La pittura? Non nominiamola più. Il caso Monitor

La retorica mediale ha stancato. Almeno così la pensa Pericle Guaglianone. La cui riflessione prende spunto dalla mostra collettiva “Un’idea di pittura”, in corso presso la romana (e newyorchese) galleria Monitor.

Ci sta provando la galleria Monitor a dare la scossa a un ambiente, quello italiano, in cui il pregiudizio anti-pittorico è ancora diffuso e ostinato. La cosa fa notizia, anzi scalpore. Per due ragioni. Intanto, considerata l’equazione pittura-conservatorismo con cui i più ritengono di liquidare l’argomento, perché si tratta di una delle gallerie più avant del Paese. Poi, perché Unidea di pittura, la collettiva che in questo senso costituisce la pietra dello scandalo, in corso attualmente nelle due sedi di Roma e New York, non ha carattere di gesto intellettuale estemporaneo. Tutt’altro. Composta in gran parte da assaggi di personali già calendarizzate, ha piuttosto valenza di manifesto programmatico relativo a una linea ben precisa tracciata per il futuro.
Nel merito, l’apertura al medium più tradizionale appare sincera e appassionata; oltretutto era nell’aria, vista la personale dedicata non molto tempo fa, nell’incredulità generale, a Claudio Verna. Poi diciamo la verità: la pittura non è il mainstream, per cui la tesi della svolta dettata da motivi commerciali non sta in piedi. Semmai può aver pesato il fatto che una certa coolness normcore stia prendendo piede anche qui da noi; ma anche in tal caso la scelta della galleria si rivelerebbe coraggiosa perché, al momento, più radicale che radical.
La parola stessa “pittura”, per il modo in cui viene pronunciata in Italia oggi da tanti, è negletta, avvolta da un che di razzistico che è difficile definire altrimenti. Chi ha fiuto avverte chiaramente che l’impazienza con cui si tende a definire “pittore” colui che dipinge ha per lo più tenore (artisticamente parlando, s’intende) di bollo discriminatorio, di dardo disonorante, di lettera scarlatta. Un etichettamento troppo smanioso per non stridere col fatto che chi è dedito, che so, all’installazione ambientale o al ready made, viene invece definito artista (visivo) e basta; senza contare che se si parla di Ad Reinhardt o Robert Ryman, ma anche di Caravaggio o Ingres, il termine “pittore” non è il primo, in genere, a venire in mente.

Galleria Monitor
Galleria Monitor

Poi c’è pittura e pittura, e il constatarlo può rivelarsi un’esperienza sorprendente, stante la tendenza a limitarsi all’elemento mediale nella categorizzazione della produzione artistica attuale. Unidea di pitturaè in tal senso operazione paradigmatica. Le opere esposte a Roma sono una dozzina e tutte di buon livello, ma certo il sasso nello stagno è un olio del giovane Thomas Braida raffigurante nientemeno che l’Armageddon. (Il quadro è un piccolo miracolo per l’arte italiana di questi anni. Romantico e psichedelico senza essere minimamente decadente, è una specie di Bosch realizzato guardando più a Nolde che alla Transavanguardia che funziona a meraviglia. Wow.)  Sì perché per il resto il baricentro della mostra – quantomeno nella versione romana, che ho visitato –è decisamente meno punk come spirito.
Ecco, a ben guardare il dato sostanziale e più interessante di Unidea di pitturaè proprio questo, che non è affatto omogenea nei suoi contenuti reali malgrado il medium utilizzato dagli artisti proposti sia il medesimo. Il che dimostra che le caratteristiche di un’opera d’arte, checché se ne dica, in massima parte prescindono dalle sue connotazioni mediali. Coraggio, viene da pensare, forse non è di retorica mediale che siamo destinati a invecchiare.

Galleria Monitor
Galleria Monitor

Insomma ben vengano la pittura e il fatto che a sostenerla sia una delle gallerie più accreditate e cool del Paese. D’altronde stava fuori dal giro, la pittura, più per conformismo e provincialismo, che non per un reale arroccamento ideologico. Detto questo attenzione all’effetto riserva indiana. Sì perché a isolarla tematicamente, proprio per i motivi che qui ho provato a suggerire, si rischia di infilare la pittura in un recinto di lazzaretto ancora più efficacemente che non ignorandola o denigrandola. Un auspicio e una provocazione: non nominiamola più (almeno nei titoli) e non rendiamole omaggi. Facciamo mostre con dipinti, piuttosto. All’estero se ne vedono a iosa, qui da noi invece la pittura sta sempre tra parentesi così robuste che poi in giro ce n’è pochissima.

