Lo spettatore (ap)pagato

Gilles Deleuze ricorda che, a un congresso di psicoanalisi, Felix Guattari propose che anche gli analizzati venissero pagati. La questione era rompere con una concezione che associava l’idea di servizio o di lavoro solo a colui che dirige la relazione…

Spettatore

Si trattava di allargare la nozione di “divisione sociale del lavoro” anche alla sfera che non le è direttamente associata. Senza i pazienti la psicoanalisi non si effettua, non “produce” guarigione. Anche Godard – ricorda ancora Deleuze – fece un’affermazione analoga: perché non pagare chi guarda la televisione? D’altra parte, è attraverso essa che la pubblicità buca il desiderio annettendoselo ed estorce il consumo allo spettatore. Non è la stessa cosa per l’arte? Dal momento che ha perso la sua funzione simbolica e religiosa, e poiché il suo ruolo implica quello dello spettatore (emancipato), perché non pagarlo?
Guardare è un’attività socialmente rilevante, nella misura in cui l’occhio è costantemente sollecitato. Perché solo l’artista deve essere riconosciuto (anche economicamente) con la sua opera da esporre, da sottoporre allo sguardo dello spettatore, e non riconoscere anche i diritti di quest’ultimo? Il punto è che la nozione di “forza lavoro” è vittima del realismo della produzione in un mondo in cui l’oggetto della produzione è sempre più vaporizzato e la funzione dell’occhio diviene una delle forze produttive della circolazione delle immagini, le quali fanno sì che l’artista e il sistema che lo sostiene possano ancora capitalizzare il ruolo dello spettatore, sfruttandone la funzione. Anziché riconoscere in esso un attore insostituibile per la vita delle immagini, lo si relega al ruolo passivo di consumatore di feticci culturali.

Gilles Deleuze
Gilles Deleuze

Lo spettatore è un lavoratore, inconsapevole di esserlo. Partecipa dell’“intelligenza collettiva”: produce circolazione dell’immaginario come le griffe indossate dai corpi. Non è forse l’audience che stabilisce la riuscita di una mostra? In fondo, l’offerta dell’artista è analoga a quella dello psicoanalista: uno offre la relazione con l’inconscio, l’altro con l’immaginario. Ma, a differenza dell’analista, l’artista allo spettatore chiede un impegno. Pretende un lavoro dello sguardo che è un “lavoro vivo”, come diceva Marx per gli operai delle fabbriche. Da qui anche lo sfruttamento dello spettatore quando non vi è nulla da vedere e da capire.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Marcello Faletra
Critico d'arte, artista, saggista. Fin dagli Anni Settanta è stato attivo con iniziative culturali e di controinformazione col collettivo Radio Aut, creata da Peppino Impastato e Salvo Vitale e con la Comune di Terrasini fondata da Carlo Silvestro. Nel 1977 si trasferisce a Roma, dove partecipa attivamente ai movimenti di protesta. Negli Anni Ottanta e Novanta vive tra Napoli, Roma e Milano, dove svolge un’intensa attività artistica, partecipando a numerose mostre di pittura e fotografia. In seguito abbandona la pittura per dedicarsi con continuità alla filosofia e alle teorie dell’arte contemporanea. Numerosi saggi e articoli sono apparsi in riviste specializzate e in cataloghi di mostre e pubblicazioni collettanee. È stato animatore e redattore di Cyberzone, rivista di arte, filosofia e nuove tecnologie. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell'arte contemporanea" (Solfanelli) e "Graffiti. Poetiche della rivolta" (Postmedia Books). Attualmente insegna Estetica dei New Media e Fenomenologia dell'Immagine all'Accademia di Belle Arti di Palermo.
  • pneumatici michelin

    attenzione alla demagogia: se l’artista non ha nulla da far vedere o da dire, il pubblico è meglio dell’artista quindi va pagato perchè altrimenti ci guadagna solo ì’artista ?
    (ma davvero l’artista ci guadagna sempre?)
    ma il pubblico è davvero meglio dell’artista che non ha nulla da dire? non è forse scemo il pubblico che si spreme le meningi tentando di interpretare e meditare
    mostre vuote d’idee e di opere? e per questa prodezza andrebbe anche pagato?
    tutto questo mi ricorda il grilismo e il comodo capro espiatorio della cattiva politica: d’accordo , ma i politici mica si sono votati da soli!

    inoltre il fatto che nel mondo dell’arte ci possano essere diversi casi di disagio mentale non autorizza a assimilare i rapporti tra analista e analizzato a quelli tra artista e pubblico

  • Angelov

    Ma che boutade imperdibile; a prima vista verrebbe da pensare che, se applicata fuori dall’ambito culturale, i giudici e o i poliziotti dovrebbero ringraziare i delinquenti; i medici, i malati perché senza di loro sarebbero tutti disoccupati.

