Restauri da stroncare. Il massacro della cattedrale Chartres

Il massacro della cattedrale di Chartres, in Francia, si sta compiendo indisturbato. Ottocento anni di storia sono già stati cancellati dall’abside e dal transetto, e saranno presto cancellati anche dalla navata principale e poi dalle laterali. L’architetto Carlo Berarducci e il suo sdegno in questo editoriale.

Restauri alla cattedrale di Chartres

Un restauro a dir poco radicale della cattedrale di Chartres non lascia traccia del passaggio del tempo, degli eventi, degli incidenti consumati nel corso di oltre ottocento anni dall’inizio della costruzione. Sopra l’antico e sconnesso (ancora per quanto?) pavimento originale in pietra e sopra la base in pietra consumata dal tempo delle colonne nervate, è stato completamente ricostruito l’intonaco delle costolature e delle parti murarie tra costola e costola e quindi ritinteggiato tutto di un color bianco calce splendente senza alcun segno di patina, senza irregolarità di alcun tipo, un intonaco nuovo come quello delle villette in stile costruite sulle palme di Dubai. L’effetto è quello di una finta cattedrale voluta da qualche eccentrico sceicco arabo a riproduzione della cattedrale gotica. Effetto accentuato da un’illuminazione sparata uniformemente sulle volte e sulle colonne, lontano quanto più possibile dal chiaroscuro delle torce che hanno illuminato i primi settecento anni.
Un restauro che si discosta di poco dalla maniera di intendere il restauro in Cina, dove interi Hutong, gli antichi isolati di case a un solo piano che costituivano il tessuto urbano di Bejing vengono letteralmente demoliti, cioè rasi al suolo completamente, per poi essere ricostruiti identici ma nuovi, con nuovi spazi commerciali al piano terra per le catene internazionali della moda.

Restauri alla cattedrale di Chartres
Restauri alla cattedrale di Chartres

Qui si compie un restauro di ripristino dello stato ex ante di un immaginario stato originario, difficile peraltro da individuare per l’insieme di una costruzione realizzata nell’arco di oltre due secoli, per riportare gli intonaci delle parti non realizzate in pietra, ma che volevano simulare l’essere di pietra, a una nuova splendente immacolatezza del primo giorno, ma quale poi e di quale parte? Del secolo prima o del secolo dopo o di quello dopo ancora? Diverso quindi dal restauro sia pur opinabile della Cappella Sistina, che ha comunque riportato il colore così come lo ha pensato, realizzato e visto Michelangelo.
E allora perché fermarsi alle parti murarie e non proseguire con il restauro per sostituzione dei marmi consumati e danneggiati dei pavimenti e delle basi delle colonne rimasti in palese contrasto con i nuovi intonaci, dal momento che gli intonaci rifatti non sono quelli delle superfici piane intonacate pensate dall’origine per un periodico ripristino come lo sono gli intonaci delle facciate dei palazzi di Venezia, per esempio, ma sono appunto le nervature delle colonne e i costoloni costruiti in muratura per sembrare di marmo come in effetti sembravano prima del restauro.
Quello che è più preoccupante sono le conseguenze possibili e naturali. Se questo è il modo corretto di restaurare Chartres, perché non proseguire con Notre-Dame e con tutte le cattedrali di Francia, per riportarle a un nuovo splendido candore come costruite oggi stesso? Un’opera di falsificazione dell’originale per realizzare una falsa riproduzione, perché in realtà in origine vera. Un falso falso, quindi.

Restauri alla cattedrale di Chartres
Restauri alla cattedrale di Chartres

Lo stesso procedimento lo avevo già notato in alcuni piccoli villaggi medioevali sulla strada per raggiungere Chartres, dove pure il restauro perfetto delle antiche case in legno e la totale defunzionalizzazione delle destinazioni d’uso, con lo sradicamento del tessuto abitativo e la totale destinazione ristorativa, produce uno strano effetto di disneyficazione dell’originale, come se il modello di riferimento per il restauro fosse diventato la main street di Disneyland, dove al piano terra si susseguono uno dopo l’altro i ristoranti, le caffetterie, le crêperie, le gelaterie con le loro insegne su tavole di legno dipinte a mano e appese sopra le porte d’ingresso con catenelle in bronzo secondo precisa prescrizione, fermando un tempo mai esistito, congelando un falso più falso del falso. Il falso riprodotto diventa il modello per il restauro del vero. Disneyland si conferma la cosa più vera che ci rimarrà.

