Sulle tracce dell’oscurità. 29 artisti a Berlino

Kühlhaus, Berlino ‒ fino al 30 settembre 2018. In occasione dell’art week berlinese, la Kühlhaus ospita una collettiva di ventinove artisti, alcuni dei quali italiani, ispirata al tema dell’oscurità.

Preparing for Darkness Vol 2, la mostra in corso a Berlino presso la Kühlhaus, rielabora i lutti delle società occidentali in crisi d’identità e propone il tema dell’oscurità e della malinconia come chiavi di lettura del nostro periodo storico.
Curata da Uwe Goldenstein, la collettiva presenta il lavoro di ventinove artisti, con significativo contingente nostrano. Sei gli italiani in mostra: Rudy Cremonini, Fabio la Fauci, Maurizio L´Altrella, Valentina Murabito, Nicola Samorì e Claudia Virginia Vitari.
Quando guardo la produzione artistica contemporanea, gli artisti italiani e dell’Europa orientale sembrano più resilienti nei confronti della trappola dell’arte postmoderna. Non ricorrono agli escamotage comuni tra artisti senza talento, incapaci di creare la loro visione d’arte, incapaci di creare il loro linguaggio senza alcuna sofisticazione intellettuale o capacità tecnica. Molti artisti italiani sembra siano capaci di resistere,” commenta Uwe Goldenstein, spiegando che rispetto alla prima edizione della rassegna quella attuale è, se possibile, ancora più cupa.
L’oscurità è la creazione del tuo tunnel personale, del tuo spazio intimo di resistenza contro il mondo postmoderno. Un tunnel o una caverna dove la melanconia ti mostra la strada d’uscita. Un ultimo posto sicuro”, continua Goldenstein.

Adam Bota, Rasterfahndung, 2014. Photo Credit Galerie Selected Artists

Adam Bota, Rasterfahndung, 2014. Photo Credit Galerie Selected Artists

CLAUDIA VIRGINIA VITARI E I RICHIEDENTI ASILO

Tante informazioni con le quali veniamo bombardati sono fasulle o parziali e il tutto, anche se molto vicino a noi, appare lontano, visto attraverso il filtro televisivo. La gente non sa veramente come vive una persona richiedente asilo, quali siano i suoi problemi, come funzioni la burocrazia. Per me è importante capire e far capire e informare in maniera diversa. Forse vale lo stesso anche per altri artisti, per altri ancora, invece, forse è solo un tema che va di moda”, afferma la torinese Claudia Virginia Vitari. La sua indagine passa dalla ricerca e dallo studio (Foucault, Goffman, Fanon) per capire come la struttura socio-istituzionale e come le regole influenzino l’individuo. Si sviluppa poi attraverso la partecipazione attiva alla vita degli immigrati. In cicli di lavoro precedenti aveva studiato la vita di persone in carcere o in centri di “riabilitazione psichiatrica”.
Entro a far parte di una realtà esistente in cui gli individui sono emarginati. Entro a far parte del gruppo e ci rimango per almeno un anno, collaborando e raccontando la mia esperienza e quella delle persone conosciute”,” aggiunge Vitari, che utilizza la fluidità e le trasparenze del vetro come una lente attraverso cui vedere la realtà sociale in cui viviamo.
Il metallo invece rappresenta l’istituzione, la burocrazia, che rigidamente incasella gli individui a volte anche stigmatizzandoli”, conclude Vitari.

