La scure di Erdogan sulla cultura turca. 3 anni di galera alla giornalista-pittrice

Zehra Doğan è accusata di avere legami con il gruppo militante PKK. Nel dipinto incriminato ha dipinto bandiere turche sulle macerie di edifici distrutti dalle forze di sicurezza turche a Mardin

L'opera contestata a Zehra Doğan
L'opera contestata a Zehra Doğan

Della vicenda accennammo anche noi nel novembre scorso, quando l’Akademie der Künste di Berlino pubblicò una lettera aperta alla cancelliera Angela Merkel chiedendo da parte dello Stato maggiore impegno nel chiedere la liberazione di artisti, giornalisti e altre figure del mondo della cultura ancora imprigionate in Turchia a seguito del tentativo di colpo di Stato fallito a luglio 2016. La reazione governativa portò alla chiusura di tre agenzie di stampa, sedici canali televisivi, quarantacinque giornali, quindici riviste, e ben quarantasette giornalisti vennero arrestati. Fra questi – e veniamo all’attualità – Zehra Doğan, pittrice oltre che giornalista, accusata di avere legami con il gruppo militante PKK in perenne lotta per i diritti dei curdi. Lei venne arrestata il 21 luglio mentre era seduta in un bar: ma non per il suo lavoro con l’agenzia di stampa Jinha, quanto per la sua ricerca artistica. Che ora l’ha portata a una condanna a due anni, nove mesi e ventidue giorni di carcere.

L’IMMAGINE SUI SOCIAL NETWORK

Sotto accusa finirono alcuni dipinti che a detta dei fedelissimi del presidente Recep Tayyip Erdogan avrebbero messo in pericolo alcune operazioni militari in corso: uno, in particolare, che raffigurava le distruzioni causate dalle forze di sicurezza turche nel distretto di Nusaybin, nella provincia di Mardin, dove la Doğan aveva dipinto delle bandiere turche sulle macerie degli edifici distrutti. “Voglio ripetere l’insegnamento di Picasso: pensi davvero che un pittore sia semplicemente una persona che usa il suo pennello per dipingere insetti e fiori?”, ha dichiarato l’artista in una recente nota. “Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori. Nemmeno i soldati nazisti accusarono Picasso a causa dei suoi dipinti: io invece sono a giudizio a causa delle mie opere”. In base alla sentenza della Corte Penale di Mardin, non è stato tanto il dipinto a mettere nei guai la Doğan, quanto la sua scelta di condividerne l’immagine sui social network.

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