Brain Drain. Parola ad Antonio Geusa

Partenza dalla provincia di Lecce, con una laurea in lingue in tasca e la conoscenza di inglese e russo. Primo approdo: Londra. Dove sboccia l’amore per l’arte contemporanea (e il cinema). E, al momento di scegliere il tema del dottorato, basta fare la somma; risultato: la videoarte russa. Da studiare a Mosca. Su questo numero, l’intervista è ad Antonio Geusa, curatore e docente.

Antonio Geusa

Da quanti anni vivi a Mosca? Come ci sei arrivato?
A novembre spengo undici candeline. A Mosca ci sono arrivato per colpa di una moneta da 100 lire. Finito il liceo, la ragione mi aveva spinto a iscrivermi a Scienze informatiche, il cuore però dopo poco ha preso il sopravvento e mi ha dirottato verso Lingue e letterature straniere. Inglese come prima scelta. Per la seconda ho tribolato un paio di settimane, sino a quando, novello Pilato, ho fatto scegliere al lancio della moneta. Il russo ha vinto il destino.
Con la laurea sul petto, sono emigrato a Londra, dove il tarlo dell’arte contemporanea mi ha lusingato e mi ha portato a prendere prima una laurea in Media Arts e poi a continuare con “le sudate carte” con un PhD. Al momento della scelta di un tema di ricerca, i giorni passati a mangiare pane e letteratura russa sono tornati a pulsare fortemente nella mia testa. E Russia è stata! Armi e bagagli per Mosca, con la missione di scrivere la storia della videoarte russa.

Il tuo lavoro è diverso da come lo facevi in Italia?
Radicalmente diverso. Le ossa del curatore me le sono fatte in Russia. Conseguita la laurea e portato per un anno l’elmo di Scipio, mi sono trasferito a Londra, dove ho vissuto sei anni. Affitto, luce, acqua e gas li pagavano il know-how appreso all’università in Italia, prevalentemente traduzioni. Il rispetto per il cinema – per me, come per Mayakovsky, non un divertimento ma una concezione del mondo – mi ha spinto oltre l’ingresso della facoltà di Media Arts della Royal Holloway, University of London. E qui il cinema è rimasto una cotta e l’arte contemporanea un amore del tipo che ti viene il magone se non ti sta accanto.

Di quali opportunità hai fruito in Russia?
La mia campagna di Russia da Londra aveva l’incentivo di una borsa di studio che copriva le tasse universitarie del mio PhD, il resto però olio di gomito. A barili! Riguardo ai riconoscimenti professionali, due anni fa il Ministero della Cultura russo e il Centro Nazionale di Arte Contemporanea mi hanno premiato come miglior storico dell’arte-critico-teorico dell’anno per il mio lavoro sulla storia della videoarte russa.
Tuttavia per me il riconoscimento principale è l’esser diventato parte integrante della comunità di arte contemporanea russa. Il rispetto sincero che molti miei colleghi e artisti hanno nei miei confronti sono la medaglia che risplende di più delle altre sul mio petto.

Antonio Geusa, Sergei Shutov, Gor Chakhal
Antonio Geusa, Sergei Shutov, Gor Chakhal

Quali i circoli dell’arte? Dove ti tieni aggiornato? Quali gallerie, musei, riviste, realtà, siti web, scuole?
Credo che la formula più veritiera sia quella classica: “Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio cose…”. Nel nostro mestiere non si possono fare le rivoluzioni dal letto di casa. Il motivo è molto semplice: il processo è sempre più importante del prodotto. Fattore chiave è la discussione. Oltre alle mostre che organizzo, uno stimolo importante per me sono le mie lezioni, prevalentemente sulla videoarte. Dai miei studenti, così come dal pubblico che viene ad ascoltarmi, riesco sentire a che ritmo l’arte contemporanea intorno a me pulsa.

Cosa c’è in Russia che manca in Italia e viceversa? Com’è il mercato dell’arte?
Credo che uno degli aspetti positivi della “situazione” russa sia l’essere alquanto giovane. Sino all’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991, non esistevano spazi d’arte contemporanea aperti al pubblico. Produzione e fruizione erano relegate nella semi-clandestinità dello studio o dell’appartamento degli artisti che non obbedivano alle regole del Realismo socialista – “Sorridi, stiamo costruendo il Paese più felice del mondo!” – imposte dallo Stato. Ci sta dunque una certa energia consona all’esser “giovane” e una maggior voglia di sperimentazione.
Riguardo al mercato, francamente non lo conosco bene. Tutti i miei progetti sono non profit. Non nascondo però di tanto in tanto mi imbatto in qualche prefica, ma di rado rimango ad ascoltare i loro lamenti.

Cosa suggerisci ai colleghi che lavorano in Italia? Cosa a chi volesse migrare in Russia?
Suggerisco di non farsi spaventare dalla barriera linguistica. L’arte contemporanea russa è uno splendido animale. Selvaggio per molti aspetti, ma non pericoloso. Basta avere la pazienza di conoscerlo e di farsi conoscere. A chi pensa a un’eventuale migrazione, dico solo di esser pronti ad accettare l’assurdo – sia chiaro, in piccole dosi – come ingrediente necessario. Se poi si vuole una metafora, allora è come nei versi di Camillo Sbarbaro: la vita in Russia è un continuo “inseguire farfalle lungo l’orlo d’un precipizio”.

Neve Mazzoleni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni ha una laurea in Lettere Moderne - Storia e Critica delle Arti conseguita all'Università degli Studi di Milano, un master in Management of Art and Culture della Trentino School of Management e un master in Social Innovation, Social Business & Project Innovation (MES) di ASVI Social change. Dal 2006 lavora per UniCredit come art manager e curatrice della collezione corporate. Scrive per il Giornale delle Fondazioni, Arte&Impresa, CheFare. Ha scritto per Fizz, Tafter e Doppiozero. È iscritta alla seconda laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Milano.