Nicola Samorì, Soluzione, 2008 09. Photo credit Galerie Selected Artists

Nicola Samorì, Soluzione, 2008 09. Photo credit Galerie Selected Artists

NICOLA SAMORÌ, LA LUCE E IL BUIO

Il tema dell’oscurità è stato affrontato da diversi artisti in mostra. Primo tra tutti Nicola Samorì, conosciuto a molti per la reinterpretazione di classici del Cinquecento e del Seicento, in un processo tutto suo in cui scuoia il dipinto, liberandone le ombre.
Liberarsi dalla luce è piuttosto semplice: abbiamo le palpebre per questo. Liberarsi dal buio, invece, non lo è. Incontro questa difficoltà anche mentre lavoro. La luce è un fenomeno temporaneo, un intervallo fra una zona d’ombra e l’altra. Importante per me non è capire da dove viene loscurità, ma cosa ne può uscire,” ha commentato Samorì.
Mi piacerebbe essere padrone della luminosità di un pittore quattrocentesco, ma mi ritrovo sempre a brancolare nello scuro persino quando dipingo con l’affresco o quando scolpisco un blocco di statuario, e il poco bianco che uso somiglia alla mano di calce che si usava per disinfettare i lazzaretti”.
I richiami alla storia dell’arte sono forti nei lavori degli italiani in mostra. Non meno frequenti i riferimenti ad altri periodi storici ugualmente complessi a livello sociale. I parallelismi non si fanno mancare.
Il Trecento è un secolo di guerre lancinanti, di disastrose pestilenze e di grandi rivolgimenti sociali. Ciononostante (o forse proprio grazie a ciò) è anche uno dei periodi più ricchi e stimolanti dal punto di vista artistico e culturale”, hanno scritto Giorgio Cricco e Francesco Paolo Di Teodoro introducendo l’arte gotica in Italia fra Trecento e Quattrocento nel loro Itinerario nell’arte.
Nonostante le differenze sostanziali fra il Trecento e i giorni d’oggi, in termini di ragioni e reazioni alla crisi, le tensioni sociali sembrano comunque spingere o cittadini verso nuove forme di spiritualità e gli artisti verso nuove produzioni. La prolificità di Samorì ne è esempio.

Fabio la Fauci, Untitled striking a pose, 2018. Photo credit Fabio la Fauci

Fabio la Fauci, Untitled striking a pose, 2018. Photo credit Fabio la Fauci

FABIO LA FAUCI E LA CRISI DEL MODELLO CULTURALE

Il percorso artistico non è però facile o immediato. Diversi artisti, come fatto peraltro nel Trecento da personaggi quali Giotto, Simone Martini o Gentile da Fabriano, continuano a cambiare la propria residenza per affermarsi. La mobilità sembra essere chiave del successo, ora come allora.
“C’era qualcosa che non andava. Migliaia di chilometri senza andare da nessuna parte. Iniziai a mandare curriculum in giro per il mondo. Ho lasciato il Belpaese a 27 anni. Prima Barcellona, poi Londra dove ho lavorato in Saatchi&Saatchi, ora Berlino,” dice Fabio la Fauci spiegando l’utilità di cambiare spazi e luoghi per arrivare a una propria cifra stilistica.
Mentre alcuni processi artistici sono rimasti simili, il mondo dell’arte è cambiato mostruosamente rispetto al Trecento. L’artista che vuole trovare uno spazio su cataloghi e in musei, ha davanti a sé un lavoro completamente diverso.
La difficoltà è estrema: ti scontri con la storia dellarte da una lato e dallaltro hai a che fare con una competizione globale e una sovra-produzione di immagini di molti artisti talentuosi in giro per il mondo. Allo stesso tempo la crisi del modello culturale di alcuni Paesi occidentali offre nuovi temi. Lumanità è folle: mai come ora siamo pronti a modificare e ritoccare le nostre facce come se fossero dipinti e come se non facessero parte della nostra identità”, spiega la Fauci, presente in mostra con sei quadri della serie Is it you?. Nei suoi lavori, il 41enne milanese unisce la pittura di busti con volti irregolari in ceramica o pasta acrilica allo scopo di coniugare dinamismo ed equilibrio, linguaggio figurativo e astratto.
Il tema della mancanza del volto, o di una sua distorsione, è infatti presente nel lavoro di circa il 25% degli artisti coinvolti nella rassegna. Non solo Nicola Samorì e Fabio la Fauci, ma anche il rumeno Radu Belcin, l’italiana Valentina Murabito, l’austriaco Adam Bota, l’ungherese Gabor A. Nagy e il moldavo Alexander Tinei.

Sergio Matalucci

Berlino // fino al 30 settembre 2018
Preparing for Darkness Vol 2
KÜHLHAUS AM GLEISDREIECK
Luckenwalder Straße 3
www.kuehlhaus-berlin.com

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Sergio Matalucci

Sergio Matalucci

Sergio Matalucci (Milano, 1982) è giornalista e scrittore. Ha collezionato lauree in econometria, comunicazione e giornalismo probabilmente solo per viaggiare in Europa. Politica, geopolitica e relazioni internazionali sono il suo pane quotidiano; testi critici per artisti e un libro in…

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