Conversazioni d’arte. Laura Tansini e Jeff Koons

Prende il via oggi su Artribune una nuova serie di articoli. O meglio, di conversazioni. Ogni settimana riproponiamo alcuni dei dialoghi che Laura Tansini ha avuto e pubblicato negli ultimi quarant’anni con i principali esponenti dell’arte contemporanea mondiale. Uno sguardo al passato per meglio comprendere il presente. Si comincia con Jeff Koons.

Jeff Koons, Lips, 2000 - Deutsche Guggenheim, Berlino

Ho incontrato Jeff Koons (York, Pennsylvania, 1955) lo scorso novembre [2000, N.d.R.] alla vigilia della presentazione della serie EasyFun-Ethereal. Come molti, ero prevenuta, ma al termine della conversazione mi sono convinta della sua “verità”. Nonostante le apparenze, Jeff Koons è un artista coraggioso, crede in quello che fa ed è sempre pronto a rischiare.
Di fatto è un artista concettuale; il messaggio delle sue opere va oltre la loro seduttiva apparenza. La scelta di immagini seducenti e accattivanti – un po’ infantili e un po’ kitsch – non è per farsi guardare con un sorriso di piacere, è un mezzo per comunicare. Comunicare gioia di vivere e di gustare i semplici, talvolta infantili e banali piaceri della vita, liberi dal timore di essere giudicati.
Jeff Koons usa la seduzione dell’immagine per costruire un rapporto – molto più profondo del piacere estetico che danno le sue opere – con il pubblico. Promuovendo ad arte immagini kitsch, mediate dal mondo della pubblicità e dei prodotti di largo consumo, Koons usa le proprie opere per smantellare i pregiudizi e riconciliare gli opposti. Koons è fermamente contrario al pregiudizio che vorrebbe l’arte qualcosa di molto serio, impegnato, “superiore”, destinata a persone colte, le sole in grado di captarne i profondi messaggi. Usando immagini banali, popolari – che vengono dal mondo della pubblicità o rappresentano quegli oggetti a buon mercato che si trovano nelle botteghe di quartiere e nei duty-free degli aereoporti – l’artista vuole stabilire un contatto con tutti, perché tutti hanno quelle immagini nel loro passato culturale. Che è lo stesso dell’artista.
Guardando la ceramica Woman in the Tub – che riprende il soggetto di un posacenere molto popolare che lo stesso Jeff Koons ricorda nella casa dei nonni – o la coppia di cagnolini Yorkshire, lo spettatore si rappacificherà con la banalità delle immagini del proprio passato e si sentirà bene con se stesso, anziché sentirsi inadeguato di fronte a un’opera d’arte che non comprende. Di fronte alle opere di Koons le persone hanno inevitabilmente emozioni positive. Un cucciolo Yorkshire o un orsacchiotto di peluche seducono e suscitano amore incondizionato.

Jeff Koons, Lips, 2000 - Deutsche Guggenheim, Berlino
Jeff Koons, Lips, 2000 – Deutsche Guggenheim, Berlino

La seduzione che emanano le opere Jeff Koons viene anche da un sottile erotismo celato ma sempre presente. Il desiderio di sedurre, di piacere, di essere accettato ci accompagna dall’infanzia; è presente nei fiori, negli animali, nel mondo dell’infanzia ma anche negli oggetti che hanno orifizi e protuberanze falliche. In una sola occasione Jeff Koons ha fatto riferimenti specifici al sesso, nella serie Made in Heaven. Ma anche in questa serie, l’immagine non è che il mezzo; sarebbe sbagliato fermarsi all’esteriorità di immagini che il comune senso del pudore mette al bando, ma che di fatto appartengono alla vita di tutti; il messaggio che l’artista – coraggiosamente e mettendosi in discussione in prima persona – ha voluto dare è l’invito a vivere la propria sessualità senza timore di essere giudicati.

