Pink Power. Storia internazionale della filantropia femminile

Nonostante la letteratura sul tema sia ancora molto ridotta, negli ultimi anni il fenomeno della filantropia femminile è emerso in maniera prepotente in tutto il mondo. Ma la storia ci insegna che non si tratta di una novità, quanto di una “tradizione” profondamente radicata nella storia.

Vista dalla terrazza - foto Andrea Jemolo - copyright Bibliotheca Hertziana

In qualche modo si potrebbe affermare che la filantropia sia un’invenzione svizzera. Fu infatti una facoltosa cittadina bernese, Anna Seiler, che, lasciando la sua intera eredità a una fondazione, permise la nascita del policlinico universitario Berner Inselspital. Il dato particolarmente interessante è che la benefattrice definì fin nei minimi dettagli che cosa i politici dovessero fare e non fare con il suo patrimonio, e lo fece servendosi di un linguaggio assertivo e molto diretto. Il suo testamento rappresenta ancora oggi un modello da seguire per le filantrope, benché l’istituzione della fondazione risalga ormai al 1354, dunque oltre 650 anni fa. L’ospedale, tra l’altro, è ancora pienamente operativo, con la differenza che il numero dei pazienti è passato dai 13 all’anno ai 38mila pazienti stazionari e oltre 295mila pazienti ambulatoriali  di oggi. Ma non mancano esempi più recenti. Nel 1912, Henriette Hertz dà vita alla Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History, una grande istituzione culturale ancora oggi importante riferimento della vita culturale di Roma.
Seiler e Hertz a parte, in passato le donne si facevano mecenati per questioni molto diverse da oggi, legate soprattutto alle convinzioni religiose e alla propria relazione con la comunità, per bon ton e “dovere di classe”, per salvaguardare la reputazione e consentirsi un certo grado di affermazione in un contesto prettamente maschile. A volte le attività a scopo filantropico erano l’unico modo per fuoriuscire dalla rigidità delle mura domestiche, in un percorso che spesso le vedeva comunque in uno stato di subalternità rispetto al marito, cui apparteneva il denaro. Oggi, naturalmente le cose sono cambiate. Senza voler fare generalizzazioni, spesso le donne, a livello internazionale, che tendono a essere più generose e propositive nel mondo della filantropia femminile sono quelle che hanno creato da sé il proprio benessere economico rispetto a coloro che, avendo ereditato, vivono di rendita.

Anita Roddick
Anita Roddick

Ma, come vedremo, vi sono molte altre le cause che rendono una donna “filantropa”. L’aspettativa di vita è più alta, così come il numero di donne single (divorziate, vedove, mai sposate), anche a una certa età. Parallelamente sono sempre di più coloro che hanno conquistato una posizione di leadership e un alto benessere economico, tanto da desiderare di “restituire alla società” quanto giustamente ottenuto. La compianta Anita Roddick, fondatrice di Body Shop e grande benefattrice, definì il periodo della sua vita in cui elargiva denaro come “gioioso”. E lo spiegava così: “Per me la gioia è poter fare parte di un’impresa riuscita. E dare via il superfluo”. Purtroppo la sua morte all’età di 64 anni le ha impedito di continuare a condividere la gioia del “dare via” e di vedere i frutti dei suoi doni nella vita degli altri. Ma altre donne, vere imprenditrici nel pensare e nell’agire, continuano a tramandare la sua eredità spirituale in tutto il mondo.
La provenienza delle “filantrope” è estremamente variabile: imprenditrici, scrittrici, giudici, casalinghe, tutte unite dalla decisa volontà di essere una forza propulsiva dei grandi mutamenti sociali in atto. Si tratta di donne pienamente coscienti della crisi, che spesso ritengono che l’iniziativa privata sia più efficace dello Stato, a volte ispirate da importanti figure femminili della propria vita e che proprio oggi dispongono di una nuova possibilità di influire sul tessuto sociale attraverso trasformazioni strutturali. Nella seconda parte del secolo scorso videro, inoltre, la luce le prime fondazioni miranti a contrastare una tendenza generale che vedeva donne e ragazze escluse dalle sovvenzioni di imprese, fondazioni, governi e privati. La nascita di nuove fondazioni di donne per donne ha reso evidente quanto gli investimenti caritatevoli in progetti femminili possano accelerare il cambiamento positivo non solo a livello locale, ma anche nazionale e mondiale.