Carlo Berarducci

 

  • Guglielmo di Montanhagol

    Non ho visto il restauro se non dalle foto. I procedimenti hanno un disciplinare preciso e ormai consolidato. Mi pare che, non essendo state fatte integrazioni di materiali, ci sia stato un sostanziale rispetto. Il gusto personale dell’illustre Carlo Berarducci, degno di attenzione, resta tale.

    • RobertoCB

      L’illustre Carlo Berarducci ha dato per scontato il concetto di Falso storico. Evidentemente ignorato addirittura anche dai responsabili di un patrimonio dell’umanità. Siamo di fronte a un Falso storico quando si altera sostanzialmente l’aspetto attuale dell’opera con la pretesa di riportarla ad un preteso stato originario che, come è facilmente comprensibile, non si è mai avuto. Quando venne finita, la cattedrale aveva già due secoli di storia. Ma ancor più grave con l’arroganza di cancellare i secoli di storia che hanno portato la cattedrale fino a noi, testimoniati dagli inevitabili segni del tempo.
      Con questa logica si potrebbe ricostruire anche il Colosseo.
      Senza contare che il mare di intonaco che hanno sparso sulle pareti mi sembra qualcosa di più di una integrazione di materiale.

  • Claudia CLodetta

    ORRENDO! è come se un macellaio facesse il chirurgo plastico! Fa davvero rabbia vedere che della gente ignorante peggio delle capre abbia il potere di compiere uno scempio simile, ed essere pure pagato per questo!!! che vergogna…

  • angelov

    Certo, nelle Università si possono insegnare tutte le tecniche di restauro, ma una cosa che non può essere insegnata, è la sensibilità per le cose e per le persone; quella si impara altrove, e non è mera teoria.
    Non essendo mai stato a Chartres, non posso esprimere un giudizio; ma avendo vista la Cappella Sistina prima e dopo quel famoso restauro, mi sembra che, avvicinando e mettendo a diretto confronto le immagini di un “prima” e di un “dopo” di un restauro, si è tentati di chiedersi, se non fosse stato il caso di trovare una “via di mezzo” tra questi due estremi, che si sono venuti creando poiché, né il “prima” soddisfa più, rispetto a quello che il “dopo” auspicava di essere, ma neppure il “dopo” è riuscito a conseguire il suo ideale…quindi, questo tipo di operazione culturale, si basa su di un confronto diretto e violento tra passato e presente, non mediato, ma lasciato a se stesso e alla passività degli spettatori, per i quali qualcuno, un “chi di dovere”, aveva già deciso in precedenza, senza farli partecipi in alcun modo, della decisione di praticare questo piccolo scempio.
    Del resto è naturale che ogni epoca debba dare un suo contributo alla storia, a volte più o meno forzato…

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  • Ombretta

    Sono stata a Chartres nel 2010, sono rimasta senza parole. Era in pieno restauro. I costoloni e i mattoni sono letteralmente VERNICIATI di bianco. Ho addirittura le foto delle sbavature di vernice. Intendo dire che i mattoni hanno le fughe disegnate di bianco, sono veramente come ridisegnati. Qualcosa di raccapricciante. Una cattedrale stupenda che nelle parti restaurate sembrava una torta o una chiesa neogotica di scarsa qualità. Venivo da un lungo giro in Francia, avevo visto moltissime cattedrali meravigliose, ero così felice di vedere finalmente Chartres e invece mi è rimasto solo il ricordo di un attacco di rabbia impotente.

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  • and76

    Una grande tristezza, come l’ultimo intervento sulla Pietà Rondanini qui a Milan.
    Come direbbe il non dimenticato James Beck, lavato con lo Spic&Span.

    • Antonio Sansonetti

      La pietà Rondanini appare molto chiara in seguito alla pulitura perché è stato rimosso uno strato del tutto incongruo applicato da Giacomo Manzù al momento dell’acquisto della scultura da parte del Comune di Milano, con L’intento di antichizzare la superficie. Inoltre essendo composto da gesso, lo strato risultava non idoneo per la buona conservazione dell’opera. Per quello è stato rimosso.

