Brain Drain. Parola a Marco Castellazzi

Project Manager di ae.Concept, agenzia che si occupa di creative marketing, Marco Castellazzi, classe 1977 e originario di Mirandola, sta attraversando l’Indocina da quasi un lustro. Dalla Cambogia alla Tailandia, passando per il Vietnam. E l’immagine che ha dell’Italia, ma soprattutto degli italiani, non ha fatto che peggiorare. Il perché lo spiega in questa intervista.

Perché hai lasciato l’Italia?
Per motivi professionali, ma anche per trovare un diverso modo di vivere: da una parte in Italia non c’è lavoro e la volontà di crearne. Impossibile pensare alla carriera. Impossibile fare impresa. È sopravvivenza allo stato brado. Più di tutto non sopportavo l’ambiente lavorativo, superficiale e approssimativo, regolato da logiche di potere che poco o nulla hanno a che fare col merito. Insopportabile che i migliori siano i più ostacolati. È una cultura della mediocrità che premia la mediocrità. Cercavo un’idea diversa di vita: un mondo meno consumista, non ossessionato dalla modernità e dalla tecnologia (di cui oggi siamo schiavi), più umano e spirituale. Ho trovato nel buddismo la risposta.

Cosa fai in Tailandia?
Dopo tre mesi in Cambogia, un anno in Vietnam, ora vivo da due anni in Tailandia, lavorando sempre nel marketing e comunicazione per un’agenzia di viaggi italiana. Sto mettendo in piedi una piccola azienda di marketing in società col mio ex capo.

Dopo anni di lavoro in Indocina, quali sono gli insegnamenti che hai raccolto?
L’oppressione sociale ed economica che gli italiani stanno vivendo è molto più grande di quanto pensino. Non ne hanno ancora piena coscienza. Un’esistenza migliore si basa sulla fiducia, sull’onestà, la vita non è la lotta per la sopravvivenza a cui ci hanno convinto: nessun atto di prepotenza può essere legittimato, ma è il singolo che lo deve capire per poter fare la differenza. Come agenzia di viaggi, ogni giorno abbiamo la possibilità di misurare la condizione degli italiani osservandoli in vacanza: nella maggior parte dei casi c’è da vergognarsi di loro, e noi siamo i primi a soffrirne. Paradossalmente, se da una parte l’attuale condizione del nostro Paese produce per lo più persone immature, ignoranti e negative, il confronto con le altre culture mi ha portato a essere un patriota convinto. La cultura italiana è una spanna sopra le altre. La nostra millenaria tradizione ci dota di un’innata comprensione della qualità della vita, della bellezza e delle cose che contano veramente; tutto il made in Italy si basa su questo, sulla piena consapevolezza del valore della qualità. Non è un caso che eccelliamo nei prodotti di lusso e perdiamo nell’economia di scala (leggasi globalizzazione), per cui vince il prezzo più basso per prodotti impresentabili. Noi italiani facciamo davvero fatica a produrre pessime cose.

Bangkok by night
Bangkok by night

Di cosa ti occupi?
Mi occupo di grafica, web, attività promozionali, scrivo contenuti… Nel contesto di una travel company, ho sempre cercato di utilizzare questi strumenti per favorire la comprensione delle diversità culturali. Non fare semplicemente business, ma dare valore aggiunto, è sempre una scelta personale, e l’efficacia delle azioni intraprese dipende molto dai clienti che ci si trova davanti e dalle loro aspettative.

Come ci sei arrivato?
Ho contattato una delle più famose guide turistiche in Cambogia. Una volta constatata la mia seria volontà di confrontarmi con questo mondo – non un semplice capriccio temporaneo – mi ha introdotto nell’agenzia turistica per cui lavorava.

Come si lavora in Indocina?
La mentalità asiatica rappresenta la più grossa difficoltà, molto poco professionale e non ancora sviluppata in termini di efficienza e praticità. Ad esempio, siccome sono orgogliosi, è fondamentale per loro non perdere mai la faccia. Ciò significa che sovente mentono e non ammettono mai gli errori. Ma ogni Paese ha una storia a sé. Il lato positivo è che lo stress è minore, ci si prende meno sul serio e la vita scorre più tranquilla, senza contare che si vive in Paesi deliziosi dal punto di vista naturale.