Come consideri la tua opera, che i detrattori liquidano come kitsch?
Non è kitsch. Ritengo il kitsch simile al feticismo, il feticismo è come un cane che si morde la coda, non va da nessuna parte… Considero la mia arte concettuale e non estetica; l’estetica è solo il mezzo, un mezzo psicologico. Io comunico con l’estetica e lavoro sulla psicologia mia e del pubblico. Lavoro con immagini popolari, immagini che appartengono al mio passato e a quello di tutti, che sono nell’esperienza di tutti. Immagini che si capiscono e quindi non fanno sentire a disagio. Sono rassicuranti, scelte per comunicare fiducia e benessere.
Quando ho lavorato alla serie Banality ho scelto quelle immagini (la Pantera Rosa, la ragazza nella vasca da bagno, Buster Keaton, gli orsacchiotti umanizzati, i pupazzi ecc.) allo scopo di far rappacificare lo spettatore con le banalità delle immagini del suo passato e quindi rimuovere il senso di vergogna legato a una cultura fatta di immagini banali. Lo stesso processo è stato la base della serie Made in Heaven: rappresentando la mia sessualità, desideravo fare in modo che le persone si riappropriassero della loro e la vivessero serenamente senza conflitti di “perbenismo”, senza sentirsi giudicati.
Questo è ciò che tento di fare con il mio lavoro, voglio far sentire la gente “bene”, voglio che abbia fiducia in se stessa, che si goda la vita, che si liberi dal timore di essere giudicata. D’altra parte, ritengo che l’arte che fa riferimento a messaggi importanti e sofisticati sia discriminante, segregazionista e che, anziché unire, divida e porti la gente a pensare che l’arte sia “al di sopra’ di loro”.

New Hoover Convertibles, Green, Red, Brown, New Shelton Wet/Dry 10 Gallon Displaced Doubledecker 1981-7 by Jeff Koons born 1955
New Hoover Convertibles, Green, Red, Brown, New Shelton Wet/Dry 10 Gallon Displaced Doubledecker 1981-7 by Jeff Koons born 1955

Da dove prendi le idee per il tuo lavoro?
Dai giornali, dalle riviste, dalla strada, dalle vetrine dei negozi, specialmente i drugstore e i negozi di giocattoli; dalla pubblicità, dalle confezioni dei prodotti…. Compro molti giornali e riviste e conservo le immagini che più mi colpiscono… Sono affascinato dalle confezioni dei prodotti, specialmente dei cibi; i biscotti, i dolci, i gelati che si trovano nei drugstore…
Le vetrine dei negozi sono dei veri spettacoli, molte delle mie mostre sono nate dallo studio delle vetrine. Mi piacciono le belle confezioni: sono ben disegnate, patinate, rassicuranti, seducenti, esigono attenzione, piacciono per se stesse, chiedono di essere scelte. Nei dipinti dell’ultima serie, EasyFun-Ethereal, ho cercato di dare alle mie opere la rassicurante seduzione che hanno le belle confezioni.

A proposito di seduzione e di sensualità: la ritieni una costante del tuo lavoro?
La sensualità che si sente nelle mie opere, se c’è, è perché è uno degli elementi base della vita, appartiene a tutti, motiva le azioni di tutti. L’elemento maschile-femminile è sempre presente: nei fiori, negli animali e in molti oggetti… anche nell’aspirapolvere, che ha connotati antropomorfi perché respira e ha elementi maschili e femminili (protuberanze falliche e orifizi).
La seduzione, il desiderio di piacere ci condiziona sin dall’infanzia. I cuccioli, come il mio Puppy, chiedono amore incondizionato. Seduzione, sesso, erotismo sono elementi presenti in ogni momento, condizionano la nostra vita e comandano il nostro rapporto con gli altri.

Laura Tansini

Estratto da un articolo pubblicato su “ArteIn” numero 73 (giugno-luglio 2001)

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  • Ad ogni tempo i suoi idoli, questi sono i nostri, per cui meglio essere atei

    • Olga

      e qualcuno li paga anche ben salati

  • Jeff Koons è soprattutto l’estensione o il filo conduttore che porta alla Pop Art, è il prosecutore in un certo modo dell’ opera di Andy Warhol portata agli estremi della quotidianità, è colui insomma che incarna l’immaginario collettivo americano fondato sull’etica dei consumi che meglio si identificava con il Sogno Americano. E’ alquanto discutibile quando afferma che la sua arte è rivolta alla gente comune per soddisfare principalmente le esigenze dell’uomo comune, o dell’uomo ovunque per farli sentire bene. Tutt’al più è il suo repertorio dei soggetti trattati, che sono appunto quelli del quotidiano collettivo, che attira l’attenzione della massa.

  • Fabio Coruzzi

    le sue opere fanno davvero cagare, forse qualcosina e’ stata fatta negli anni 80 agli inizi ma , davvero, questo qua vende tanto perche’, parafrasando Bukowsky, “il cattivo gusto crea molti piu’ milionari di quello buono”. Seguendo l idea warholiana che “fare soldi e’ arte”, chapeau a Koons, ma le sue opere resteranno sempre delle cagate di una bruttezza inimmaginabile. Ad maiora