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  • RobertoCB

    Sono sconvolto dalla totale ignoranza purtroppo generalizzata a molti paesi europei, che non hanno la minima idea dei concetti di Conservazione e di Falso storico. Belgio o Germania non sono da meno. Danno il bianco ai loro patrimoni dell’umanità con una disinvoltura disarmante. Davvero impressionante vedere le prove colore di svariate tinte di panna direttamente su un intonaco antico centinaia di anni (a Bruges).
    L’Italia, nonostante tutti i suoi problemi e sprechi, è all’avanguardia per le tecniche di restauro conservativo. Peccato che un turista ignorante non potrà fare a meno di affermare “Non sembra restaurato, è ancora sbiadito…” forse dirà addirittura che sembra vecchio…. Per la finzione esiste appunto Disneyland, la storia è un’altra cosa. Viva, nonostante tutto.

  • Ily

    Un ottimo esempio di quello che in un restauro architettonico NON deve essere fatto.

    • Duccio

      Da puro ignorante devo dire che l’effetto bianco su bianco mi ha scioccato. Ho visito Chartres prima del restauro per fortuna…
      Chiedo a chi sarà sicuramente più esperto: ma ci sono state reazioni in Francia? Tutti contenti?

      • Antonio Sansonetti

        In Francia ci sono state molte reazioni difficili da riassumere in questa sede. Le reazioni hanno riguardato soprattutto le superfici esterne al punto che uno dei due portali laterali è stato lasciato pulito solo in parte, con i tasselli di pulitura bene in vista, in attesa di risolvere i problemi tecnici

  • Ily

    Il restauro della Cappella Sistina secondo me (parlo da architetta restauratrice) è legittimo, perché in quel caso abbiamo un’opera con una precisa datazione e derivante da un progetto preciso. Quindi in quel caso secondo me il restauro di “rimessa in pristino” è ammissibile perché recupera il preciso valore formale dell’opera (cioè come il progettista – in questo caso Michelangelo – voleva che l’opera apparisse). Esattamente come a mio parere è ammissibile ad esempio la reintegrazione delle lacune di un affresco, se non arbitraria e fatta con certi criteri (rendere riconoscibili le lacune almeno agli addetti ai lavori). E anche le stesse vetrate della Cattedrale di Chartres possono essere restaurate con questi criteri. Ma si tratta di opere bidimensionali, e non di interi edifici. Infatti nel caso dell’intera Cattedrale di Chartres abbiamo un edificio estremamente complesso e articolato, con testimonianze storiche importantissime (il pavimento originale con labirinto, unico esemplare ancora esistente) e circa otto secoli di modifiche, rifacimenti e manutenzioni. Inoltre, la cattedrale di Chartres non è stata “progettata” nel senso moderno del termine, quindi di fatto è assurda la pretesa di ristabilire una unitarietà progettuale che non è mai esistita. Inoltre, non esiste un aspetto “originale” della cattedrale di Chartres, perché le cattedrali gotiche venivano modificate di continuo fin dalla posa della prima pietra. Quindi il “restauro” compiuto è 1) aberrante; 2) falso come una moneta da tre euro; 3) in ritardo di almeno un secolo (questi restauri – inventati dall’architetto francese Viollet Le Duc e già a suo tempo contestatissimi dallo scrittore e critico d’arte John Ruskin – erano diffusissimi fino ai primi del Novecento: ad esempio la Bologna “medievale” è stata accuratamente falsificata dall’architetto Rubbiani); 4) in contrasto con le più elementari e aggiornate teorie e pratiche del restauro architettonico. Come si sia potuto permettere questo su uno dei maggiori capolavori dell’architettura mondiale per me resterà sempre un mistero.

    • Maruzza

      Gentilissima architetto restauratrice, lei parla con fierezza della legittimità della “rimessa in pristino” (che curiosa scelta di lessico) se supportata da fonti certe (addirittura il progetto!) e porta poi una distinzione fondamentale tra il restauro di “interi edifici” e quello di superfici. Come se la decorazione, la finitura superficiale, non sia parte dell’architettura. Intendeva, forse, distinguere più propriamente l’elemento strutturale da quello “corticale”, ne sono certa.
      L’arbitrarietà dell’integrazione è nell’atto del progettarla ed eseguirla. Insieme alla “rimessa in pristino” è il tentativo di imporre la volontà dell’oggi a un oggetto che non sta facendo altro che invecchiando, un oggetto che è nato ieri, di cui noi oggi fruiamo e che abbiamo il dovere morale di trasmettere al futuro come ci è stato consegnato, semmai aiutandolo con mirati e silenziosi interventi di consolidamento (e sì, anche le superfici si possono consolidare), aggiungendo alla sua realtà un segno chiaramente a noi contemporaneo.

