Donne senza uomini

Torino - 27/05/2011 : 16/07/2011

La galleria In Arco è lieta di presentare Donne senza uomini, esposizione che mette a confronto quattro grandi interpreti della fotografia internazionale negli ultimi trent’anni.

Informazioni

Comunicato stampa

La galleria In Arco è lieta di presentare Donne senza uomini, esposizione che mette a confronto quattro grandi interpreti della fotografia internazionale negli ultimi trent’anni.
Candida Höfer (Germania, 1944) indaga con stile documentario luoghi di incontro e di riunione in condizione di totale assenza dell’uomo. Per quanto forme e strutture esaminate si somiglino, nessun luogo è però mai uguale all’altro. Il piacere dell’archiviare ambienti e situazioni crea infatti una nuova organizzazione dello spazio che si dimostra sempre variegata nei raffinati scatti fotografici dell’artista

I suoi lavori non vogliono mostrare la realtà oggettiva ma situazioni, superfici, atmosfere e oscillano tra l’inventario e la rappresentazione, tra il concetto e l’utilizzo pratico.
Nelle sue immagini, fondate su vuoti assoluti e luminosi, il grande assente è sempre l’uomo, abitante e artefice primo di spazi, ambienti ed interni che rivelano indizi della sua presenza e della sua essenza, del suo vivere sociale e anche politico. In tal modo la ricerca della Höfer passa ad un livello interiore di indagine, interrogandosi anche sul bisogno di artificio continuamente inseguito dagli uomini, con uno sguardo lucido e senza pregiudizi.
Vanessa Beecroft (Genova, 1969) ha prodotto, sin dall’inizio della sua ricerca, una lunga serie di performances che affondano le radici nella pittura e nella scultura antica, scegliendo e prendendo per questo all’inizio, ma non solo, performer dalla strada, non alla stregua del neorealismo del cinema italiano, ma piuttosto ispirandosi alla fase successiva, a quel realismo pittorico che fu di Pier Paolo Pasolini. Difatti, le modelle, quasi sempre esclusivamente donne, vengono anche utilizzate per fare un commento sul consumo del corpo femminile nella società dello spettacolo contemporaneo, che del corpo e della sua estetica ha fatto il centro della riflessione sociale. La Beecroft fa della condizione femminile l’ampio territorio della sua ricerca, utilizzando come materiale primario il corpo stesso della donna. È con questo mezzo che affronta alcuni degli aspetti più controversi della realtà sociale e culturale contemporanea tra cui il rapporto con il cibo e la sessualità e l’ossessione per la bellezza e la forma fisica, fino alle sue conseguenze più tragiche che sfociano nell’anoressia. La Beecroft tende ad affrontare in modo diretto i temi centrali della cultura contemporanea come il corpo e la sessualità, l’identità e la molteplicità, mescolando fascino glamour alla storia dell’arte.
Francesca Woodman (Usa, 1958-1981) rappresenta il disagio dell’adolescente che non sa accettare la naturale trasformazione, dello spirito e del corpo proiettato verso l’età adulta, che riflette la solitudine interiore e la coscienza dolorosa della propria esistenza. Lei stessa è modella in quasi tutte le sue fotografie, tese a rappresentare ed esprimere l’identità femminile in quella particolare età che va dall’adolescenza alla prima fase adulta. La figura di Francesca si smaterializza attraverso il movimento rapido del corpo che diventa un mezzo per esprimersi come gli oggetti che la circondano - guanti, scarpe con tacchi alti, lenzuola, specchi, porte - oggetti che si rincorrono l’un con l’altro in spazi vuoti illuminati da una luce che pare dissolverli. Francesca Woodman è stata una fotografa delicata e sensuale, il cui immaginario - di chiaro stampo post-adolescenziale - andava appropriandosi di quelle tematiche dove il proprio corpo veniva proiettato in atmosfere sognanti e romantiche, con profondi risvolti psicanalitici. Le sue immagini riflettono una sensibilità acuta e lacerante, quasi premonitrici di una fine drammatica e prematura.
Cindy Sherman (Usa, 1954) non indaga su se stessa come fa la Woodman, ma costruisce un lavoro sull’identità in generale. Parla di sé stessa con distacco e lavorando su gli stereotipi e sui modelli. Con raffinato e complesso gioco di travestimenti, la fotografa spazia tra le diverse tipologie di donne intente ad indagare su se stesse, quasi consapevoli dell’imminente fallimento di chi ha mancato il sogno americano; questo lavoro comprende quindi anche una riflessione sul patetico mondo dei sogni che non si riescono a realizzare. Elemento molto importante del proprio lavoro è la messa in scena dello stereotipo femminile del cinema americano, ricreando dei fotogrammi cinematografici in cui si fotografa su vari sfondi proiettati alle sue spalle, usati anche come fonte luminosa per lo scatto. L’artista tende a posare al centro del quadro per incarnare i modelli immaginari della storia della pittura figurativa, in modo deliberatamente artificiale e caricaturale. Nei suoi personagg è possibile ravvisare un carica drammatica con risvolti grotteschi ed anche sarcastici; per certi versi le sue immagini hanno una valenza surreale e fantastica che costituisce per la Sherman un vero e proprio manifesto. Questa scelta non è solo l’elezione di un motivo pittorico o poetico, ma un modo indiretto e parodistico di porre la questione dell’arte.