La donazione Paolo Vallorz

Rovereto - 01/07/2011 : 13/11/2011

La mostra presenta un’ampia selezione di dipinti che ricostruisce l’intero percorso artistico di uno dei più importanti pittori trentini contemporanei. Una parte di queste opere provengono da una precedente donazione dell’artista, che risale al 1993.

Informazioni

Comunicato stampa

Al Mart, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto,
dal 2 luglio al 13 novembre, un’importante mostra celebra un grande artista contemporaneo europeo, strettamente legato alle proprie radici trentine.
Paolo Vallorz, nasce a Caldés (Trento) nel 1931, ma vive a Parigi da sempre. Ha studiato all'Accademia di Belle Arti di Venezia e all'Accademia Libera di Montparnasse e ha percorso la storia dell’avanguardia artistica internazionale, frequentando artisti e critici del calibro di Ives Klein, Alberto Giacometti, Alberto Burri e Pierre Restany

Il suo segno distintivo è una personalissima pittura figurativa nella quale vivono i colori, le luci e i profumi della sua terra.
"Sono nato tra gli alberi multicolori della Val di Sole – ha scritto l’artista – valle baciata da acque limpide e fresche. Ho fatto la mia esperienza informale e concettuale, ma me ne sono ritratto avvilito e scontento. Sono ritornato alla vita, alla natura, ai fiori".
La donazione Paolo Vallorz, visitabile a Rovereto dal 2 luglio al 13 novembre, presenta un’ampia selezione di dipinti che ricostruisce l’intero percorso artistico di uno dei più importanti pittori trentini contemporanei. Una parte di queste opere provengono da una precedente donazione dell’artista, che risale al 1993.
Nel complesso, le due donazioni rappresentano un patrimonio importantissimo per il Mart. “Il nucleo del 1993 – dichiara Gabriella Belli – ci ha permesso di realizzare molte esposizioni, ma questa seconda, generosa donazione, rende possibile mostrare e valorizzare al meglio l’opera di un artista dalla straordinaria coerenza. In oltre sessant’anni di attività, Paolo Vallorz ha sviluppato un percorso artistico che è sempre andato contro ogni moda o regola economica, contro ogni mercificazione dell’arte.”
La mostra La donazione Paolo Vallorz, si avvale della direzione scientifica del direttore del Mart, Gabriella Belli e dei contributi critici (nel catalogo pubblicato da SilvanaEditoriale) di Jean Clair e Vittorio Sgarbi e una biografia di Franco de Battaglia.
Anni di amicizia legano l’artista trentino a Vittorio Sgarbi, che si interessa all’opera di Vallorz già dagli anni Ottanta e nel 1989 ne cura una doppia mostra nelle gallerie milanesi Compagnia del Disegno e Bergamini. E’ quindi questa l’occasione per aggiornare, in un contesto museale, una riflessione critica sull’opera del pittore trentino. Nel 1989 Sgarbi scriveva: “ciò che interessa a Vallorz non è dipingere l'aspetto delle cose, l'apparenza e i paludamenti dei corpi, ma il respiro, il calore, gli umori”. Questa riflessione è ora ulteriormente sviluppata da Sgarbi, che aggiunge un nuovo tassello alla propria interpretazione critica. Ricordando una dichiarazione dell’artista (“Mi interessa che la pittura sappia trovare il linguaggio che la lega alla società: non alle minoranze che guidano le società, ma alla gente che compone una certa società.”), Sgarbi vede nel vincolo di sentimenti con la propria terra l’essenza della pittura di Vallorz: “Ogni volta che dipinge Vallorz torna nella sua valle, con la mente, con la memoria, e si commuove
[…] I dipinti portano la sua commozione, ce la trasmettono, ma non vogliono dire niente di più. […] un calore di emozioni semplici che il pittore è in grado di sentire per tutti quelli che quelle stesse cose vedono e sentono ma non riescono a trasmettere. Questo è il pittore: la voce di tutti”.
Nel testo di Jean Clair, già direttore del Museo Picasso di Parigi e oggi membro della prestigiosa Accademia di Francia, un’analisi rigorosa e approfondita sgombra il campo da un “equivoco”: quello di dedurre che il recupero da parte di Vallorz di generi considerati superati come il ritratto, la natura morta, il paesaggio, sia sufficiente a relegare l’artista in una condizione di marginalità. Vallorz corre il rischio, secondo il critico francese, “di passare per un pittore modesto, arretrato, marginale, un po’ poeta, un po’ contadino, un po’ ingenuo, un po’ scaltro che, seppur dotato, si lascia tuttavia andare alla facilità del dipingere.” Il motivo per cui questo giudizio precipitoso non è accettabile, è argomentato da Jean Clair che sottolinea innanzitutto una complessità psicologica evidente nella vicenda biografica di Vallorz, che in quarant’anni di soggiorno parigino ha dipinto, allo stesso tempo, paesaggi urbani e cime alpine. E soprattutto, Jean Clair vede nella pittura di Vallorz una reazione meditata e consapevole al processo di riduzione della pittura allo sguardo operata da buona parte delle avanguardie del Novecento. “Se [il pittore] vede il mondo ciò avviene, come per me e per voi, anche attraverso l’intero suo corpo, le sue mani, la sua epidermide, i movimenti delle membra, non solo attraverso la retina. Vedere, ma anche pensare, riflettere, percepire. […] [La pittura di Vallorz] è dunque rimasta fedele agli oggetti e agli effetti che questi ultimi producono su di noi.” Sotto questa luce, Jean Clair vede Vallorz come continuatore di una tradizione pittorica che “rispetta ciò che vediamo”, sulla strada aperta da Courbet, Manet e Balthus.
Infine, il saggio di Franco de Battaglia inquadra la riflessione critica approfondendo la vicenda biografica di Vallorz. Tra episodi fiabeschi nei boschi in una Val di Sole fuori dal tempo e vagabondaggi nella bohéme parigina degli anni Cinquanta, emerge la figura di un artista dalla sincerità disarmante, che si è imposto di fermarsi e “ricominciare daccapo” ogni volta che ha sentito di tradire la realtà “inciampando nelle teorie”.