In lode del Contemporaneo manierista

Siamo proprio sicuri che l’arte visiva “contemporanea” sia così disomogenea come si tende, un po’ acriticamente, a ritenere? Forse è ora di riconsiderare la questione. Magari guardando al lavoro di tanti artisti attivi oggi…

Adriana Lara - Let's not jump into concrete - veduta della mostra presso Indipendenza Studio, Roma 2014 - courtesy the artist & Air de Paris, Parigi & Algus Greenspon, New York - photo Giorgio Benni
Adriana Lara - Let's not jump into concrete - veduta della mostra presso Indipendenza Studio, Roma 2014 - courtesy the artist & Air de Paris, Parigi & Algus Greenspon, New York - photo Giorgio Benni

Da un po’ di tempo – non molto in realtà – si parla di arte (visiva) “contemporanea”, anzi di “contemporaneo, in riferimento all’arte degli ultimi cinquant’anni circa, e non a quella prodotta “since 1900” (per citare un importante volume dal titolo eloquentemente elusivo in tal senso).  Non solo, ma lo si fa avendo in mente linguisticamente un tipo di arte, e non tutta quanta l’arte prodotta. (Ops, dell’ultimo mezzo secolo fatte salve le dovute eccezioni, che sono tali perché, come si suol dire, troppo avanti. Due su tutte: Malevich e Duchamp, “contemporanei” prima del Contemporaneo).
Diciamolo: l’aggettivo “contemporanea” (riferito ad “arte”) da “aperto” e neutro che era – perché solo temporale – si è andato trasformando sempre più, all’opposto, in sostanziale e linguistico – una volta si sarebbe detto: in stilistico. “This is so contemporary”, era il refrain di un’acclamata performance dell’artista Tino Sehgal. This, appunto, come a dire non altro; e contemporary, “contemporaneo”, quale parola non più evanescente ma al contrario riferibile a una categorizzazione estetica ben precisa. Ci si faccia caso: si tende a dire – in Italia almeno – “il” contemporaneo, con tanto di articolo, come avviene per Gotico, Barocco o Romanico – e a scriverlo con l’iniziale maiuscola. Altro che “tutta l’arte è stata contemporanea”! Contemporanea è solo l’arte di oggi. Di più: solo una certa arte di oggi.

Martin Creed, Work No. 1092, 2011 - photo Linda Nylind
Martin Creed, Work No. 1092, 2011 – photo Linda Nylind

Al momento però siamo in mezzo al guado. Perché, se sul piano del sentire comune la focalizzazione di ciò che è arte “contemporanea” è ormai avvenuta, in ambito critico una teorizzazione della sua compattezza non è ancora stata osata. Una contraddizione non da poco, io credo. Dico questo per difendere tanti artisti attivi oggi dall’accusa di fare arte derivativa, di ripetere pedissequamente codici risalenti agli Anni Sessanta e Settanta, perché ritengo sia sottostimato l’apporto di novità offerto dalla carica sintetizzante del loro lavoro. L’ipotesi da prendere in considerazione è che questi artisti, proprio perché riescono a muoversi agevolmente tra istanze che troppo scolasticamente avevamo imparato a considerare come ognuna a se stante, ci stiano dicendo – con le opere – ciò che non siamo ancora riusciti a mettere a fuoco con la teoria. E cioè che, appunto, l’arte visiva del secondo Novecento contrassegnabile linguisticamente come “contemporanea”, lungi dall’essere disomogenea – come si è troppo superficialmente portati a pensare –, si possa invece leggere, avvicinare, recepire a partire da una più che granitica univocità di senso. (E in fondo un periodo di cinquant’anni non è così ampio per i tempi dell’arte visiva, che non sono quelli della moda!).

Alek O. – If There is a Last Summer Morning . 2014 - veduta della mostra presso Frutta, Roma - photo Roberto Apa – Courtesy l’artista e Frutta Gallery
Alek O. – If There is a Last Summer Morning . 2014 – veduta della mostra presso Frutta, Roma – photo Roberto Apa – Courtesy l’artista e Frutta Gallery

