Arte pubblica, qualità urbana. Consigli per gli autisti

Questo è un articolo per non addetti ai lavori. Così l’hanno concepito i due autori. E si rivolge a coloro che fra pochi giorni dovranno amministrare Roma. E a tutti quelli che si troveranno fra le mani altre città d’arte come Milano. Sì, Milano…

Toro, Power Wash Tests per Triumphs and Laments, (2014), Ponte Margherita, Roma (foto Marcello Melis)
Toro, Power Wash Tests per Triumphs and Laments, (2014), Ponte Margherita, Roma (foto Marcello Melis)

UN ARTICOLO PER NON ADDETTI AI LAVORI
Lo diciamo subito: questo è un articolo per non addetti ai lavori, per profani, per candidati alle elezioni comunali di Roma, per intenderci, per chi vuole guidare la città d’arte più famosa al mondo e non conosce affatto i suoi veri punti di forza. Sono consigli e informazioni strategiche per quelli che vivono nel Paese dell’arte ma non sanno quale sia il valore aggiunto, enorme, concreto che l’arte aggiunge alla vita amministrativa e alle loro stesse vite, tutti i giorni, le notti, i mesi, gli anni, i secoli scorsi e quelli a venire. Consigli sugli artisti per gli autisti, i driver, i policy maker…
Aggiungiamo anche che è un articolo scritto a quattro mani da chi si occupa di arte (Francesco Cascino) e ritiene tale disciplina generatrice del senso della città, e da chi si occupa di architettura e urbanistica (Raffaele Giannitelli) e ritiene la città stessa soggetto catalizzatore di identità e creazione artistica.

C’ERA UNA VOLTA LA CITTÀ D’ARTE
Dal termine “città d’arte” si dovrebbe già capire tutto, ma ci sono sindaci e amministratori pubblici italiani che si fregiano di essere rappresentanti di questo tipo di contesti e non ricordano mai, o non hanno ben presente, che si chiamano così perché le hanno fatte gli artisti. Ai tempi delle grandi città d’arte del passato, Firenze Roma Venezia Milano (sì, Milano), non esisteva una distinzione disciplinare tra ingegneri e architetti, ma i produttori di luoghi e spazi erano “semplicemente” artisti, visionari, coraggiosi indagatori dell’ignoto come ce ne sarebbero ancora oggi, che infatti costruiscono città in tutto il mondo evoluto, solo meno star, più legati all’estetica che alla funzione.
Per fortuna, visto che i loro manufatti stanno in piedi, senza collaudi, da migliaia di anni. Perché estetica non è il termine che genera la parola estetista ma una filosofia che traduce risposte ai bisogni reali dell’uomo attraverso forme fruibili, abitabili dalla mente, dal corpo o da entrambi e che generano immagini di senso a loro volta.
Certo le megalopoli contemporanee (o città metropolitane) pongono la questione di un cambio di scala importante, ma il tema della qualità nei luoghi dove svolgiamo, assieme, tutti i giorni, il filo delle nostre esistenze, resta immutato. Inoltre possiamo giovare di una letteratura più ampia in merito alle risposte possibili, generate dalla nostra cultura e dai contesti più diversi che possiamo allineare in un database virtuale fatto di attività, geografie e sentimenti. Nella costruzione di una cattedrale, i cittadini concentravano uno sforzo collettivo di autorappresentazione in un contesto sociale e fisico, sintetizzando, con un gesto architettonico, una necessità ed un desiderio condiviso che finiva inevitabilmente per definire una identità tanto vera quanto bella, cioè armonica, attrattiva, potente.
Poiché le cattedrali si costruivano al centro della città, e visto che noi urbanisti contemporanei siamo abbastanza d’accordo che in un contesto come quello italiano, più che ampliare il sedime dei tessuti urbani occorre “rifunzionalizzare” quel che c’è, ecco che il paragone è assai calzante, visto che anche i politici iniziano a parlare di “rigenerazione urbana” come navigati professionisti dell’avanguardia.

