Miart: una questione di prospettive e di punti di vista

Edizione ancora una volta interlocutoria per la fiera d’arte milanese. Qualche bel lavoro nella sezione del moderno, assenze minacciate fra i big del contemporaneo, giovani (?) relegati in corridoio. Non poteva mancare, su Artribune, il classico e attesissimo resoconto firmato Alfredo Sigolo.

Miart 2011

Sono sedici le edizioni di Miart Art Now, la più anomala delle fiere italiane, perché non è mai riuscita ad acquisire l’appeal che ci si aspetterebbe da un evento che si colloca nella città considerata cuore del mercato dell’arte italiano. Non potendosi permettere di crescere dal basso, la fiera meneghina in questi anni si è accontentata di fingere di esser grande. Oggi il suo presidente dice di puntare a qualità e selezione, ma i risultati sono modesti rispetto ai principali competitor, Bologna e Torino. Gli espositori sono ormai solo italiani, eppure Miart continua a dirsi internazionale solo perché metà degli artisti son stranieri, senza tener conto che semmai questo dà la misura della sofferta sudditanza del nostro sistema.
Certo, ci sono gli stand di alcuni big milanesi ma quasi per onor di firma; esemplare la collezione di francobolli di magazzino allestita da De Carlo, più concentrato su Maco Mexico, mentre voci tra i lunghi corridoi raccontano di un sostegno a orologeria concesso dagli operatori: o si trova un direttore e si fa un progetto o il prossimo anno la fiera dovrà contare gli assenti.

I cinesi copiati di Gabriele di Matteo (Federico Luger – Milano)

Difficile capire quale sia il pubblico cui si rivolge Miart. È il collezionista “sano” secondo la curatrice della sezione del moderno, Donatella Volonté. Ma come lo si riconosce il collezionista “insano”? E ancora: quanta parte di responsabilità ha il sistema malato sulla malattia del collezionista? Di certo chiunque, potendo, sceglierebbe il colto e attento appassionato al posto dello speculatore senza scrupoli.
È vero però che l’arte moderna ha ripreso quota dopo anni di buio; ma il fatto che la crisi abbia indotto i collezionisti a riparare su valori consolidati non ha portato all’estinzione degli speculatori, ma solo allo spostamento dei loro obiettivi, che oggi alcuni analisti indicano proprio nell’ambito della modernità.
Infine un dubbio: ma poi siamo poi certi, come dice Giacinto Di Pietrantonio, curatore del settore contemporaneo, che a Milano passi ancora oggi il 60,7% del mercato dell’arte italiano? Secondo il rapporto Nomisma 2011 il fatturato dell’intera Regione Lombardia si assesta tra il 30 e il 40% del totale nazionale. Fermo restando che dare dei numeri attendibili in un settore mai realmente trasparente resta comunque un azzardo, il mercato globale ormai mal si concilia con le vecchie forme di accentramento.

Taus Makhacheva - Karakul - 2009 (Impronte - Milano)

APPUNTI

Nell’anno del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia qua e là spuntano opere celebrative. Stracci d’Italia di Michelangelo Pistoletto presentati da Spirale (Milano) ne sono un esempio ispirato, evidentemente simbolico ma non banale. L’opera era stata presentata già nel 2007 a Salemi, dove Garibaldi issò il primo tricolore. A questo si può accostare, quasi in contrasto concettuale, lo scatto di Armin Linke con vista sull’emiciclo di Montecitorio del 2010, allestita da Vistamare. L’opera, esposta al Maxxi nell’autunno scorso, è parte di un progetto dedicato ai luoghi di potere e alla loro connotazione simbolica.

Jeff Koons - Olive Oyl (Robilant e Voena - Londra)

Nella linea di un classicismo pittorico che ha percorso tutto il secolo scorso quasi parallelamente ai principali movimenti d’avanguardia e concettuali si colloca l’Etude pour Alésia di Paul Delvaux del 1973 presentato da Tornabuoni, un’opera enigmatica passata in un’asta italiana recente a 400mila euro.

Stracci d’Italia di Michelangelo Pistoletto (Spirale - Milano)

Museale per dimensioni e soggetto è il grottesco Personaggio dai grandi baffi, una tecnica mista (gouache, pastelli e cera) firmata da Joan Miró nel 1975, proposto dalla veneziana Contini ed esposto a Palazzo Reale nella recente mostra su Goya e il mondo moderno.

I luoghi del potere secondo Armin Linke (Vistamare - Pescara)

Da Matteo Lampertico (Milano) si è vista una grande gouache di Sol LeWitt, tarda per epoca ma di qualità. Lavori analoghi a questo Irregular Grid del 1999 hanno ottenuto ottime performance in asta da Phillips de Pury, negli ultimi 3 anni.

Lo studio per Alésia di Paul Delvaux (1973) da Tornabuoni

È  del periodo forse più ispirato di Roberto Crippa il sughero primitivista del 1959 esposto da Open Art. L’anno prima, con opere analoghe, l’artista era stato invitato alla Biennale di Venezia.