    Ma contemporaneo alla Sofistica in Grecia, in Cina si espresse il Taoismo, dove per la prima volta il concetto della Complementarietà degli opposti venne espresso; applicabile anche al concetto di Causa-Effetto.
    Questa idea, molto empirica, di Complementarietà, è molto facile da capire, ma molto difficile da applicare, sopratutto in una realtà che vive di continui conflitti.

    • Pneumatici michelin

      Angelov d’accordo a grandi linee ma visto che mi
      Hai dato da saccente in un’altra occasione
      Ti vorrei dire che il parallelo tra sofistica é taoismo é
      Ridicolo: ma dove hai studiato la filosofia?
      Nei programmi televisivi dedicati al paranormale? In certi
      Tomi delle edizioni mediterranee?
      E poi ti lamenti se dico che hai una cultura scombiccherata?

      • Angelov

        Ho citato la Sofistica, perché di fatto l’affermazione di Guattari, mi ricordava un po’ i paradossi di quei pensatori; ho parlato di Taoismo, perché è nato e si è sviluppato esattamente nello stesso momento storico.

        Ma ora ti voglio citare qualcosa di interessante:
        La tesi n° 30 dal libro di Guy Debord, “La Società dello Spettacolo”, e che ha qualche attinenza con tutto questo.

        “L’alienazione dello spettatore a vantaggio dell’oggetto contemplato (che è il risultato della propria attività incosciente) si esprime così: più esso contempla meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio. L’esteriorità dello spettacolo, in rapporto all’uomo agente, si manifesta nel fatto che i suoi gesti non sono più suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. Questo perché lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è dappertutto.”

        • Pneumatici michelin

          Angelov
          Attento che nella filosofia greca esistevano
          Almeno due scuole che hanno usato paradossi divenuti
          Famosi: quella di Elea e quella dei sofisti. Quella di Elea
          Mirava a destituire di fondamento le conoscenze
          Comuni per affermare come unica veritá l’Unico
          Mentre quella sofistica usava le sue sottigliezze retoriche
          Per democratizzare il sapere e spesso per mettere
          In discussione religione e sapienza. Ovviamente
          Parliamo del contesto greco di un periido storico
          Preciso. Il taoismo( il cui contesto ben diverso
          é stato ben analizzato Ad esempio da max weber )
          É una visione della realtá legata a una visione magica
          E non ha quelle caratteristiche di razionalitá argomentativa
          Della filosofia greca che ha infatti partorito poi
          La logica stoica (analizzata anche da deleuze in logica
          del senso), il sillogismo ecc).
          Scusa se vado in velocitá e a braccio ma é per
          Confermarti la scombiccheritá (la cavallinitá) delle tur
          Nozioni . Probabilmente in un liceo classico non arriveresti
          Alla matura. Almeno in filosofia.

          Quanto a Debord qualsiasi cosa dica é musica
          Per le me orecchie: ma mi dispiace per te era
          Profondamente materialista e credo fosse poco
          Interessato al taoismo

          Chiamatemi saccente ma non si puó continuare
          A mescolare tutto e contrario di tutto: sarebbe meglio
          Non citare nessuno che non si é letto bene e scrivere
          Piuttosto quello che si pensa con parole chiare

          • Angelov

            Quindi confermi che una scuola sofistica usava il paradosso per democratizzare il sapere, come appunto la boutade di Guattari diventata famosa e popolare.
            Per quanto riguarda il Taoismo, che nella sua evoluzione è addirittura diventato una religione, non puoi averlo conosciuto direttamente, ma per via di Max Weber, che ha a sua volta tentato di inquadrare.
            Ma perché si ha paura di leggere i testi originali? La cultura fascista guardando ad est ci vedeva solo un pericolo giallo.
            Per quanto mi riguarda, non ho ambizioni filosofiche; sono un intuitivo e detesto i paraocchi della specializzazione; i miei commenti vogliono solo evidenziare un punto di vista sulle situazioni, che forse a molti è sfuggito, o forse no.