Steve McQueen, Bear, 1993 - veduta dell’allestimento presso lo Schaulager, Basilea 2013 - courtesy the Artist & Marian Goodman Gallery, New York-Paris & Thomas Dane Gallery, London - photo Tom Bisig, Basel
Steve McQueen, Bear, 1993 – veduta dell’allestimento presso lo Schaulager, Basilea 2013 – courtesy the Artist & Marian Goodman Gallery, New York-Paris & Thomas Dane Gallery, London – photo Tom Bisig, Basel

Il raggiungimento dei risultati è un altro dei tratti che distinguono il fenomeno. Che la filantropia non debba necessariamente concretizzarsi in gesti eclatanti o in azioni che catturino l’opinione pubblica è stato dimostrato anche negli ultimi anni da tanti progetti di sostegno attuati da donne nell’ambito del microcredito. Sostegni all’auto-aiuto, o progetti di avvio con la collaborazione tecnica e la partecipazione attiva dei beneficiari, risultano spesso più efficaci nel medio e lungo termine rispetto a finanziamenti di start-up eccessivamente orientati alle relazioni pubbliche che fin troppo spesso finiscono per sfociare nella disillusione, con sperpero di denaro e progetti che restano incompiuti nonostante la forte motivazione dei donatori. Le filantrope, inoltre, si impegnano in particolare con quelle organizzazioni che instaurano una comunicazione empatica con le donne, con l’obiettivo di motivarle ad aspirare a posizioni decisionali, nelle quali la loro voce torni ad avere peso. In quest’ottica prediligono un mecenatismo che stabilisca relazioni, nello spirito di una raccolta fondi basata sulle transazioni, in cui il numero di nuovi contatti stabiliti è di maggiore importanza rispetto alla qualità intrinseca delle relazioni. Molte di esse, poi, mettono a punto metodi nuovi per misurare gli effetti sortiti e descrivere i risultati raggiunti. Ma, soprattutto, garantiscono che tra gli obiettivi del loro agire filantropico siano presenti anche strategie miranti a migliorare la qualità della vita e a rispondere con efficacia alle grandi tematiche sociali e culturali.
Una storia particolare è quella di Betty Amsden. Segretaria per vent’anni, poi imprenditrice nel ramo immobiliare e filantropa attiva per trent’anni, con un’attenzione particolare ai bambini e alla loro formazione. Ha, infatti, donato 5 milioni di dollari all’Arts Centre con l’intento di istituire il Betty Amsden Arts Education Endowment for Children e supporta l’Australian Ballet School, l’Orchestra Victoria e il Royal Women’s Hospital. Alice Walton, invece, è interessata al rapporto con la natura: il suo Crystal Bridges Museum of American Art (Bentonville, Arkansas), che ospita tra opere d’arte e cimeli storici anche una rara copia della Dichiarazione di Indipendenza, ha nel contempo l’obiettivo di avvicinare le persone all’arte e all’ambiente, ma anche di favorire la crescita economica del territorio. Yoshiko Mori, mecenate e membro del Consiglio che presiede alla Mori Building Co è, invece, patron del Mori Art Museum, che promuove l’arte contemporanea e i giovani talenti giapponesi. Situato in cima a una torre di 54 piani a Tokyo, la Roppongi Hills, dà spazio inoltre ad arte, architettura, design provenienti da tutto il mondo. Non solo. Yoshiko, infatti, sostiene la Royal Academy of Arts di Londra, il Russian Museum di San Pietroburgo e il Tokyo Council for the Arts.

Yoshiko Mori riceve la Legione d'Onore a marzo 2013
Yoshiko Mori riceve la Legione d’Onore a marzo 2013

La Svizzera vanta donne molto attive, e non solo di recente. Nel 1957, a Lugano, l’italiana Angela Balzan crea la Fondazione Balzan utilizzando l’eredità di suo padre Eugenio, amministratore e comproprietario del Corriere della Sera. A Basilea, con la collaborazione di realtà cittadine come la Fondazione Laurenz, la mecenate Maja Oeri ha reso possibile l’apertura dello Schaulager, istituzione di spicco nel panorama artistico svizzero.
Tutte queste donne rappresentano fulgidi esempi per chi vuole intraprendere questa strada. Grazie ai loro successi, ancora ricordati e celebrati pubblicamente nel mondo di oggi, sono la dimostrazione di come l’affermazione economica offra la possibilità di fare qualcosa di buono per l’intera società, secondo il motto “Hanno raggiunto il successo e ora possono fare del bene”.

Elisa Bortoluzzi Dubach e Santa Nastro

Fonti: Sondra Shaw Hardy, Martha A. Taylor, Women and Philanthropy: Boldly Shaping a Better World, John Wiley and Sons, 2010
Forbes-Most Powerful Women Philanthropists 2012, http://www.forbes.com/pictures/ffhm45khl

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Elisa Bortoluzzi Dubach
Elisa Bortoluzzi Dubach, consulente di relazioni pubbliche, sponsorizzazioni e fondazioni, è docente presso varie università e istituti di studi superiori in Svizzera, Germania e Italia. E’ stata capoprogetto di campagne nazionali e internazionali ed è autrice di numerose pubblicazioni e contributi specialistici apparsi su quotidiani, riviste e manuali.
  • Catherine Blanchard

    Grazie Elisa Bortoluzzi Dubach e Santa Nastro per il ricordarci di questi filantropici: donne, uomini. coppie, gruppi.
    Il mio sogno per l’Università degli Studi e la città di Verona, non più da sola (non essendo ne imprenditrice ne ereditiera….), ma in gruppo. Pian piano. Il mio sogno si realizza!