Pericle Guaglianone

Roma // fino al 18 ottobre 2014
Un’idea di pittura I
artisti: Thomas Braida, Peter Linde Busk, Benedikt Hipp, Walter Smith, Tom Thayer, Ian Tweedy, Duane Zaloudek
MONITOR
Via Sforza Cesarini 23a
06 39378024
mailto:[email protected]
[email protected]

 

CONDIVIDI
Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.
  • Giampaolo Abbondio

    Ma chi si vuole prendere per i fondelli? Che è questa incensata alla Monitor? Ma lo dice pure il nome! Per anni ha fatto solo video e ora si accorgono che i video d’arte van bene giusto per Facebook e cambiano indirizzo (legittimissimo), vediamo di non dire eresie, questa è la scoperta della proverbiale acqua calda!

    • Ruote telluriche

      Abbondio non ha tutti i torti. Anche se mi pare che forse si sia sentito preso a bersaglio in quanto rappresentante e divulgatore di tanta retorica mediale che pure lei peró richiamava giá scoperte dell’acqua calda dalla nascita.
      Amanti della pittura non ci si improvvisa, comunque!!
      E si vede dalle cose che qui si vedono in mostra,
      non tutte di buon livello. La pittura é stata colpevolmente
      censurata in Italia che dal caso di Pandora che si apre
      bisogna anche saper selezionare. Ma purtroppo
      anni e anni di scemenze concettuali o “mediali” come
      qui si dice hanno instillato l’idea che il valore delle opere
      É questione di relazioni o di fortuna ; quindi anche con il pur
      benvenuto “ritorno dei pittori” si rischiano i soliti pasticci,
      incompetenze e settoriali analfabetismi di ritorno.
      Comunque buona fortuna a tutti!

      • Giampaolo Abbondio

        Personalmente non mi sono sentito chiamato in causa, ho lavorato e lavoro solo con artisti la cui opera trovo interessante (a ragione o torto, d’altra parte non mi ritengo depositario del verbo), non ho mai fatto scelte esclusive partendo dal mezzo espressivo, tra i pittori presenti nella storia di Galleria Pack ricordo Alberto Di Fabio, Marco Neri, Bartolomeo Migliore, Miltos Manetas….ma vorrei ricordare a chi ha scritto l’articolo, che l’artista vivente italiano più quotato nel mondo è un pittore, Rudolf Stingel…con buona pace delle riscoperte…

        • Ruote Telluriche

          Complimenti x Di Fabio ma come si fa a considerare
          pittore lo “smanettone” Manetas? Ma evidentemente
          Abbondio sta scherzando i vuole vedere se conosco
          I nomi citati :)

          • Giampaolo Abbondio

            Che strazio, sto cercando di fare un discorso sull’assurdità e piaggeria di questo articolo, mentre la tua unica preoccupazione è denigrare il mio lavoro, accomodati pure, se ti fa sentire bene….

          • Ruote telluriche

            Va beh Abbondio d’accordo per l’articolo e scusa
            se ti denigro, ma non mi puoi dire che Manetas é un
            piittore . Per il resto puoi esporre quello che ti
            pare ma se tanti video vanno bene solo su facebook,
            saró ben libero di ironizzare sull’inflazione di tante
            “Stampe digitali” ?

          • Valentina Tanni

            No, su questo ti sbagli, ma di grosso anche. Miltos Manetas è un grandissimo pittore. Documentati prima di liquidare gli artisti dicendo che sono solo “smanettoni”.

          • ruote telluriche

            Valentina lei mi fa ridere : probabilmente conosco il
            lavoro di Manetas da prima di lei . Sprecare la parola “grandissimo” per le mediocri telette che ha fatto ogni tanto
            evidenzia bene la sua incompetenza in materia.
            Forse lei appartiene a qualla categoria di critici che
            confonde il velleitarismo dei mezzi con la categoria abusata
            della “multimedialitá”, cortina fumogena che copre vari generi
            di dilettantismo e superficialitá. I quadri di Manetas
            sono banali e insignificanti. Se vuole puó provare a postarne uno
            cosí ne discutiamo. Per quanto riguarda il resto
            della sua produzione l’ubiquo ma non eclatante manetas rientra benissimo in questo contesto-retorica dei Nuovimedia ma con idee assai poco originali.
            Mi domando come lei, che si dedica in particolare a questo
            settore non sia in grado di riconoscere situazioni che ripropongono solo banalmente tematiche e procedimenti
            anticipati e realmente approfonditi a tutt’altro livello
            con profonditá e conoscenze tecniche ben piú ragguardevoli.