          • pneumatici michelin

            angelov che tu sia intuitivo l’avevo capito ma la mancanza di rigore continua a farti prendere fischi per fiaschi anche in questa risposta . io non confermo perchè non hai nemmeno capito quello che ti ho detto :ho fatto una distinzione tra due scuole greche del paradosso e ambedue, sopratutto quella sofistica, c’entrano con il taoismo come i cavoli a merenda.
            l’esempio di max weber non era casuale ma siccome non lo conosci non hai capito perchè ho citato solo quello e proprio quello dato che quando usi le tue nozioni “sincretistiche” sei abituato ad ignorare la differenza dei contesti storici e sociali

          • luca

            Pneumatici, sei un super saccente, non un saccente normale.
            e non leggi neanche bene i commenti. Angelov ha semplicemente scritto che il taoismo e i sofisti erano contemporanei. sei molto immaturo a comprendere e comunicare. scrivi malissimo e a sproposito. giusto per il gusto di vantarti di una cultura che in realtà non c’è. la cultura è altra cosa.

          • Pneumatici michelin

            Luca si sono saccente e scrivo con il telefonino
            mentre guido in auto
            Se uno ha una conoscenza confusa degli argomenti dei quali
            Tratta trova prima o poi qualcuno che gli dimostra quant’é confuso:
            Ammetto che non vado per il sottile nel bastonare lo studente
            Svogliato : deve capire che lo faccio per il suo bene:)
            Se lo studente é intelligente verificherá le sue cognizioni
            Errate ; se é presuntuoso e della sua ignoranza non puó fare
            A meno dirá che il professore é un saccente saputello.
            Ma ahimé sappi che il professore é uno studente a sua volta che fa
            L’ ingrato lavoro di combattere i mulini a vento.

            In compenso il tuo senso logico pecca come gli
            accoppiamenti funanbolici di angelov e il senso logico
            Ê una componente mica tanto da poco della vera cultura
            Della quale mi pare ti ritieni seguace.

            Che senso ha dire che taoismo e sofistica sono
            nati e si sono sviluppati nello stesso periodo
            storico se non per volerli apparentare?
            Se non si voleva stabilire una relazione perché
            Li si é citati assieme? Se tu stessi ragionando
            Con Clistere:) riguardo alla possibilità che giorgio e giorgia
            siano o no o figli naturali di beppe , cosa penseresti
            che intenderebbe Clistere se questi dicesse che
            Anche i suoi non sono figli naturali?

            Piú nel dettaglio in un intervento successivo angelov ha
            Implicitamente ammesso di aver apparentato sofistica e taoismo
            Perché entrambi usavano i paradossi e io credo di aver sufficentemente
            Dimostrato che i paradossi nel pensiero greco nascono in un contesto
            Diverso: se non mi credi puoi andarti a leggere qualsiasi manuale di storia
            Della filosofia per licei.

            Visto che mi hai dato del saccente ti diró che pure tu sei un ignorante dato
            Che non hai notato una piccola sottigliezza (per il livello della discussione):
            Se infatti puó sembrare che io sia stato cosí cattivo con angelov é perché
            Invece non si é colto un mio piccolo atto cavalleresco che avrebbe potuto
            Aiutare angelov a trovare un’onorevole scappatoia: infatti gli ho citato
            Una seconda scuola filosofica greca alternativa a quella sofistica e che a sua volta
            Ha usato i paradossi: ma angelov non la conosce e non ha preso
            La palla al balzo( un pó come ha fatto achille con la tartaruga.)
            E ha perso pure definitivamente la possibilitâ di recuperarla perché
            Parlando di democratizzazione del sapere si é fregato da solo dato che
            Questa scuola che lo poteva(un pó) aiutare tento democratica non era.

  • Spinola

    La pittura ha una grande affinità con la pratica medica. Anche se riguardano entrambe la sfera fisica, l’influenza che esercitano e’ principalmente psichica. La parola “quadro”per il paziente ha la stessa importanza del colore, della linea e della forma per il pittore ; e’ quasi incredibile come una semplice parola o un punto o una linea possano plasmare ed influenzare la vita di un individuo. O no?