Quali sono i luoghi per la formazione, l’aggiornamento, la cultura? 
Non esistendo qui la comprensione e la ricezione della cultura come da noi, non ci sono luoghi imprescindibili: non dimentichiamoci che si tratta di Paesi del terzo mondo, per cui la più sentita influenza occidentale è rappresentata dal consumismo, accolto a braccia aperte. Un fenomeno comprensibile, considerato che si tratta di persone che non hanno mai avuto quasi nulla. La massima aspettativa è girare per i centri commerciali e sognare di comprare tutto quello che vedono. Per tal motivo, i luoghi, i tempi e i modi della cultura pressoché non esistono. Questo ha un lato positivo: il terreno è vergine per lo sviluppo di qualsiasi iniziativa.

Vietnam
Vietnam

Guardiamo ad esempio la Cambogia, il regno delle Ong: i khmer rossi hanno spazzato via l’intera cultura/tradizione del Paese, per cui, terminata l’occupazione, tutto l’Occidente si è precipitato qui per porre rimedio; attualmente le attività promosse a Phnom Penh dal centro culturale francese e da quello tedesco sono molteplici e di alta qualità; chiunque può presentarsi per promuovere qualcosa che ridia vita alla cultura khmer e infonda maggior consapevolezza alla popolazione. Ovviamente i principali fruitori di queste iniziative rimangono occidentali, per cui spesso si corre il rischio di essere autoreferenziali, ma sono ammirevoli gli sforzi fatti: i locali ne beneficeranno nel lungo termine.

Quali opportunità per studiare, viaggiare, lavorare, trovare fondi?
Studiare non direi, considerato il basso livello delle istituzioni, semmai uno studente può venire per farsi un’esperienza di vita, e gli italiani ne avrebbero proprio bisogno. Viaggiare, lavorare e trovare fondi sono delegati all’iniziativa personale, opportunità ce ne possono essere ma bisogna darsi da fare.
Per quanto riguarda l’Italia, l’aiuto offerto dal nostro Paese è praticamente nullo, senza contare come persino i servizi dell’ambasciata siano una barzelletta rispetto, ad esempio, a quella spagnola o di altri Paesi europei che vengono incontro ai propri cittadini.

Quali modelli per una professione culturale?
In Cambogia mi sono scontrato con gli ideali di tanti che qui giungevano per cambiare il mondo, volendo migliorarlo senza comprendere la realtà e le problematiche di coloro che venivano ad aiutare. Mi sono accorto di come il tempo sia il problema principale di qualsiasi iniziativa o politica culturale, poiché gli effetti di ogni azione intrapresa si possono misurare solo nel lungo termine. In ogni caso, sono convinto che l’apporto della politica rimanga fondamentale, specie in Asia.

Cosa pensi delle politiche culturali italiane e cosa di quelle indocinesi?
Perdonami, faccio fatica a vedere politiche culturali italiane, mentre quelle indocinesi non esistono proprio, a meno che non siano la celebrazione della tradizione. Penso al lavaggio mentale collettivo del partito comunista in Vietnam, che altro non è che attività di consolidamento del potere esistente.

Tornerai?
Ne riparliamo fra dieci anni, forse più: non voglio nemmeno pensare a quanto tempo ci vorrà per risorgere dalla devastazione economica inflitta al nostro Paese col beneplacito dei partiti, per rimediare allo stato di ignoranza in cui viene tenuto volontariamente il popolo italiano. Paradossalmente, questi Paesi del terzo mondo, governati da pseudodittature o oligarchie, sono più liberi che non l’Italietta nostra, spacciata per democrazia del primo mondo, ma nei fatti ben lontana dal potersi definire tale.

Neve Mazzoleni

www.ae-concept.com

Articolo pubblicato in versione ridotta su Artribune Magazine #21

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

 

CONDIVIDI
Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni ha una laurea in Lettere Moderne - Storia e Critica delle Arti conseguita all'Università degli Studi di Milano, un master in Management of Art and Culture della Trentino School of Management e un master in Social Innovation, Social Business & Project Innovation (MES) di ASVI Social change. Dal 2006 lavora per UniCredit come art manager e curatrice della collezione corporate. Scrive per il Giornale delle Fondazioni, Arte&Impresa, CheFare. Ha scritto per Fizz, Tafter e Doppiozero. È iscritta alla seconda laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Milano.