          • luca rossi

            Grandissimo…. Il problema è che non esistono critici,, quindi non si può capire su che basi lui sia “grandissimo” ed altri no….

          • Giampaolo Abbondio

            Quando non si ha nulla da dire ci si può anche limitare ad ascoltare…

        • Massimiliano Tonelli

          Ma Rudolf Stingel più quotato di Maurizio Cattelan?

          • Giampaolo Abbondio

            Per me si, non hai che da verificare con Marian Goodman e Gagosian.

  • Personalmente non percepisco questo diffuso e ostinato pregiudizio anti-pittorico in Italia, anzi credo che il purismo di concetto sia una fase superata da quasi trent’anni. Semplicemente c’è pittura e pittura e trovo piuttosto che si avverta un senso di stanchezza nei confronti di certo neoespressionismo trito che ancora trova molto spazio nelle gallerie commerciali.

  • Penso che la pittura nel mondo contemporaneo di oggi sia la principale sottovalutata e quindi quella che ha minor reputazione tra le arti come conseguenza della grande confusione, del conformismo, dell’ ignoranza diffusa e dagli interessi non solo economici creati nel mondo dell’arte dal circuito museo-gallerie-fondazioni-curatori. La pittura oggi è fondamentalmente sottostimata a causa di un decadimento generale delle idee che dovrebbero invece essere alla base della operazione creativa, il risultato di questo impoverimento è il risultato della scelta consapevole e colpevole dell’artista che invece cerca insistentemente e spasmodicamente sempre più la visibilità attraverso una continua ricerca di “configurazione estetica” per interagire, stare al passo con la mediocrità e il conformismo del gusto del pubblico. E allora un plauso a chi cerca di andare controcorrente.

  • eshter

    Ma se sono anni che si parla di come la pittura ha recuperato terreno in Italia. Negli Stati Uniti vendono solo quello.
    Non è questione di trend: la pittura si vende bene, da sempre.
    Quindi smettiamola di osannare gallerie che fanno mostra di pittura, non c’è nessun coraggio a fare mostre di pittori, serve solo a far tornare i conti, perchè il collezionismo nella confusione della proposta, preferisce un quadro, bello o brutto che sia, rispetto ad una installazione incosistente.
    Oggi le gallerie coraggiose sono quelle che NON FANNO PITTURA.

    • Giampaolo Abbondio

      Se interessa il mio parere, non me ne frega niente della Pittura, neanche della Fotografia, della Videoarte, del Concettuale eccetera….del TREND!!!! Oscena parolaccia mutuata dal mondo dei mercati finanziari che mai e poi mai dovrebbe essere usata per qualcosa che dovrebbe essere senza tempo come l’arte.

    • Ruote Telluriche

      Esther si faccia un viaggio negli Stati Uniti prima di scrivere scemenze.
      Lí si vende di tutto e sí la pittura é diffusa ma non é necessariamente seguita solo da gallerie a corto di soldi. Tra l’altro cosa intende x pittura? Ce ne sono molte versioni diverse e spesso agli antipodi.
      Infine se una cosa si vende viene cimorata perché piace: forse le cose che non si vendono non interessano semplicemente nessuno, non ci ha pensato?

      • Guest

        Che poi non ho capito cosa ci sia di onorevole nel proporre quello che non vende per partito preso, ma che si campa d’aria e amore? ma soprattutto le spese dalla galleria come le si pagano se no?

  • Claudio Francesconi

    Effettivamente semipietosa sviolinata abbastanza ripetitiva peraltro a questa galleria VERY COOL… a leggere ste robe mi vengono in mente i servili telegiornalisti italiani che declamano commozione e peli ritti su quanto sia bravo Totti a segnare un calcio di rigore… e minchia, è un calcio di rigore… lo deve pure sbagliare? probabilmente con la scusa del re nudo o della completa astrusità del mondo del giornalismo ma anche della critica dell’arte siamo passati ad una fase onirica dell’informazione e della comunicazione in cui tutto è valido, tanto gli utenti si bevono tutto. E allora ecco che “geniale” si spreca sulla bocca di ogni nuovo demente che si accosta alla prima fiera per darsi un tono, ivi compresa la massa vergognosa dei collezionisti conformisti di questo paese… e magari adesso ce n’è pure uno che sta leggendo e pensando: mica male l’idea di recuperare la pittura, questi ci sanno proprio fare… forse perché sono MMERIGANI! vigilate… :)

