Uomini, donne, disabili o persone colpite da malattie neurologiche. Il designer canadese ha contribuito fin dalle prime fasi alla progettazione di un museo studiato per rendere l’esperienza di visita fruibile nello stesso modo da qualunque utente. Lo abbiamo incontrato a Milano, dove ha raccontato il suo lavoro al pubblico di Meet The Media Guru.

Situato in un edificio dalle forme sinuose nel centro di Winnipeg, a un centinaio di chilometri dal confine con gli Stati Uniti, il Canadian Museum for Human Rights, inaugurato nel 2014, è un grande esperimento di inclusive design. Fin dalle primissime fasi di progettazione, un team multidisciplinare si è interrogato non soltanto su come promuovere i diritti umani proponendo contenuti interessanti per il pubblico, ma anche su come accogliere qualunque tipo di visitatore fornendo a ciascuno un’esperienza ricca e completa. Il risultato è stato raggiunto grazie a un mix di tecnologia e soluzioni più tradizionali.
Se molti sforzi sono stati fatti per rispondere alle esigenze dei visitatori disabili ‒ una condizione che comunque riguarderà una fetta sempre più ampia della popolazione canadese dato l’aumento della durata della vita ‒, alcuni accorgimenti rispondono anche alle differenze linguistiche, culturali e di genere. Non ci sono bagni per uomini e per donne, per esempio, ma soltanto bagni, neutrali dal punto di vista del gender e privi di simboli sulla porta. Tutti i testi in francese riportano il maschile e il femminile (“les Canadiens/les Canadiennes”), seguendo la regola della “scrittura inclusiva”. Le mostre, prodotte dal museo o scovate in altre parti del mondo e adattate in modo da raggiungere i suoi standard di interattività e inclusione, spaziano su vari temi e raccontano storie per lo più intangibili, dall’Olocausto ai genocidi della storia passando per la condizione dei popoli indigeni del Canada. L’importante è trasmettere un messaggio positivo e mettere l’accento su ciò che ciascuno di noi può fare, nel suo piccolo, per cambiare le cose.
Per saperne di più su questo approccio abbiamo intervistato Corey Timpson, a lungo vicepresidente del Canadian Museum for Human Rights e uno dei massimi esperti mondiali di inclusive design e di design applicato alla progettazione culturale, a Milano per una lectio organizzata dalla piattaforma Meet The Media Guru. Ci ha raccontato le primissime fasi del progetto, ideato dall’imprenditore e filantropo Israel Asper e portato avanti, dopo la sua morte, dalla famiglia con l’aiuto di una squadra di professionisti del settore museale, e ci ha spiegato la sua visione in cui reale e digitale si tengono per mano.

Corey Timpson
Corey Timpson

L’INTERVISTA

La progettazione del Canadian Museum for Human Rights di Winnipeg ha integrato fin da subito l’approccio dell’inclusive design. Come è nata l’idea?
Ben prima dell’apertura del museo ‒ nel 2010, al momento di studiare la nostra strategia e disegnare un primissimo schizzo della struttura ‒ abbiamo invitato a sedersi attorno a un tavolo con noi una sessantina di persone: rappresentanti delle istituzioni, ma anche cittadini canadesi con disabilità e attivisti. Abbiamo ascoltato critiche anche molto pesanti da parte di persone che sostenevano di non frequentare i musei perché questi non avevano mai avuto niente da offrire loro, e abbiamo deciso di sfruttare questo scambio di opinioni come un’opportunità per fare qualcosa di diverso. Sarebbe stato paradossale che proprio un museo dei diritti umani non si preoccupasse di rispettare i diritti di tutti.

