazzostrozzi.org


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Daniela Cresti
Daniela Cresti, nata a Grosseto nel 1950, è residente a Firenze. Laureata in scienze chimiche, fisiche e naturali presso l’Ateneo fiorentino. Nel 1974 inizia la sua attività lavorativa come insegnante continuativamente fino al 1992, anno in cui si occupa a tempo pieno di Arte Contemporanea. Nel 2001 comincia la collaborazione con la rivista ExibArt che continua ininterrottamente fino al 2011. Dal 2003 al 2008 collabora con la rivista cartacea SEGNO e cura (fino al 2006) le mostre della rassegna annuale Cotto ad Arte. Collabora come curatrice con la Galleria La Corte di Firenze. Nel 2011 inizia la collaborazione con Artribune. Attualmente collabora anche con la rivista iOVO.
  • Splendida la mostra allestita a palazzo Strozzi a Firenze. Pone problemi che sono clamorosamente aperti anche nell’attuale situazione appesantita dalla crisi prevalentemente morale (spietata, sfacciata, pervasiva, perdurante corruzione, istituzionalizzata quasi come normalità). Senza le semplificazioni medievali, oggi sappiamo bene che il denaro è un mezzo che misura valori (creatività, lavoro, applicazione, strumenti, materiali, trasferimenti ecc) ma è violenza quando compra dignità, quando diventa fine cieco di sopraffazione e furto ai danni della collettività e del singolo. Dunque è questione di regole certe che valgano erga omnes. Il danaro non ha bisogno di riscatto se non esce dalla dimensione del suo “proprium” (Mt 21,17). Così la “bellezza” intesa come arte e come armonia sociale ha bisogno di risorse, di denaro ma anche, contestualmente, di giustizia, di legalità, di trasparenza, di vera democrazia nel senso della partecipazione consapevole di tutti, perché tutti godano della bellezza e del danaro. Non è il demonio e meno ancora lo sterco del demonio ma il mezzo che contribuisce (perché lo può fare) ad alleggerire la terra

  • Sarebbe interessante asviscerare anche tutte le connessioni finanziarie dell’epoca fra la provincia di FIrenze e quella di Pistoia…