Parola alla designer olandese che si muove nel punto di incontro tra moda e robotica. Sullo sfondo della conferenza organizzata a Milano da Meet the Media Guru.

L’abito del futuro vivrà con noi e per noi, in relazione attiva con il nostro corpo grazie a una serie di sensori e dispositivi tecnologici integrati nei tessuti. Parola di Anouk Wipprecht, designer e fashion artist olandese, recentemente a Milano per una lecture sul tema della “creatività al tempo della manifattura 4.0” organizzata da Meet the Media Guru in collaborazione con l’osservatorio Innovation and Craft Society. La sua ricerca spinge le wearable technologies ‒ le tecnologie indossabili ‒ al limite, usando i sensori non come semplici rilevatori di uno status ma come mezzi per costruire una relazione attiva tra corpo e indumento. Nascono così creazioni affascinanti e bizzarre, a metà strada tra abito e installazione d’arte, come il Synapse Dress, con una serie di led che si attivano grazie alle onde cerebrali di chi lo indossa, o lo Spider Dress, che reagisce, al pari di un ragno, attaccando chi si avvicina troppo ed è formato da 40 componenti tecnologiche stampate in 3D e assemblate in circa 60 ore di lavoro.

Anouk Wipprecht, progetto di abito stampato in 3D per Audi
Anouk Wipprecht, progetto di abito stampato in 3D per Audi

Come ti sei avvicinata al mondo della moda e a quello della robotica, e come è nata l’idea di far collidere questi due universi apparentemente così distanti?
Tutto è cominciato quando avevo 14 anni e ho iniziato a studiare la moda in maniera più tradizionale, dal cucito alla sartoria e all’abbigliamento femminile. Due anni dopo ho scoperto la robotica e ho cominciato a cercare di integrarla nella moda, per esempio legando dei computer al corpo e cercando di far muovere i tessuti. Ho capito presto il potenziale espressivo e comunicativo della moda, però volevo renderla digitale, elettronica e interattiva piuttosto che meramente analogica. Questo accadeva all’inizio degli Anni Zero, oggi faccio questo mestiere da circa 12 anni e ho al mio attivo 37 abiti e disegni, tutti basati sulla tecnologia e in grado di interagire in vari modi con il corpo e l’ambiente.

Il tuo Spider Dress ha fatto parte della recente mostra Hello, Robot! al Vitra Museum di Weil am Rhein. Qual è l’ispirazione dietro questo progetto?
Lo Spider Dress nasce da una riflessione sullo spazio personale, quello che circonda il nostro corpo. Un elemento che non viene esplorato spesso. La robotica mi ha permesso di creare un sistema che protegge colui o colei che lo indossa da intrusioni esterne. Ho preso il comportamento tipico degli animali e l’ho prestato al mio sistema – ad esempio, quando qualcuno si avvicina, il vestito lo attacca letteralmente grazie alle zampe meccaniche che si trovano sulle spalle. È piuttosto folle, certo, però dice delle cose sul consenso: se disponiamo di un attrezzo che rileva quando qualcuno cerca di avvicinarsi troppo a noi, questo ci rende più forti?

Anouk Wipprecht indossa lo Spider Dress
Anouk Wipprecht indossa lo Spider Dress

Qual è l’obiettivo? Si tratta di una provocazione, di un appiglio per una riflessione teorica su quella che è la nostra “zona di comfort” o di una sorta di armatura?
Si tratta soprattutto di un sistema che lavora per noi. Come dico sempre, la tecnologia è arrivata nelle nostre vite per aiutarci, anche se spesso al giorno d’oggi finisce per rappresentare una fonte di stress. Quando accendo il cellulare, per esempio, mi viene quasi un infarto per la mole di messaggi e notifiche. Mettendo elementi tecnologici a contatto con il corpo e usandoli come interfacce possiamo dare vita a una tecnologia che ascolta davvero il corpo e agisce, per esempio, sulla base dei nostri livelli di stress o di attenzione.

Consideri il tuo lavoro una forma d’arte e i tuoi lavori come installazioni che si possono indossare?
Credo che sia arte, sotto certi aspetti, ma soprattutto ricerca. Se, e poiché siamo in grado di creare tecnologie indossabili, dobbiamo chiederci quale impatto queste tecnologie possano avere sulla società, dal punto di vista anche emotivo e culturale. Che tipo di abiti indosseremo in un futuro in cui, come si prevede, gli oggetti di tutti i giorni saranno sempre più intelligenti e dotati di dispositivi tecnologici integrati? E, domanda forse ancora più pertinente, come socializzeremo in un mondo sempre più diretto dalla tecnologia? Ognuno dei miei progetti cerca di sviscerare uno dei differenti aspetti di questa questione.

Anouk Wipprecht, Drink Bot Dress. L’abito serve un drink solo a chi non invade lo spazio vitale della persona che lo indossa
Anouk Wipprecht, Drink Bot Dress. L’abito serve un drink solo a chi non invade lo spazio vitale della persona che lo indossa

Come evolverà la moda nei prossimi anni? Anche i nostri vestiti conterranno sempre più elementi elettronici o robotici?
Si tratterà soprattutto di tessuti elettronici con sensori e attuatori integrati. Questo apre altre questioni, legate per esempio al lavaggio: laveremo i nostri vestiti elettronici nelle attuali lavatrici basate sull’acqua oppure svilupperemo nuove macchine per pulirli? O ancora all’approvvigionamento energetico: quale nuovo tipo di batterie creeremo per i nostri abiti e accessori elettronici? Alla manutenzione: che cosa succederà se si rompono, li manderemo a riparare, oppure saremo in grado di aggiustarli o addirittura riprogrammarli da soli? Al netwoking: che cosa succederà se il nostro algoritmo si basa su determinati dati e se questi dati sono inaccessibili perché ci troviamo, per esempio, in mezzo al mare o nel deserto? Alla privacy: a chi appartengono tutti questi dati? E soprattutto: come possiamo fare in modo che tutte queste nuove invenzioni siano sane, sicure e sostenibili?

Giulia Marani

www.meetthemediaguru.org

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Giulia Marani
Classe 1983, genovese di nascita e di cuore. Dopo la laurea in comunicazione all’Università degli Studi di Milano, soccombe al fascino di Parigi, dove vive per sei anni, lavorando come ufficio stampa in ambito editoriale e nella redazione della rivista di architettura e design Architectures à vivre.