New York
New York

RIGENERAZIONE URBANA: L’ESEMPIO DI NEW YORK
A beneficio del lettore, evidenziamo che si inizia a parlare di rigenerazione urbana a New York, negli Anni Settanta, quando la municipalità andò in default e il governo federale decise che la città se la sarebbe cavata da sola, trovando in se stessa le forze e le risorse per superare la grave crisi. Per prima cosa crearono il logo con la mela I love NY, e questo ci fa capire come la rigenerazione sostanzialmente sposta il punto di vista di chi interviene sul territorio, dagli oggetti ai desideri e sentimenti delle persone che in quel territorio vivono e che in qualche misura amano. Evidentemente l’operazione fu un successo e continua a esserlo ancora oggi, con risultati formidabili. Usando l’immagine di senso…
In sintesi possiamo dire che le città funzionano e sono belle laddove si crea una virtuosa saldatura tra chi progetta, chi le racconta perché lì vive e le immagina migliori, e chi investe sul loro futuro. Agli amministratori spetta il governo e la consapevolezza di questi processi; non è facile, ma è necessario.

TRACK RECORD
Torniamo agli strumenti di cui possiamo disporre oggi a Roma. Estetica è problem solving ma noi la chiamiamo bellezza. Quindi estetica è l’inizio e la fine di tutte le cose, dato che la mente umana, dal punto di vista neurobiologico, ragiona solo per immagini. Si capisce, quindi, quanto sia vitale produrre forme che abbiano un senso; sia che questo diventi architettura, sia che diventi design o arte, la formalizzazione intelligente di un pensiero intelligente ha a che fare con la vita e la sua evoluzione, il benessere, la felicità. La famosa Felicità Interna Lorda, immisurabile ma irrinunciabile. Capisco che gli artisti e gli operatori culturali, a quest’ora, avranno già smesso di leggere; d’altronde per noi queste sono cose scontate, ordinaria amministrazione di cui questi ordinari amministratori non ci chiedono mai niente…
Facciamo battaglie tutti i giorni per far passare questi semplici concetti sui tavoli di imprese e istituzioni che hanno perso il bandolo della matassa senza sapere che gli basterebbe fare due più due per riuscire nell’impresa.
A proposito di track record, cioè di casi di successo che hanno prodotto valore per sempre, le uniche aziende, gli unici sistemi, le uniche aggregazioni stabili di persone che non sono mai fallite, negli ultimi tremila anni, sono proprio le città d’arte. E le hanno fatte gli artisti. Da lì il nome, appunto. Ripetiamo perché conosciamo i lettori. Certo non tutti gli artisti sono in grado di concepire soluzioni politiche, amministrative, giuridiche, architettoniche, estetiche e relazionali che riescano ad armonizzare questi elementi (perché sembrano elementi distinti, invece hanno tutti la matrice dell’esperienza estetica). Per farlo ci vogliono artisti che usano certe pratiche, e ci vogliono curatori che sappiano chi sono e dove vivono; artisti che studiano e lavorano su paesaggio e antropologia, bisogni dell’uomo e risposte della natura, arte ambientale, si dice a volte, oppure arte pubblica. Termine che a uno degli artisti di arte pubblica più importanti al mondo, Alfredo Pirri, per esempio, non piace, perché per lui l’arte è sempre pubblica, anche quando è privata. E ha ragione; una città con grandi collezioni e collezionisti preparati produce bambini intelligenti, relazioni intelligenti, musei e contesti intelligenti, quindi è una città evoluta, visitata da persone mediamente illuminate e viaggiatori colti, quelli che davvero influiscono sullo scambio di sangue e di materia grigia, oltre che di impresa, che genera crescita umana a tutti i livelli, dal barbiere al banchiere, sin dalle migrazioni di 24mila anni fa. L’intelligenza si sposta dove c’è intelligenza.

La Mela Reintegrata di Pistoletto, in Piazza Duca d'Aosta
La Mela Reintegrata di Pistoletto, in Piazza Duca d’Aosta