  • MAZINGER Z

    Vi invito a leggere questo articolo che Guaglianone scrisse nel 2009 su exibart circa la morte della pittura. Traete voi le conseguenze:

    Fa sorridere che si trovi dello spazio, oggi, in epoca post-mediale, sui
    giornali specializzati e nel dibattito tra addetti ai lavori, per
    l’annoso dilemma pittura sì–pittura no.
    L’argomento è di nessun respiro, così anacronistico e provinciale da
    far rimpiangere, in tema di manicheismi desueti, l’opposizione di
    “astratto” e “figurativo”, comoda (ancorché scorretta) traduzione for dummies
    di uno dei postulati della grandiosa indagine modernista. Ma tant’è: in
    tempi avari di proposte intellettuali in Italia siamo a questo, agli aut-aut antidiluviani, alla messa in discussione fuori tempo massimo del medium pittura.
    Certo,
    il panorama non aiuta. Fatte alcune eccezioni, gli artisti che
    praticano la pittura in Italia sono così scarsi che i più intelligenti
    tra loro si danno all’installazione, al video, al ready made. Al massimo
    alla fotografia. Bolsi e accademici, deprimenti anche quando virtuosi, o
    restano (giustamente) al palo oppure si mettono in scia ad assemblare
    oggetti, a filmare e a concepire interventi site specific interstiziali.
    Come biasimarli? Quello che però non deve accadere è far finta che
    anche altrove sia così, lasciando colpevolmente intendere che un pittore
    minimamente aggiornato non troverebbe, qui da noi, terreno fertile.
    Soprattutto ora, con l’aria unmonumental che tira e le sindromi di Pantagruel ormai alle spalle.
    In fondo, la conventio ad excludendum
    che periodicamente si abbatte sulla pittura riguarda proprio questo
    aspetto, il detestabile “eroismo” del suo supposto “fare grande”. Tesi
    dalle fondamenta solide, ma irrimediabilmente invecchiata. Perché
    l’estetica blockbuster di oggi
    appare ascrivibile, semmai, a pratiche di altro tipo: all’ipertrofia di
    maxi-installazioni spesso brutte o soltanto spettacolari, al divismo di
    performance piatte benché rutilanti, al gigantismo di costosissime
    proiezioni outdoor.

    L’avvenuta spazializzazione dell’arte visiva non è in discussione, ma appunto per questo considerare automaticamente avant ogni ricorso alla site-specificity vuol dire aggrapparsi alla retorica. L’artista-trombone (il sedicente vir heroicus sublimis)
    può aver messo via la tavolozza, ma non è certo sparito dalla
    circolazione: il più delle volte ha semplicemente cambiato pelle.
    Per
    assurdo, la rinascita del disegno a partire dagli anni ’90, e più in
    generale la grande attenzione che circonda attualmente la produzione su
    carta, possono essere lette in un’ottica compensativa. Uno scambio di
    posizioni tra un’estetica che si dichiara “portatile”, ma che troppe
    volte si dimostra al contrario soltanto pervasiva, e un’altra la cui
    connaturata agilità può essere disgiunta dalle tradizionali “profondità”
    e gravezza.
    Fatto sta che il disegno non è mai stato così cool, e il disco verde del mercato non sembra intaccare più di tanto il suo appeal irresistibilmente indie. In questo scenario, tra la riscoperta del carattere homemade
    dell’ideazione e il paradosso di una decontestualizzazione vieppiù
    siliconata, pensare di imputare il ritardo della pittura italiana
    all’obsolescenza del medium, anziché alla latitanza di proposte
    seriamente sintonizzate sull’oggi, appare una mascalzonata.