  • Giacinto Giacchetti

    Il pubblico andrebbe pagato dal curatore per leggere i panegirici del testo critico, generalmente capzioso, inutilmente allusivo, traboccante di forzature, delirante.
    L’artista spesso non ci guadagna niente, se va bene il 50% di qualcosa che viene venduto, oppure gli viene finanziata la produzione dell’opera. Il curatore a volte.
    Non c’è un reale bisogno di tutte queste derive intimiste, e contrariamente a quanto dice Spinola l’arte non plasma e influenza la vita di nessuno che non sia di colui che ci lavora e/o ci guadagna. Se va bene offre qualche spunto, la maggiorparte delle volte occupa solamente del tempo e dello spazio, come tanti altri eventi. Il tasto di un videopoker e una linea ad esempio, influenzano e plasmano la vita degli individui molto più dell’arte.
    Non è certamente questo il metro per misurare la produzione artistica. Dovremo essere dunque tutti pagati per vivere, ma da chi? Andare dall’analista? Vizio borghese, come lo yoga e il cibo biologico. C’è forse una carenza di appagamento?

    • Spinola

      “Borghese “. Ci sono definizioni fortemente ideologizzanti- te
      che, nonostante Feyerebend, tendono ad insinuarsi in amplessi patologici. Qui, “plasmare” ha una valenza positiva. L’arte rappresenta quel” ero cieco-ora vedo” delpostmostracezanne 1907 a Parigi. Tu semplicemente non vedi. Forse un bene, se obbligati ad assistere ad un contemporaneo erede di spazzature celebrate nel passato. Fossi in te, opterei per lo yogurt e , togliendoti dall’imbarazzo, confermo una voragine di carenze.

  • Nuke

    Simpatica provocazione! Dal punto di vista strettamente logico può anche tenere, ma non sul piano storico-temporale, perché arriva decisamente fuori tempo massimo. Infatti, negli Stati più “avanzati”, dopo la lunga fase dell’Alto capitalismo (con la sua industrializzazione massiccia e le mega-fabbriche), la parentesi del Medio capitalismo (la cosiddetta società dei consumi o dello spettacolo, con i suoi mega-centri commerciali, la Borsa valori e la diffusione enorme del ceto medio cognitivo) si sta progressivamente chiudendo e già intravediamo la struttura del Basso capitalismo (con le sue mega-banche, il debito diffuso e l’endemica disoccupazione intellettuale).
    La riflessione dell’autore poteva forse trovare orecchi più sensibili al culmine del Medio capitalismo, ma ora, e in prospettiva, la sua validità sembra venir decisamente meno e suona, per così dire, grottesca…

  • Ri.Chi.

    http://www.artribune.com/2013/10/non-tutto-si-compra

    e comunque tra analista e paziente si crea un rapporto umano diretto ed univoco. Linea retta.
    Tra artista e spettatori, la relazione è tra uno e molti. Anche nel caso di un singolo spettatore, alla volta.
    Sfera.