      L’integrazione è il primo passo verso la Disneyland di cui abbiamo orrore perché alleva il gusto del fruitore alla relazione completo=bello. Sarebbe meglio, piuttosto, se imparassimo a considerare bello quel che è corretto.

      • Ily

        Gentilissima Maruzza, condivido solo in parte la sua risposta, su altri punti invece mi sento di dissentire. Infatti:
        1) A volte la differenza tra “struttura” e “superficie” semplicemente non esiste: l’edilizia storica ad esempio è piena di solai decorati, in cui l’elemento decorativo (ad esempio una mensola scolpita o una trave dipinta) ha anche una funzione strutturale sua propria.
        Inoltre il livello di complessità di un qualsiasi edificio (anche il più semplice dei fienili) è infinitamente superiore a quello di una singola opera o componente di edificio (ad esempio una vetrata o strato di intonaco, anche se affrescato da Michelangelo). Di fatto, il restauro di un dipinto murale tocca molti meno aspetti del restauro di un edificio: infatti, la conservazione delle superfici decorate di un edificio è solo UNO degli aspetti di un restauro architettonico: ad esempio, restaurando una facciata affrescata io dovrò curare anche l’illuminazione, l’integrazione con gli impianti (ad esempio l’illuminazione pubblica), la funzionalità della copertura (tegole e grondaie), lo stato di conservazione degli infissi, l’eventuale presenza di umidità di risalita capillare, eccetera eccetera.
        2) Qualsiasi intervento di restauro prevede delle aggiunte, la conservazione pura e semplice è semplicemente impossibile: anche la Cattedrale di Chartres, essendo un edificio ancora perfettamente in uso, ha bisogno di essere “aggiornato” dal punto di vista tecnologico (pensi solo all’impianto elettrico, ad esempio). E’ la regola base della conservazione di un edificio storico: per mantenere vivo, e quindi in uso, e quindi vivo, un edificio (o anche un’intera città, pensiamo ad esempio a Venezia) è necessario che quell’edificio si adatti – almeno entro certi limiti – ai nostri modi di vita. Perfino un’area archeologica come Pompei, per essere fruibile dai visitatori, deve essere dotata di impianti, passaggi per handicappati, sistemi (moderni) di scolo delle acque piovane, eccetera. L’alternativa è l’oblio alla Ruskin.
        3) Il restauro è sempre un atto ARBITRARIO, nel senso che non esistono regole preconfezionate e valide per ogni intervento: sono quindi fondamentali la competenza e la sensibilità del restauratore. Anche le regole che si seguono (cioè le teorie del restauro architettonico) sono regole SOGGETTIVE, perché ciascuno studioso applica le proprie regole, o aderisce alla teoria che gli sembra più valida.
        4) L’integrazione di parti a volte è INDISPENSABILE per mantenere in efficienza un edificio (in poche parole, per evitare che durante la messa caschi un calcinaccio in testa al vescovo di Chartres). Pensi ad esempio a una volta in cui mancano dei conci, o a un solaio di legno con una trave ammalorata e da sostituire, o semplicemente a una finestra con vetri piombati in cui alcune lastrine di vetro sono rotte o mancanti. Più complesso il discorso per le lacune pittoriche, ma a mio parere in linea generale è preferibile favorire la leggibilità di un dipinto, e comunque, le lacune andranno in ogni caso trattate per essere “invisibili”: quante volte, vedendo un affresco mutilo, la prima cosa che si nota sono proprio le lacune?
        5) A volte la “falsificazione” appare indispensabile, sia per conservare un edificio, sia per favorirne la comprensione: al riguardo, la rimando al successivo punto 6).

        • Ily

          6) Come già dicevo, le teorie del restauro sono quanto di più arbitrario esista, e certe teorie molto in voga decenni or sono hanno prodotto danni incalcolabili perché elaborate da critici d’arte, e non da architetti (abituati a confrontarsi con la materialità e il funzionamento di un edificio tutti i giorni). Prendiamo ad esempio Pompei: quasi tutti i tetti che noi vediamo oggi sono ovviamente “falsi”, cioè ricostruiti. In alcuni periodi della storia degli scavi, proprio per evitare “falsi storici” si decise di non ricostruire i tetti delle domus scavate, causando nel giro di pochi decenni la perdita irrimediabile (o il forte degrado) di interi apparati decorativi perfettamente conservati al momento degli scavi. In altri casi, in accordo con le teorie del restauro allora più diffuse, si decide di ricostruire il tetto con materiali diversi dagli originali (cemento armato anziché legno) per favorire la riconoscibilità dell’intervento moderno: il problema è che il cemento armato esposto agli agenti atmosferici (i tetti romani non avevano grondaie) si degrada molto in fretta, e inoltre il cemento contiene sali solubili, che danneggiano le superfici affrescate con dannosissime efflorescenze, e infine il cemento armato pesa molto più del legno, e quindi queste travi hanno gravemente lesionato le murature e le colonne su cui poggiano, ovviamente studiate per un tetto in legno. Quindi, anche in questo secondo caso l’intervento (da punto di vista delle teorie del restauro assolutamente ineccepibili) dal punto di vista pratico si è rivelato fallimentare.