Perciò bisognerebbe prendere un po’ più sul serio questi artisti. E invece di liquidarli come epigoni o citazionisti, considerarli piuttosto come dei manieristi, grazie ai quali è attivabile in termini storico-critici un’operazione di saldatura, di cui si sente il bisogno. Ok, le loro opere sono generalmente prive dell’urgenza tipica delle opere battistrada; ma d’altro canto proprio questo manierismo anche qualitativo, che attiene al loro carattere di opere-saggio disvelanti, può aiutare a dare corso a tale sintesi. Si tratta di qualcosa di profondamente degno d’attenzione, e anche di destabilizzante. (Che il manierismo possa essere destabilizzante è un’altra bella contraddizione, ma tant’è). Lo è perché il riconsiderare numerose istanze dell’arte dell’ultimo mezzo secolo quali declinazioni di un unico paradigma consentirebbe di superare una certa retorica dell’eterogeneità che ha portato ad attribuire – un po’ troppo generosamente – una valenza epoch-making ad ognuna di esse, anziché al Contemporaneo nel suo complesso. Ma lo è anche perché, in un’ottica di apertura a nuovi sbocchi e scenari, un processo di sintesi retroattiva volto a superare distinguo troppo spesso solo formalistici può contribuire a rendere il nostro presente più propenso a volgere lo sguardo in direzione di ulteriori scatti in avanti.

Allora & Calzadilla, Algorithm – Padiglione USA – Biennale di Venezia 2011 – photo Andrew Bordwin
Allora & Calzadilla, Algorithm – Padiglione USA – Biennale di Venezia 2011 – photo Andrew Bordwin

Il quadro quindi può essere riassunto in questo modo: mentre per un verso viene tuttora considerato inammissibile uno sguardo critico coagulante avente per oggetto la produzione artistica degli ultimi cinquant’anni, d’altro canto è proprio questa l’operazione che molti artisti “manieristi” stanno attuando oggi, oserei dire da critici inconsapevoli – oltre che da ottimi interpreti della raggiunta maturità del nostro tempo.

Pericle Guaglianone

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Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.
  • Spunto interessante. Ma bisogna precisare alcune cose. Argan diceva che l’arte contemporanea finisce nel 1974, ossia quando datano la fine dell’arte moderna e l’inizio dell’arte contemporanea. A mio parere il contemporaneo è la postmodernità, la post produzione dell’arte moderna. Un’artista come Santiago Sierra unisce, per esempio, Beuys, Warhol e minimalismo. Dopo la data simbolo del 2001 lo postproduzione sta raggiungendo livelli imbarazzanti e i giovani (spesso perduti e paurosi) si rifugiano su valori consolidati del passato per essere accettati (biscotti, arena, tosatti, andreotta calò, vascellari, ecc ma anche all’estero artisto come Dan Vo). Ecco che abbiamo una sorta di archeologia dell’arte moderna (giovani indiana jones), spesso inconsapevole. Costoro non propongono “arte sbagliata” ma semplicemente un artigianato dell’arte moderna. I problemi sono due:

    – il costo delle loro opere
    – il fatto di non essere contemporanei ma seguire una moda secondo la teoria di Agamben (basti guardare il successo modaiolo del vintage in altri ambiti).
    – propongono tutti la stessa opera

    Dopo il 2001 le uniche vie interessanti sono quelle di Tino Sehgal e Luca Rossi. Il primo ci riporta nella caverna, con l’opera d’arte come tradizione rigorosamente orale; il secondo ci propone opere d’arte che vivono consapevolmente su più livelli. E sono “contemporanee” proprio perchè non del tutto in linea con il proprio tempo (diversamente sarebbero la MODA).

  • angelov

    Nell’ambito della Medicina, a volte si parla di accanimento terapeutico; ma si dovrebbe anche accennare ad un atteggiamento che, nonostante si conosca tutto sul decorso di certe malattie gravi, al contrario non si conosce nulla circa la loro guarigione: ed infatti, con il senno di poi, vengono queste definite inguaribili.
    Questo, che potrebbe a sua volta definirsi come un Accanimento Critico porta, se trasposto in altri ambiti, ad una vera paralisi, se non ad un isterilimento di tutto ciò con cui viene a contatto, come in questo caso, l’Arte definita contemporanea appunto.
    Ma definire qualcosa come contemporaneo, implica anche un immaginare una realtà parallela al presente, e lo sconfinamento nella dimensione del Tempo: territorio più affine alla musica ed alla letteratura che non all’arte visiva in generale.

  • La tesi proposta in questo articolo è condivisa da molti… I giovani Indiana Jones di Luca Rossi sono in fondo dei manieristi, ad esempio. Nell’ultima intervista pubblicata sul mio blog, rispondendo alle solite “tre domande”, Roberto Ago utilizza la categoria del manierismo per inquadrare l’attuale fase storica, che in campo artistico coinciderebbe, dal suo punto di vista, con una radicalizzazione di alcuni aspetti della postmodernità. Per quanto mi riguarda, sebbene sia impossibile smentire l’effettiva sussistenza del fenomeno, direi che l’omogeneizzazione dei criteri estetici sul piano formale non può essere considerata la cifra stilistica del nostro tempo. Trovo sia di maniera assimilare i linguaggi del secondo Novecento per adattarli ad opere dai contenuti inconsistenti per incontrare il gusto del pubblico che è ormai avvezzo a quel tipo di “stimolo”. Non mancano però artisti che sanno parlare del presente portando avanti la ricerca dei maestri e adattandola alla propria personalità. Il loro lavoro sarà in parte eretico e forse non immediatamente riconoscibile come “contemporary” (aggiungerei “per fortuna”), ma potrebbe essere il più adatto ad aprire nuovi orizzonti di senso.