  • Marcello Faletra

    Vorrei fare alcune precisazioni sul mio scritto. Infatti si presta a fraintendimenti.
    Chiedo scusa per la lunghezza dell’intervento. Ma alcune questioni, credo, non possono essere liquidate alla stregua di uno spot.
    Scrivendo che anche lo spettatore deve essere pagato intendevo
    soprattutto sottolineare la distanza che lo divide spesso dalle opere.
    Lo spettatore come categoria sociale nasce con l’illuminismo, sotto le spinte dell’economia capitalistica. E’ il passaggio che si effettua dal popolo al pubblico, e, oggi si potrebbe dire dal pubblico al consumatore.
    Dalle credenze alle opinioni. Le credenze accorpano, le opinioni dividono (ciascuno ha la propria).
    Ieri l’arte era parte integrante del culto. Oggi è esposta alle opinioni. Il manto azzurro delle madonne medievali era un obbligo per tutti i pittori. Oggi la madonna è una Marilin Monroe spumeggiante di rossetti. Sacro e profano sono due volti della stessa medaglia.
    Già agli albori della modernità Diderot, Shiller e Goethe, volevano educare ai “valori estetici” le masse che si apprestavano ad entrare nei musei per orientarne la fruizione. Marx indirettamente rispose che ogni concezione del “valore” rientra nella sfera della merce, poiché il valore è l’attribuzione che gli uomini danno agli oggetti, il quale viene quantificato, appunto, in valore, attraverso l’equivalente generale del denaro. Ogni forma di rappresentazione estetica nel mondo capitalistico è soggetta alla sua traduzione in merce, determinando una gerarchia di “valori”: un posacenere o una pecora tagliata in due e messa sotto vetro di Hirst vale una cifra enorme, una pittura di Gastone Novelli molto meno. Il difetto delle pitture di Novelli è che non sono divertenti e non fanno spettacolo. Quelle di Hirst si, nella misura in cui c’è un mercato culturale della morte. La reliquia esce dalla chiesa ed entra nei musei dove è sottoposta alla curiosità dello spettatore. Più la reliquia è “oscena” – vale a dire che mostra letteralmente tutto – più attira pubblico, come le “anatomie” di van Hagens. Cosa si chiede allo spettatore? La conferma che il feticcio culturale è stato consumato come l’ostia. In altre parole gli si chiede un ruolo.
    Questa è la gerarchia del valore estetico al vaglio del mercato. Mistero del capitale, che ricalca e supera i misteri gloriosi del cattolicesimo.
    E’ in questo senso che il capitalismo si è sostituito alla religione, generando un universo effimero di “valori” culturali che possono essere classificati come valori feticistici.
    In un breve frammento Walter Benjamin pone l’equivalenza fra capitalismo e religione. E osserva che quest’ultimo “è una pura religione cultuale, forse la più estrema che sia mai esistita”. I rituali del consumo culturale, oggi cosi evidenti, confermano queste osservazioni. Solo che a differenza della religione tradizionale quella del capitalismo non conosce domeniche.
    Ora, dopo la modernità, l’arte continua a non essere attribuita alla massa, semmai le è destinata. Arte per la massa va intesa qui al dativo e non al genitivo. La relazione “per” (le masse, potenziali spettatori) implica una gerarchia, in cui lo spettatore è considerato passivo, e la cui unica libertà consiste nel preferire un manufatto artistico al posto di un altro, come accade nei grandi magazzini.
    Allo spettatore non è consentito di interagire con quelle opere che rivolgendosi al pubblico con l’intenzione di stabilire una “relazione” accettino anche che possano venire buttate nella spazzatura qualora lo spettatore lo volesse. La reciprocità è esclusa.
    E’ noto che Duchamp non amava la categoria sociale dello “spettatore”, se non per depistarlo dalle attese con i suoi reade-made. E quando gli operai del museo di Philadelphia ruppero il “Grande Vetro” per puro accidente, Duchamp accolse la notizia con soddisfazione: “il caso completava- cosi disse – l’opera”.
    E’ anche noto che Paul Klee nei suoi diari annotò: “il popolo manca”. Per lui tutte le opere non erano necessariamente “contemporanee” dello spettatore. L’arte è sempre in attesa di un “popolo”. Oggi è diverso?.
    Qui è evidente che la funzione sociale dell’arte non è stabilita dagli artisti ma dal sistema integrato musei-gallerie-propaganda-collezionisti. Vale a dire dal mercato, il quale produce feticci culturali da consumare; mercato che se da un lato strizza l’occhio allo spettatore, dall’altro non gli consente alcuna reciprocità come quella che in passato accadeva in teatro dove una commedia poteva subire le tirate di uova marce se l’opera non piaceva. Ora, tutte queste cose sono ben note. Ma, la domanda ritorna sempre: che cos’è lo spettatore in questo scenario?
    Questo significa che ancora oggi, a dispetto della presunta “libertà” dell’arte, il rapporto fra arte e pubblico è ancora di tipo tradizionale: un artista fa un’opera che si vuole “relazionale”, “trasgressiva”, “ironica”, dunque partecipativa come accade di sentire spesso, cerca la diretta esperienza dello spettatore, vuole completarsi con lo spettatore. Poi, però, si riserva di “comunicare” che trattandosi di un’opera d’arte lo spettatore deve solo “capire” o partecipare in termini solo “estetici”. E’ come indossare i Jeans strappati, aspetto reale dei poveri, e trasfigurarli in chiave di moda casual, secondo il principio del consumo delle immagini, senza alcuna relazione con quello che quei tagli tragicamente stanno a significare nella vita dei perdenti.
    Ora: perché non sputare sull’opera se è stata concepita per provocare disgusto allo spettatore?
    E’ quello che i registi Ciprì e Maresco hanno fatto col cinema. Illustrando la miseria degli uomini senza finzioni, e con gli stessi protagonisti della miseria reale, hanno sollecitato il pubblico a prendere posizione circa il proprio ruolo. Infatti: o sono amati o odiati.
    Il pubblico per una stagione di “cinico TV” non è stato più una massa anonima e informe. Il cinema qui ha chiesto allo spettatore da che parte stare. E un certo pubblico a preferito continuare a stare dalla parte delle convenzioni. E’ il destino di quegli artisti che oggi trovano grosse difficoltà per continuare a fare arte. La fiction che originandosi dalla Tv è trapassata pure nelle cosiddette “opere d’arte” ha, in tutti questi lunghi anni, educato uno spettatore passivo, conformista, reazionario.
    Lo spettatore, infatti, non è altro che il nome comune di una effimera moltitudine a cui occorre volta per volta dare un volto. E le opere a volte assolvono questa funzione. Far uscire allo scoperto lo spettatore.
    Marina Abramovic molto tempo fa a Napoli fece una performance che prevedeva anche l’eventuale sua morte per mano dello spettatore. Una pistola carica di un solo proiettile era stata messa a disposizione del pubblico. Non accadde. Ma fu possibile. L’eventuale morte dell’artista avrebbe completato l’opera per mano dello spettatore.

