Museica. Con Caparezza a lezione di storia dell’arte

È uscito nei negozi lo scorso 22 aprile, diventando subito l’album più venduto in Italia. Trattasi di “Museica”, nuova fatica discografica di un Caparezza, che sceglie di raccontare il presente attraverso il filtro dell’arte. Additando a modelli positivi i vari van Gogh e Tristan Tzara, Hugo Ball e Piero Manzoni. In questa intervista gli abbiamo chiesto un po’ di cose…

Caparezza

Museica comprende diciannove brani: in tutti c’è traccia di un artista. Possiamo parlare di concept album?
Sono molto affezionato all’idea di concept, anche se si tratta di una parola un po’ lata, che non è sempre facile capire cosa sottintenda. Il mio è un album che ha come concetto, e in questo senso allora si può parlare di concept, quello di sondare il mondo dell’arte riconducendolo nel mio. Museica non è solo un album didattico, in cui mi diverto a dare informazioni riguardo a quella che è l’arte contemporanea (che poi è quella che piace di più a me), ma è soprattutto un album in cui continuo imperterrito a dare la mia visione delle cose. E anche di me stesso.

In un momento come questo sarebbe forse più facile mettere a nudo i vizi della nostra società guardando alla politica o allo show business: tra salotti televisivi e reality, i modelli negativi non mancano. Perché invece scegliere come cono ottico proprio quello dell’arte?
Credo che dipenda dal fatto che in questo momento mi sento più propositivo: mi piace di più l’idea di presentare un’alternativa piuttosto che demolire. Proprio sulla copertina dell’album ci sono tre omini a coronare quest’immaginario dell’alberello centrale con la mia chioma: uno ha un innaffiatoio, è quello che coltiva; un altro, quello con l’accetta, demolisce; e poi giù, insieme agli animali, c’è uno che semplicemente osserva. Io in questo momento mi sento forse più vicino a quest’ultimo e a quello che innaffia.

Una scelta se vogliamo “poco hip-hop”: il genere nasce e si alimenta nell’invettiva…
Poco hip-hop ma molto da quarantenne! Mi piace l’hip-hop, mi piace il rap: fanno parte della mia cultura, anche se li ho sempre mescolati con il rock. L’hip-hop è tutto sommato recente, le prime cose che ascoltavo le colloco nella sfera nemmeno adolescenziale, ma già successiva: fino a quel momento io ho ascoltato le musiche più disparate, da Raffaella Carrà ai Kraftwerk passando per i gruppi heavy metal. Sono molto disordinato, quindi tutto entra in questo calderone. Non posso rappresentare la cultura dell’hip-hop intesa in senso stretto; posso giusto dire che utilizzo la formula del rap perché è quella che mi ha colpito di più e perché mi dà la possibilità di usare tante parole e di giocarci.

La cover di "Museica", ultimo album di Caparezza
La cover di “Museica”, ultimo album di Caparezza

Nell’album guardi più ad artisti come van Gogh, o alle avanguardie storiche, rispetto a nomi della più stretta contemporaneità. Perché?
Fino a prima di scrivere quest’album in realtà non ero assolutamente un conoscitore della storia dell’arte: di tutte le sfaccettature immaginifiche che avevo a disposizione, quella dell’arte era anzi quella che conoscevo meno e dunque quella che giocoforza volevo approfondire di più. Sono rientrato in alcuni musei dove ero già stato e sono andato in altri in cui non avevo mai messo piede, cosa che mi ha permesso anche di trovare una simpatica scusa per fare qualche viaggetto a Berlino, Amsterdam piuttosto che Parigi. Mi sono lasciato trasportare solamente dal mio gusto personale: questo mi ha portato ad amare un certo tipo di arte rispetto a un altro.

Da quale artista vivente ti senti più incuriosito?
Banksy. Lo considero un artista completo più che un semplice writer, perché nella scelta dei suoi stencil, molto accurata, ha un suo modo particolarissimo di esprimersi. Al di là dell’aura di mistero che lo circonda, lo trovo geniale, anche nel suo aver mischiato l’arte dei murales con l’ambiente circostante, facendo interagire i due ambiti, creando una sorta di realtà aumentata.

L’arte di Banksy, come molta Street Art in genere, è carica di messaggi politici: fattore che non a caso accomuna questo linguaggio a quello dell’hip-hop, con cui condivide radici culturali e sociali. È un’etichetta, quella della “politica”, che accetti venga legata alla tua musica?
Non disprezzo l’aggettivo “politico”, diventato negativo solo perché molti pensano che “politico” sia ciò che fanno e dicono i politici! Penso invece che qualsiasi scelta uno faccia rientri nella sfera della politica: anche se sembra un’ovvietà, pensa a opere come Guernica, o al Quarto Stato, che sono a tutti gli effetti diventate simboli politici. Se qualcuno mi dice “sei troppo politico in quella canzone” non mi fa un effetto negativo, anzi: mi sembra quasi di impegnarmi in qualcosa!

Caparezza
Caparezza

Tra i brani più imprevedibili dell’album c’è Argenti Vivi, ispirato a un personaggio tutto sommato minore della Divina Commedia, ovvero Filippo Argenti. Come ti sei imbattuto in lui?
La storia è lunga. Argenti Vivi è un pezzo che io ho iniziato a incubare tanti anni fa, senza essere mai riuscito a trovare una formula per raccontarlo: eravamo credo nel 2005, ai tempi di Habemus Capa, quando avevo vari progetti in mente, tra cui quello di creare una specie di mia Divina Commedia… diciamo pure che non avevo il senso del limite! Ad ogni modo avevo preso a rileggere la Commedia, per la prima volta fuori dai banchi di scuola, e a un certo punto arriva questo personaggio: ho notato subito un cortocircuito. Non riuscivo a capire chi fosse: cercando informazioni sul suo conto, avevo trovato che si trattava giusto di un vicino di casa, ma perché inserire una persona comune in mezzo a papi e potenti? Mi sembrava un togliersi un sasso dalla scarpa, per dirla in termini hip-hop un dissing! Ma la cosa pazzesca è che Dante, che mostra pietà per chiunque, anche per gli assassini, diventa astioso: proprio lui mostra questo lato iracondo del suo carattere… nel girone degli iracondi! In questo brano io impersono Filippo Argenti non perché lo stimi – preferisco i poeti ai maneschi – ma per raccontare un po’ la sconfitta della poesia, che ha molto meno spazio rispetto all’aura di spacconaggine, di violenza.

Dobbiamo aspettarci altre tue incursioni nel campo dell’arte?
Il tour inizia giugno: mi divertirò a declinare tutto nel mondo dell’arte, anche i pezzi degli altri album. A livello di scenografia stiamo pensando di creare qualcosa che richiami la cover dell’album: che poi è un’opera d’arte, un dipinto di Domenico Dell’Osso, talentuosissimo pittore surrealista… e anche surreale!

Francesco Sala

www.caparezza.com


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.