Materialmente, come riuscite a offrire a tutti la stessa esperienza di visita?
Si parla molto di accessibilità, che è uno dei prodotti di un approccio ispirato all’universal design. Noi abbiamo fatto uno step in più e sviluppato una metodologia di progettazione inclusiva che si applica a tutti i vettori della differenza umana. In molti casi ci aiuta la tecnologia, che ci ha permesso per esempio di associare a ogni materiale un certo numero di contenuti digitali: video o descrizioni audio in inglese e francese, sottotitoli in entrambe le lingue, traduzioni nella lingua dei segni americana e in quella del Québec… Alcuni elementi delle mostre sono puramente visuali, ma abbiamo studiato delle esperienze alternative per i non vedenti. Abbiamo tradotto mostre di fotografia in esperienze audio-tattili in modo che possano “vederle” con le mani e con le orecchie.
Non sarà una fruizione identica a quella degli altri visitatori, ma è un’esperienza disegnata appositamente per loro ed è più coinvolgente di una mera descrizione.

Nel museo ci sono ben 94 installazioni digitali, a che cosa servono?
È un bel numero, però si tratta per lo più di componenti digitali integrate nell’ambiente e non per forza riconoscibili come tali. Ci sono strumenti che somigliano alle tradizionali audioguide ma permettono ai visitatori di reagire indicando il proprio gradimento o stato d’animo, e persino di vedere come si sono sentiti gli altri visitatori. Ci sono piccoli trasmettitori, o iBeacon, inseriti in dispositivi fisici chiamati Universal Access Point e posti accanto a ogni opera, che interagiscono con uno smartphone e permettono di accedere a contenuti aggiuntivi. Abbiamo dei videogame e strategie di gamification pensate per interagire con il pubblico più giovane, per esempio un gioco che spiega a ragazzi delle superiori come diventare “agenti del cambiamento”.

Canadian Museum for Human Rights, Winnipeg
Canadian Museum for Human Rights, Winnipeg

Quante persone visitano il museo ogni anno? Sa dirci quante di queste hanno una qualche forma di disabilità?
Il museo riceve tra 200 e 300mila visitatori l’anno ma non sappiamo quanti tra loro abbiano una qualche forma di disabilità perché è un’informazione che non viene richiesta o registrata. Lo sappiamo soltanto se sono loro a dircelo. Quello che abbiamo capito, però, è che se l’accessibilità è integrata alla progettazione l’usabilità sarà maggiore per qualunque categoria di utente. Per esempio, ci siamo accorti che i corrimano più bassi pensati per i visitatori in carrozzina sono molto apprezzati anche dai bambini. Una foto alla quale tengo molto, scattata al museo, raffigura un padre e la sua bambina che si aggrappano ai doppi corrimano ‒ lui al più alto e lei al più basso ‒ e nello stesso tempo si tengono per mano. In ogni caso, la questione della disabilità ci riguarda tutti perché la popolazione invecchia ed è stato calcolato che una persona su tre si troverà a fare i conti con problemi di questo tipo nell’arco della vita. Secondo le stime degli esperti, entro il 2050 questo sarà vero per una persona su due.

Ha da poco lasciato il museo di Winnipeg e collabora come consulente con importanti musei internazionali, può dirci su che cosa sta lavorando?
Ho accordi di riservatezza con la maggior parte delle istituzioni con cui lavoro, però posso dire che la maggior parte dei progetti che arrivano sul mio tavolo ha a che fare con l’inclusive design, le strategie digitali e lo storytelling multimediale e multisensoriale. Ho appena completato un lavoro per lo Smithsonian [il più grande complesso di musei al mondo, con una sede principale a Washington e 19 satelliti in altre città e Paesi, N.d.R.], le cui linee guida per l’accessibilità e l’inclusione sono state per un ventennio lo standard seguito da tutti. L’interesse per questi argomenti è molto alto perché i musei stanno diventando più sofisticati. Anche le aspettative del pubblico sono cresciute.

Giulia Marani

https://humanrights.ca/
www.meetthemediaguru.org

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Giulia Marani
Classe 1983, genovese di nascita e di cuore. Dopo la laurea in comunicazione all’Università degli Studi di Milano, soccombe al fascino di Parigi, dove vive per sei anni, lavorando come ufficio stampa in ambito editoriale e nella redazione della rivista di architettura e design Architectures à vivre.