ARTE PUBBLICA E ABITANTI
L’arte genera consapevolezza, identità e volontà, elementi irrinunciabili per migliorare le nostre città, definendo altresì criticità e potenzialità, unici elementi su cui fondare un progetto e una visione di futuro, materia sia per gli urbanisti e i pianificatori a cui forniscono vincoli e invarianti cui agganciare opportunità e progetti, sia per gli sviluppatori che, convenientemente, lavorano con punti di riferimento e obblighi certi. In un panorama dove le scelte strategiche sono finalmente condivise e non suscettibili di cambi in corsa, in grado di stravolgere i loro business plan e di conseguenza la qualità degli interventi.
Pertanto, l’arte pubblica si fa per gli abitanti, non per i turisti, perché sono gli abitanti che pagano le tasse che poi supportano l’arte. E perché sono gli abitanti che devono crescere intelligenti per attrarre investimenti, non i monumenti che devono prendere vita e sviluppare progresso… Le città d’arte, un tempo, hanno governato il mondo. Roma lo ha fatto con le armi, le altre città hanno usato l’arte. Roma è stata sconfitta… Le grandi nazioni non hanno vissuto di grandi nozioni ma di istinto informato dalle immagini di senso. Poi su tali sensazioni qualcuno ha messo in ordine i conti e i programmi. Las Vegas non partiva da un business plan ma da una comunione di intenti di persone visionarie. Il paragone è azzardato, lo sappiamo, dall’arte alle carte… ma lo diciamo per i profani affezionati più al successo che al valore: la squadra vince se capisce qual è il punto forte che unisce i giocatori, se gli abitanti di un quartiere da rigenerare o di una città da riportare alla felicità, sono i protagonisti dell’arte pubblica, non gli spettatori di graffiti solo creativi e statue che celebrano soltanto gli autori. Le città d’arte hanno vinto perché quelle forme, che oggi nei luoghi di alto profilo vengono immaginate e progettate da artisti e urbanisti insieme, parlavano degli abitanti, dei cittadini la cui anima è stata formalizzata in opere, strade e palazzi, dando la possibilità agli abitanti stessi di specchiarsi in quelle forme, ma sotto altre forme, quelle possibili, sognate, invisibili. Purtroppo il positivismo e le naturali degenerazioni degli uomini, in buona e in cattiva fede, portano poi a perdere il nesso causa effetto e a ridurre tutto al compitino da ancien régime. Ma è indubbio che la felicità dei luoghi e delle persone passa per i sensi illuminati che generano produzione, aggregazione vincente, entusiasmo, immaginazione fertile, condivisione gioiosa. Quindi, in realtà, generano affetti che producono effetti. Le crisi sono solo affettive e intellettive. Le risposte sono collettive e connettive. L’unica vera identità comune degli uomini, almeno degli italiani e dei romani, è l’arte e il suo alto, antichissimo esempio di valore immortale, immateriale e, se usiamo la testa, immobiliare.

Francesco Cascino e Raffaele Giannitelli

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Francesco Cascino
Francesco Cascino (Matera 1965), ha una laurea in Scienze Politiche e un percorso professionale di Direttore delle Risorse Umane dal 1990 al 1999 in tre primarie aziende multinazionali (Montedison – SNIA BPD – ACE Int.l). Dal 2000 è Contemporary Art Consultant e, sulla scorta di queste competenze, si occupa anche di ideazione contenuti, formazione, progettazione e management culturale per aziende e Istituzioni (Terna SpA, Deutsche Bank, Helsinn, EUR SpA, Fondazione Veronesi, AIRC, Bosch, SAS, MACRO ROMA e altre). E’ fondatore e Presidente di ARTEPRIMA, associazione culturale di promozione sociale che opera, attraverso l’arte, sui temi dell’esclusione sociale e dell’infanzia. E’ fondatore e Senior Partner del network professionale Cooltural Projects, specializzato in comunicazione culturale di nuova generazione e realizzazione di progetti ed eventi legati alla contaminazione strategica tra i linguaggi della comunicazione e quelli dell’arte visiva. E’ docente di Management e Organizzazione dei Mercati dell’Arte Contemporanea presso Temple University, Cornell University e altre strutture didattiche nazionali e internazionali. Scrive di arte, economia e comunicazione culturale per alcune testate e web magazine.
  • Orlando Furioso

    Peccato solo che come esempio abbiate usato la foto della Mela Reintegrata di Pistoletto che in un attimo manda a monte tante belle parole!

  • Lino Baldini

    Alberto Garutti, miglior interprete dell’arte pubblica in europa e non solo!
    Il bell’articolo meritava la foto di un suo lavoro!

  • f_cascino

    Grazie a Lino e a Orlando, in effetti sono d’accordissimo, l’immagine della Mela di “Pistolotto” contraddice il ragionamento sull’arte partecipata e di qualità… Ma non l’abbiamo scelta noi, come nessuna delle altre. E’ una scelta della redazione e non ne capisco le ragioni salvo pensare che abbiamo messo esempi indiscriminati di arte pubblica nel mondo e di come NON si devono fare le cose…

  • Whitehouse Blog

    credo che i non addetti ai lavori non finiscano di leggere neanche il sottotitolo. Purtroppo. Serve un nuovo linguaggio…

    • Angela

      quoto