          • Ily

            Aggiungo anche – visto che si parla di consolidamento – che dal punto di vista della “conservazione” e della “falsificazione” a volte è molto meglio ricostruire tale e quale una volta di pietra pericolante e irrecuperabile, piuttosto che mantenerla in piedi a ogni costo ma stravolgendone completamente il funzionamento. A mio parere è infatti molto più “finto” (oltre che dannoso per il funzionamento statico e sismico dell’edificio) costruire una nuova volta in c.a. a cui appendere quella vecchia irrecuperabile, piuttosto che ricostruirla tale e quale ex novo. Stessa cosa per un solaio in legno non decorato: piuttosto che costruirci sopra un nuovo solaio (intervento irreversibile e molto invasivo per le murature), a mio parere è decisamente preferibile rifarlo nuovo, magari usando legno ben tagliato per rendere riconoscibile l’intervento agli occhi dei più esperti.

          • Ily

            E’ molto pericoloso inserire un “segno contemporaneo” in un edificio storico: ad esempio il cemento è assolutamente da bandire, perché incompatibile con le malte di calce aerea; e integrare un solaio in legno – magari decorato – con un bel profilato HE di produzione industriale a mio parere è un atto insensato, perché altamente antiestetico. Anche le tecniche di consolidamento vanno accuratamente valutate caso per caso, perché non devono alterare il funzionamento strutturale di un edificio (ad esempio mai sostituire un tetto in legno con un bel solettone in c.a. – si lesiona l’intero edificio fino alle fondamenta, e mai appendere una volta a delle travi predisposte allo scopo: è un intervento irreversibile, invasivo e dannoso per l’equilibrio strutturale dell’edificio).

          • Ily

            Infine vorrei precisare che – come avrà immaginato leggendo la mia lunghissima risposta – nel restauro è molto difficile stabilire a priori cosa è “corretto”. Generalmente si considera “corretto” un intervento: a) reversibile; b) eseguito con materiali e tecniche compatibili con quelle delle parti originarie; c) minimo (cioè il meno invasivo possibili, anche dal punto di vista estetico). Il dibattito sull’integrazione delle lacune rientra decisamente nel punto c), e di sicuro quello sulla Cattedrale di Chartres non lo rispetta.

  • Personalmente penso che questo genere di restauri non siano solo frutto di superficialità o ignoranza, ma di deliberata volontà come i restauri compiuti da Viollet Le Duc nel XIX secolo, d’altronde non è forse la Francia il luogo, più che altrove, dove si sono spesso anteposte e si antepongono linee di pensiero razionale-illuminista da una parte a linee di pensiero ermetico-spiritualista dall’altra ?. In considerazione di questo prendere di mira un tempio come quello di Chartres come di altri in passato nel territorio francese, tra cui Notre Dame, che non sono solo i templi della cristianità ma anche templi pagani, sono condensati di un sapere arcaico, di un sapere e di una conoscenza “dell’arte costruttoria” tramandato lungo i millenni, sono condensati di un sapere ermetico, insomma dei veri e propri libri di pietra .

    • errata corrige :…in considerazione di questo non è un caso prendere di mira un tempio come quello di Chartres…………