    • Porsi il problema di creare l’ennesima opera d’arte nel 2015, ponendosi in continuità con il 900, è già una cosa problematica e patologica. Gli artisti, soprattutto giovani, sono i più lontani da un’idea contemporanea di arte. Si procede tra l’esaltazione del proprio ego e il tentativo di IKEA EVOLUTA per ricchi. Quindi il problema dell’opera può essere risolto, per esempio, con una consapevolezza che eviti di prendersi troppo sul serio (MyDuchamp). Per il resto, come direbbe Giacomelli, c’è Master Sehgal e Master Rossi.

      • Punti di vista, caro Luca. Quanto al patologico, non è un mistero, anche per il semplice appassionato, che l’arte sia una malattia! A me invece, pensa un po’, sembra un problema l’incapacità di prendere qualsiasi cosa sul serio!

        • Oltre al proprio EGO e all’opera come INVESTIMENTO economico (cosette anche noiose dopo un po’), bisognerebbe rifondare ragioni e motivazioni dell’opera. E quindi rifondare mostre e musei. Forse partendo da uno spettatore diverso rispetto a quello di ieri. Ma per questo non serve Luca Rossi, quanto numerosi critici e divulgatori motivati e capaci. Il progetto MyDuchamp lavora anche su questo, molto concretamente, evitando di lamentarsi sempre e non fare mai nulla di concreto.

  • Non trovo che l’arte contemporanea sia così disomogenea, se per arte contemporanea intendiamo quell’arte che fa riferimento a quelle tendenze soprattutto degli anni sessanta/settanta come l’arte concettuale, l’arte povera sulla scia di Duchamp e del new dada. Semmai è più radicalizzata come ampiezza nell’impiego di materiali e di soluzioni sempre però germinanti in un determinato ambito e contesto etico-operativo, che non è però lo stesso in termini di svolta epocale e di contenuti rispetto a quello precedente, per cui si può parlare giustamente di manierismo contemporaneo. D’altronde il percorso dell’arte è ciclico e non lineare-evolutivo a dispetto di posizioni storicistiche e deterministiche che propendono per la seconda soluzione come di alcuni autorevoli storici dell’arte come ad esempio Argan.

  • pino Barillà

    Negli ultimi quarant’anni si è vista la decadenza dell’arte.
    Si ripetono opere chiuse nel mezzo tecnico del singolo linguaggio molto distanti dall’arte nostro tempo.

  • Vittorio Parisi

    Nonostante io sia tra quelli che, riferendosi “al contemporaneo”, impiegano il termine “manierismo” con convinzione, e nonostante questo intervento sia scritto molto bene, mi è (con sincera modestia) difficile assecondarne le conclusioni. L’idea (con la quale concordo) secondo cui l’apparente eterogeneità del contemporaneo sia, in sé e per sé, interpretabile come omogenea giacché appartenente a un’era coerentemente pluralista (come l’intendeva Arthur Danto), non implica necessariamente che tutti i suoi prodotti, o la maggior parte di essi, siano portatori di un senso, di un valore storico imprescindibile che sarà certamente riconosciuto tra altri cinquant’anni. Non vi è alcuna ragione per cui criticare i prodotti di oggi equivarrebbe a commettere l’infelice errore di un Louis Vauxcelles al Salon d’Automne del 1905. Insomma, è quel “tant’è” a convincermi poco: “manierismo” non è un concetto positivo, tanto meno destabilizzante, quando è fine a se stesso, come nel caso in analisi, e di artisti pretenziosi come Allora e Calzadilla. L’individuazione di un’omogeneità nell’eterogeneità contemporanea non mi sembra, di per sé, un sintomo di innovazione o precursione. Ciò non toglie che in questo odierno manierismo possano esservi “germi” di novità, o di nuovi “ritorni all’ordine”. La difficoltà (e l’attrattiva) sta proprio nell’andare a scovarli senza lasciarsi eccessivamente sedurre dalla gran parte delle proposte formulate dall’artworld (altro concetto dantiano, con cui si sintetizza l’establishment omogeneo delle istituzioni, del mercato, dei media e della critica).