    Conviene,
    al solito, gettare uno sguardo oltreoceano. Meglio se riparati dietro
    un minimo di modestia. A New York si espone pittura a più non posso,
    solo che si tratta di dipinti di ben altra impostazione (e caratura)
    rispetto a quelli che si vedono dalle nostre parti. Gli artisti si
    servono del mezzo più tradizionale per realizzare oggetti felicemente in
    subbuglio, intimamente malfermi, quadri così onestamente hipster
    da apparire puntualmente fuori posto – a proposito di estetica
    contestuale – una volta fissati a parete. Anche quando viene scelto un
    taglio massimalista-romanticheggiante.
    Una pittura nel contempo
    ebbra e schiva, da cameretta in fiamme più che da atelier, praticata
    com’è giusto per via di profanazione, senza invocare ritorni al mestiere
    reazionari e insensati. E di questo c’è un gran bisogno, di talenti in
    grado di muoversi velocemente come vignettisti, anziché di vignettisti
    che appesantiscono il loro discorso per apparire artisti.
    Su un dato
    non sussistono dubbi: la pittura come medium debole non può che
    partecipare della congiuntura presente, in cui, stante il logoramento
    dell’iperrealismo e dei suoi derivati, e
    rilevato il crescente disincanto nei confronti del prodotto
    tecnologizzato o realizzato industrialmente, l’attualità della visione
    scopertamente manufatta promana non da una riscoperta ridondanza
    auratica, ma al contrario dal potenziale offerto da un’effettiva
    precarietà di toni e modalità. Una piega ormai consolidata, cui sono
    riconducibili la rilettura concettualista del disegno, e un’attrazione
    diffusa anche nel Belpaese nei confronti dell’assemblage di sapore junkie.
    Ma
    allora, in conclusione, visto che a porsi in controtendenza in ambito
    internazionale è la singolarità italiana di una produzione pittorica
    perlopiù impresentabile, chiedersi oggi se dipingere abbia ancora un
    senso, anziché a darsi una svegliata, può servire soltanto ad
    assecondare altro sonno.

    http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=27215&IDCategoria=1

    • Giampaolo Abbondio

      AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

      • MAZINGER Z

        Ed il bello è che oggi si lamenta che ci troviamo in “un ambiente, quello italiano, in cui il pregiudizio anti-pittorico è ancora diffuso e ostinato.” mentre qualche anno fa diceva: ”
        “Ma
        allora, in conclusione, visto che a porsi in controtendenza in ambito
        internazionale è la singolarità italiana di una produzione pittorica
        perlopiù impresentabile, chiedersi oggi se dipingere abbia ancora un
        senso, anziché a darsi una svegliata, può servire soltanto ad
        assecondare altro sonno.”
        Idee chiare

  • Mister Matito

    chi professa pseudo cultura anti-pittorica (poi solo in Italia, e chissa’ perche il mercato d’arte e’ praticamente inesistente in Italia, chissa’ perche’…) non sa nemmeno cosa vuol dire cultura, pittura o arte… ma chi l’ ha detto che la pittura non vende, sinceramente e’ l unica cosa che si vede ancora appesa ai muri nelle case, certamente nessuno comprerebbe schifezze concettuali tipo sedie sfondate, parafanghi di auto e stronzate simili… video arte? si, video porno. ritornate a riparare gli ascensori, ripeto ritornate a riparare gli ascensori. Che brutta fine abbiamo fatto!

  • marco m

    http://www.artribune.com/2014/10/doppi-risvolti-a-milano-con-charlie-billingham-e-joe-reihsen/

    La galleria qui al link sopra fa solo pittura da anni, principalmente made in usa, perchè la vende facilmente.
    La minini a detta di molti con i suoi due pittori (mediocri) frigo e chiasera, ci si ripaga tutto l’anno di programmazione.
    De carlo da quando è arrivata la crisi ha fatto fuori la pivi e rispolverato stingel, rob pruitt e altri bidimensionalisti.
    il povero gagosian è stato costretto a tirare fuori i picasso e i morandi alle ultime basilea.
    addirittura noero (mr.antipittura) ha fatto un ciclo di mostre intitolate De pictura.
    Bruciati fa mostre di pittura dal 1999.
    Sono anni che si sente solo la pittura-pittura-pittura.
    Questo articolo verrà ricordato come il grande sonno del giornalismo di questi anni? Oppure pericle guaglianone prende uno stipendio extra da monitor?

  • Gino Paoli

    Aldilà dell’incredibile bravura di Braida che insieme all’amico Nicolai è, per me, il miglior pittore italiano della sua generazione, non capisco il senso di quest’articolo. E’ da almeno cinque anni che l’ottanta percento di quello che si vede in giro è pittura. Diciamo che in Inghilterra il trend è partito dopo il crollo delle lehman brother e qui ci siamo arrivati con qualche anno di ritardo fatto sta che dire che esporre della pittura oggi è tutto fuor che una provocazione. Mi sarei stupido di più che una galleria oggi esponesse solo mixed media invendibili con la difficoltà odierna del mercato.

  • Giampaolo Abbondio

    In tutto questo perché l’autore di questo penoso peana non interviene?

  • Pittura divina forma che oggi serve solamente per vendere sardine