  • Antonio Sansonetti

    Il restauro di Chartres è uno scempio. Ho visitato la Cattedrale un paio di inverni fa ed era ancora in parte presente il ponteggio. Il confronto tra le parti finite e quelle ancora da iniziare era stridente. Il pessimo rifacimento delle tinteggiature, riproduce una muratura con blocchi regolari fatta con il righello. Credo che gli intonaci esistenti siano stati lasciati al di sotto della tinteggiatura. Quello che mi ha colpito negativamente si vede in parte in una delle foto a corredo dell’articolo. Le chiavi di volta, scolpite con mezze figure umane, sono state orribilmente ridipinte con strati pittorici di una violenza visiva inimmaginabile, degni appunti di una attrazione di Gardaland. Le dorature spiccavano da lontano. Rifacimento totale e violento. Ma quel che è peggio è che non erano state ridipinte tutte ma solo alcune, in modo da risultare un patchwork incomprensibile. Purtroppo la tradizione francese è questa e la Grandeur va farsi benedire in questi casi. L’anno scorso erano in corso i restauri delle vetrate della Saint Chapelle. Dureranno credo ancora a lungo. Le parti in muratura della Cappella versano in condizioni pietose, e il pasticcio tra rifacimenti e lacune sembra irrisolvibile.
    PS Il restauro della Sistina è al contrario un restauro esemplare e non può in alcun modo essere messo sullo stesso piano di questi

    • Ily

      Questo è un tipico esempio di intervento errato, non per la presenza di reintegrazioni (il pavimento con il mio adorato labirintone ha sicuramente bisogno di integrazioni, semplicemente per non fare inciampare la gente) e l’esecuzione di puliture, ma per come queste sono state eseguite.

  • Adua

    Non è vero! Riguardo alla Cappella Sistina intendo. Anzitutto alcune parti sono state cancellate (per esempio ricordo un volto sullo sfondo che è letteralmente sparito). Se Michelangelo ce le ha messe, un motivo chiaramente c’era nella totalità e nell’equilibrio della composizione. Cancellarlo con una pulitura troppo potente è sicuramente sbagliato, crea degli squilibri che si percepiscono. Partiamo da un presupposto: Michelangelo è un grande, qualsiasi restauratore vicino a lui è un pidocchio. Chi può contraddirmi su questo? Nessuno:) Ciò esclude a priori qualsiasi intervento massiccio, che mette in evidenza l’abisso esistente tra le menti e la mano di chi interviene e di chi ha realizzato l’opera. Secondo me quindi di principio persino il tratteggio è sbagliato, sia chiaro. La nostra fantasia che ci sta a fare, se non a completare ciò che manca. Meglio i buchi casuali provocati dal tempo di una goffa ricostruzione che non regge il confronto. Volere ricostruire l’opera nella sua originalità a me fa ridere. Primo, perché nessuno può averla vista, e si basa solo su documentazioni scritte. Secondo, perché significa cancellare secoli e secoli di “storia degli effetti”. Il che secondo me è folle. L’opera come l’abbiamo conosciuta noi, su cui è stato scritto dagli storici dell’arte, non esiste più e non potrà più essere ricostruita. Una passata per farlo tornare come nuovo, ma vi rendete conto dell’assurdità???L’intervento doveva essere invisibile, quanto meno per evitare il ridicolo. Scandaloso che si sia trattato di una mera operazione commerciale, per cui la TV giapponese, che finanziava i lavori, ci ha messo becco, e il risultato finale è la Cappella Sistina Manga-version! Spero di essere stata chiara, perché per me vedere finalmente l’opera dal vero si è tradotto in un’immensa delusione, in cui ho percepito chiaramente con un brivido di puro orrore ciò che non c’entrava, la mano estranea. TUTTO FALSO, TUTTO SBAGLIATO! Se poi la cosa è stata pompata e pubblicizzata perché c’erano dei soldi in ballo, e quindi lo scandalo non è scoppiato come avrebbe dovuto, ciò non toglie l’immenso impoverimento per il patrimonio artistico italiano e mondiale di cui siamo rimasti vittime tutti, ci hanno defraudato. Altra cosa che è stata detta è che si tratta dell’originale, come è stato pensato da Michelangelo. Beh, è sorprendente il presunto genio dei restauratori che riescono a sapere esattamente cosa c’era nella sua testa, quando io dopo anni ancora non conosco me stessa. L’altro alibi per un lavoro demenziale e malfatto, da galera insomma, è stato che “siamo abituati” a vederlo “sbiadito”, da lì il malessere, che invece nasce solo dalla consapevolezza si trovarsi di fronte a un’opera di genio, sovra-umana, che è stata violentata da dei colossali incapaci. Le chiacchiere stanno a zero. Il prima e il dopo messi a confronto dicono già tutto. VERGOGNA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    P.S. e comunque la difesa di un intervento palesemente sbagliato non dovrebbe essere dettata dai propri interessi. Io non lo trovo affatto etico. Intendo dire che non si può dare la parola a quella manina inetta e incompetente che ha agito su altre opere del passato senza averne le capacità, provocando scempi analoghi. E tutto ciò mentre la coscienza dorme un sonno pesante.