Il personaggio dai grandi baffi di Miró (Contini - Venezia)

Più di altri media, la fotografia si presta ai progetti seriali. Tra quelli più interessanti visti in fiera c’è la ricerca sul punto di vista condotta dalla tedesca Barbara Probst, da De Cardenas, e il progetto condotto sui cantieri navali del Maine di Sharon Lockhart, da Giò Marconi. Entrambi rivelano aspetti controversi del quotidiano, che diventa crudo reportage nel lavoro di Tobias Zielony sulle vele di Scampia prodotto da Lia Rumma.

La grande gouache di Sol LeWitt (Matteo Lampertico - Milano)

Scegliamo due stand che, per equilibrio e allestimento, valgono il prezzo del biglietto. Da un lato lo Studio Guenzani, che affianca l’immaginario magico di Alessandro Pessoli a un trittico totemico di Mike Kelley, mentre poco più in là svetta una slitta rovesciata di Salvatore Scarpitta, ben rappresentato in questa edizione della kermesse milanese. L’altro stand degno di nota è quello di Franco Soffiantino, animato dalle strutture di Michael Beutler, ben integrate con l’installazione di Andrea Nacciarriti e il bel video quasi rumorista A man screaming is not a dancing bear di Allora & Calzadilla del 2008.

Barbara Probst - Exposure 79 - N.Y.C., 401 Broadway, 2010 (Monica De Cardenas - Milano)

Per attualità e ispirazione davvero centrali sono le opere di Santiago Sierra esposte da Promoteo. Cubo de Pan è un’azione del 2003 in cui l’artista declina l’estetica minimalista delle forme geometriche pure in cibo per folle di indigenti; Enterramiento de diez trabajadores invece documenta la progressiva sparizione di dieci lavoratori immigrati, sepolti nella spiaggia di Calambrone, affacciata sul Mar Ligure.

Lo stand dello Studio Guenzani (Milano)

Tra le curiosità ci soffermiamo sulla minuscola teca di metallo lucido, opera di Marc Quinn esposta da FAMA e soverchiata dall’allestimento lussureggiante e barocco. Un decennio fa esatto, anno di realizzazione, l’opera fece scalpore per l’uso di colonie batteriche e Dna clonato, materia organica impiegata per dichiarare, nel caso presente, il proprio autoritratto.
Una citazione la spendiamo anche per il suggestivo intervento di un artista fuori dallo star system dell’arte: Fabrizio Corneli, fiorentino, da anni lavora su luci e ombre. Da candidi gusci d’uova d’oca bucate egli riesce in fiera, da Artiscope, a ottenere effetti immaginifici e sognanti.

Lo Stand di Franco Soffiantino (Torino)

Capitolo finale riservato alla Sezione giovani, divisa dalla main da un improvvisato sipario di (s)fortuna e compresse lungo un corridoio. Il mercato è cambiato, le gallerie non hanno più l’ansia di gettare nella mischia prematuri talenti ma a privilegiare progetti monografici, come nel caso della bambina cinghiale di Moira Ricci per La Veronica, i cinesi copiati da Gabriele di Matteo per Federico Luger, la riproduzione scenografica della molecola di grafite di Giulio Frigo per Francesca Minini, gli slittamenti di senso di Giuseppe Armenia da Federico Bianchi, la pittura retrospettiva di Patrizio di Massimo da T293.

La storia sembra essere l’elemento cui gli emergenti sentono sempre più il bisogno di aggrapparsi, tradendo forse il disagio di affrontare un presente senza punti di riferimento. Esemplare, in questo senso, sono le opere di Taus Makhacheva da Impronte. Sull’identità controversa e sui conflitti del suo Paese d’origine, il Daghestan, conduce una ricerca interessante ma lo fa con il linguaggio tipicamente occidentale, da brava studentessa del college londinese Goldsmith.

Alfredo Sigolo

www.miart.it

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  • Guido Cabib

    Ottimo Report,bravo.

  • augusto

    invece io mi chiedo, come al solito, che caspita ha visto questo Sigolo…

  • @augusto, quello che ha, con prosa corretta, assolutamente comprensibile e lodevolmente stringata ha descritto nell’articolo, perfettamente documentato dalle immagini… se tu hai visto qualche cosa di diverso, perche’ non lo racconti a tutti noi, invece di fare domande retoriche ma assurde ?

  • augusto

    per esempio (1):
    James Benjamin Franklin allo stand Studio Raffaelli.
    http://jamesbenjaminfranklin.com/painting_big.html

    per esempio (2):
    il coloratissimo e barocco stand di Claudio Poleschi.

    per esempio (3):
    le carte di Boetti allo stand Galleria Seno.

    per esempio…

  • silvia

    Articolo chiaro, quasi didascalico. Preciso e argomentato.
    Pleonastico e dilettantesco il video. Un’occasione mancata.