Complottismi Anni Novanta

Baudrillard il filosofo politico, l’antropologo, il sociologo impegnato. Studioso di estetica, raramente. Poi accade che tutti vanno pazzi per simulazioni e simulacri, e lui diventa una star. Che però si ribella a chi lo celebra. Salvo poi… “Il complotto dell’arte” torna in libreria.

Jean Baudrillard

Come doveva avvenire qualche anno dopo con L’esprit du terrorisme, pubblicato su Le Monde il 3 novembre 2001, l’articolo pubblicato il 20 maggio 1996 su Libération da Jean Baudrillard suscitò un vespaio colossale. Si intitolava Il complotto dell’arte e ora Abscondita lo ripubblica insieme a un saggio più approfondito (Illusione, disillusione estetiche, 1994) e a una serie di interviste precedenti (A partire da Andy Warhol, 1990) e successive (Non ho nostalgia dei vecchi valori estetici e La Commedia dell’arte, entrambe del 1996), con una postfazione di Sylvère Lotringer.
Quest’ultima individua in Baudrillard uno spirito situazionista, ma per così dire vaccinato dalla (presunta) convinzione che Guy Debord e compagni avrebbero avuto di poter prendere le distanze dalla società dello spettacolo. E così Baudrillard dapprima ispira – suo malgrado, dice lui – tutta una serie di artisti per lo più americani (da Jeff Koons ai “neo-geo”, e poi i fratelli Wachowski di Matrix), poi getta lo scompiglio con quell’articolo durissimo, e infine comincia a esporre le sue fotografie in gallerie e musei. La Lotringer lo definisce “patafisico”, ma non siamo certi che Alfred Jarry condividerebbe.
Cosa infastidisce Baudrillard? “La presunzione dell’arte” che si estrinseca nella “volontà di trascendere il mondo, di dare un’impronta eccezionale, sublime alle cose”. E così si giunge, in epoca moderna e contemporanea, a un vero e proprio “racket mentale esercitato dall’arte e dal discorso sull’arte”.

Una fotografia di Jean Baudrillard
Una fotografia di Jean Baudrillard

Quando è iniziato – o meglio, quando si è acuito – questo processo? Il colpevole è sempre lui, Andy Warhol. L’ultimo e il primo, sul crinale. È lui che porta l’arte al grado zero dell’illusione, del desiderio dell’illusione. La rende trasparente, in-significante. Teorizza e pratica il “non c’è niente da capire”, è il campione della “simulazione autentica” con le sue Campbell’s Soups. Il problema però non è questo, è ciò che avviene dopo (anche con lo stesso Warhol, quando ad esempio propone le Soup Boxes nel 1986), quando si tenta di mettere insieme i cocci e di dare uno spessore a questa patina. È qui che nasce il complotto, nei confronti dei “fruitori” così come degli operatori stessi del sistema-arte. Ed è qui che inizia quella “retrospettiva infinita” che parecchi anni dopo il critico musicale Simon Reynolds avrebbe definito retromania.
Dunque, c’è un futuro per l’arte in una “realtà virtuale” in cui “è come se le cose avessero ingoiato il loro specchio”, annullando la possibilità di qualsivoglia illusione? Forse non per l’arte, almeno per come la intendiamo ancora oggi, ovvero frutto dell’azione di un soggetto. Uno spiraglio, se così lo vogliamo chiamare, risiede nell’oggetto, nell’“oggettiva ironia” che si manifesta grazie alle tecnologie. E così torniamo alla patafisica, che in un movimento (ironicamente) hegeliano succede alla fisica e alla metafisica: “Il mondo moderno è, nella sua essenza, pubblicitario. Così com’è, sembrerebbe inventato solo per farne la pubblicità in un altro mondo”. Il problema è che gli oggetti, questi oggetti ironici, sono feticci che nulla hanno a che vedere con l’estetica. Certo, su tutto ciò si può costruire un’idea dell’arte, come fece Warhol, ma evidentemente è una strada senza uscita.

Alfred Jarry
Alfred Jarry

Ciò significa che, ancora una volta, l’arte è morta, stavolta per mancanza d’illusione? Abbiamo scavato troppo, fino al lasciar soltanto la pelle, una pelle diafana e troppo fragile per sostenere qualsiasi racconto? “Non è un mio problema”, taglia corto Baudrillard. A questo punto, si può far compiere al libro un’agile ed elegante parabola. Oppure spremersi le meningi. Non è escluso che si possa far entrambe le cose.

Marco Enrico Giacomelli

Jean Baudrillard – Il complotto dell’arte
Abscondita, Milano 2013
Pagg. 88, € 12
ISBN 9788867230013

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.