Rona Pondick o del significato viscerale della scultura. Intervista con l’artista

La scultrice americana Rona Pondick è rappresentata dalla Galerie Thaddaeus Ropac a Parigi e Salisburgo. Ha lavorato con la Sonnabend Gallery a partire dal 2000. Il suo lavoro è incentrato sui concetti di metamorfosi e ibridazione, e una delle sue opere è stata selezionata per la mostra “From Rauschenberg to Jeff Koons” in mostra a Ca’ Pesaro di Venezia fino al 4 gennaio. L’abbiamo incontrata.

Rona Pondick, Milkman, 1989, courtesy Galerie Thaddaeus Ropac

Cosa si prova a manipolare la materia per creare un’opera d’arte?
Durante il lavoro, quando sono completamente immersa, è difficile per me capire da quale forza sono guidata. Non so perché scelgo un’immagine piuttosto che un’altra, ma sono interessata al modo in cui ciò che è fisico determina un impatto sul piano psicologico. Voglio che gli osservatori siano in grado di percepire il mio lavoro all’interno del corpo.

Ciò che è fisico determina un impatto sul piano psicologico”: cosa vuol dire?
La scultura è solida per natura, ma il significato che cela, il suo impatto o le sue interpretazioni simboliche variano. Fin dall’inizio, il mio lavoro è stato incentrato sul concetto di metamorfosi. Franz Kafka e l’idea di trasformazione, di qualcosa che scorre; le cose mutano in base al procedimento che scelgo per lavorare. Quando lavoro, all’interno di ogni pezzo si verifica un’evoluzione. Le forme cominciano a cambiare e il significato cambia a seconda del modo in cui cambia la forma.

Una delle conseguenze concettuali del termine “metamorfosi” è “ibridazione”, che suona, in qualche modo, più “artificiale” e costituisce un elemento importante del tuo approccio poetico, filosofico e scientifico alla realtà. È possibile identificare, in quelle forme e visioni che cambiano di continuo, uno specchio del contemporaneo?
Certo, è uno dei tanti modi in cui si può leggere il mio lavoro.

Rona Pondick, Wallaby, 2007-12, courtesy Galerie Thaddaeus Ropac
Rona Pondick, Wallaby, 2007-12, courtesy Galerie Thaddaeus Ropac

Vuoi dire che la percezione è fondamentale per stimolare l’immaginazione dell’osservatore? Mi vengono in mente le opere Milk Man (1989) oppure Pillow Head (2009). Che tipo di reazione intendi ottenere, esattamente?
La percezione è fondamentale. In che altro modo, altrimenti, si potrebbe determinare una reazione? Il mio lavoro, tuttavia, non deve necessariamente strappare una reazione. Ho realizzato sculture che trovo divertenti mentre altre persone le trovano terrificanti. Oppure succede l’opposto. Sono interessata alla contraddizione, inoltre ritengo sia proprio la contraddizione a renderci attivi e funzionanti. I nostri stessi desideri contraddittori rappresentano, infatti, ciò che ci guida e ci rende interessanti in qualità di esseri umani.

Cosa sceglieresti fra il mondo onirico di una mente individuale e l’immaginario concepito da una mente collettiva? Ovviamente quei simboli il cui significato è oggettivamente interpretabile sono più adatti ad un pubblico ampio.
Non so cosa intendi per “immaginario concepito da una mente collettiva”. Ma so che guardare gli oggetti del passato come se stessi guardando al mio tempo mi fa sentire a mio agio. Mentre ritengo sia impossibile capire appieno quale significato è custodito da un’opera d’arte in relazione a tempo e cultura; so di voler trovare cose che abbiano attraversato la storia e che siano di una certa rilevanza e utilità per me in quanto artista.Nel 2009 ho fatto una mostra al Worcester Art Museum. La curatrice, Susan Stoops, mi ha invitata a curare una mostra utilizzando oggetti provenienti dalla loro enciclopedica collezione e installarli affiancando i miei lavori a questi ultimi. Ho intitolato la mostra Metamorfosi di un oggetto.

Rona Pondick, Milkman, 1989, courtesy Galerie Thaddaeus Ropac
Rona Pondick, Milkman, 1989, courtesy Galerie Thaddaeus Ropac

Come hai interpretato l’invito?
Era una sfida interessante: come guardare gli oggetti provenienti da diverse culture e diversi periodi storici e organizzare una mostra dedicata a tali oggetti abbinati alle mie opere. Essendo una scultrice molto coinvolta con il fatto stesso di creare, è naturale, per me, chiedere in che modo un altro oggetto sia stato fabbricato. Perché è stato fabbricato nel modo in cui è stato fabbricato? La tecnologia di quel tempo ha influenzato i materiali e la fabbricazione? In che modo i materiali hanno influenzato l’immaginario e il suo significato?
Ho fatto ruotare la mostra intorno a tre temi principali, raggruppando oggetti correlati fra loro sul piano visivo secondo le categorie Movimento e posizione, Raffigurazioni di capelli e Ripetizione dell’immaginario. Ho installato oggetti datati da prima di Cristo fino al presente focalizzati sulla cultura egizia, cicladica, greca, pre-colombiana, asiatica, indiana, africana ed europea. In un contesto del genere le mie sculture erano inserite senza alcun supporto didattico e senza didascalie, perché volevo che fosse un’esperienza prettamente visiva. 

Il tuo lavoro è correlato a una sorta di “archeologia del futuro”? Se gli archeologi del futuro trovassero le tue opere d’arte, credi che una tale scoperta permetterebbe loro di apprendere qualcosa riguardo alla cultura del XXI secolo?
Credo che il mio lavoro sia un’estensione di me. In che modo il mio lavoro verrà percepito in futuro, magari fra un secolo, è fuori dal mio controllo. Tu cosa ne pensi?

Penso che il tuo lavoro diventerà, in futuro, di vitale importanza per capire non soltanto il tuo punto di vista individuale, ma anche la mente umana e il meccanismo della percezione. A cosa stai lavorando, adesso?
Continuo a lavorare sia con forme ibride umane/animali che con forme ibride umane/arboree e sono sempre alla ricerca di nuovi e interessanti materiali.

Deianira Conte