    Quando il museo di Versailles scarta una mostra di Dani Karavan per preferirgli Jeff Koons, segue la logica del “tutto esaurito”, vale a dire dello spettacolo, divenuto la merce più sofisticata da cui si possono ricavare enormi profitti. Che cos’è allora lo spettatore? Partecipa, in questo caso, della religione dello spettacolo. Ed è qui che provocatoriamente dico che bisognerebbe pure pagarlo. Perché contribuisce, correndo in massa, ad elevare il valore (e dunque il prezzo) dei feticci culturali esposti nei musei. Nessun valore può esistere senza feticismo perseguito dal “pubblico”.
    Ora l’arte perdendo in costituzione simbolica collettiva (prerogativa delle società tradizionali) ha acquistato quello della libertà individuale.
    Forse è per questo che ieri Brecht elaborò un teatro in cui si poteva anche sgranocchiare arachidi in teatro e Artaud inveiva contro lo spettatore “passivo”, cioè integrato al sistema dell’economia del valore dell’opera.
    Ma se la fruizione estetica delle opere non è una necessità primaria come l’acqua, che cos’è allora? E’ evidente che posta così la domanda fa subito scattare come un riflesso condizionato il mormorio di fondo che si alza per dire che anche lo “spirito” è come l’acqua una necessità primaria. Ma questa risposta presuppone il fatto che l’arte rientri in una funzione sociale collettiva, che è sentita da una realtà più ampia e di fronte a cui le cosiddette “masse” di spettatori trovano motivi di partecipazione sociale a quella che si presuppone sia una sfera “culturale” condivisa. Ma è così?

    • Angelov

      Marxello Faletra@
      Bellissimo commento

    • piero

      Caro Marcello Faletra, bel commento, ma la frase “Nessun valore può esistere senza feticismo perseguito dal “pubblico”, non la trovi un po’ azzardata e superficiale?
      Se dopo anni di studio approfondito scrivi un libro, e non si vende alcuna copia… vuol dire che il tuo libro non ha valore?
      Se il pubblico non viene martellato da pubblicità, se non ti invitano a conferenze di presentazione, se non ti intervistano in tv… non può essere che il tuo libro abbia un grande valore ma nessuno lo sa?

      • Thorvaldsen

        Credo parlasse semplicemente di valore economico, di mercato.
        C’era uno scarto retorico.

  • pneumatici michelin

    faletra ok
    ma guarda che avevamo capito che stavi scherzando!
    comunque attenzione che questi veramente penseranno a dare qualche spicciolo anche al pubblico, così ogni dissenso sarà sopito:

    P:S:
    leggo oggi sul Giornale Dell’Arte un’intervista con l gallerista massimo minini che alcuni mi rimproverano di avere insultato nell’articolo riguardante il nuovissimo Premio Merz.Nell’intervista questo genio dell’arte dice che nel mondo o in italia non ci dovrebbero essere più di 200 artisti circa e lui si propone di sfoltire le schiere con la sua competenza per avere un mercato finalmente ordinato.
    Scusate ma qui io vedo tracce di delirio: posso scriverlo?

  • Oggi con smartphone e connessione internet tutti possiamo fare tutto. Il punto è il senso critico per fare le differenze in mezzo a questo tutto.

    • piero

      con smartphone e connessione tutti possiamo fare tutto??? bella questa!!! ma ti vengono spontanee o ci pensi un po’ prima di scrivere?

  • Questa riflessione è molto interessante, soprattutto in un Italia dove NON ci sono spettatori per l’arte, se togliamo addetti ai lavori, collezionisti, curiosi e amici che passavano di lì. Il blog sta lavorando ad un nuovo progetto che potrebbe annettere questa riflessione. per info: housewhite1@gmail.com

  • CANE

    bisognerebbe far pagare un prezzo salato agli spettatori, così smetterebbero di andare alle mostre brutte contribuendo a sostenerle. e se poi non glie ne frega niente come a voialtri che stessero a casa. l’arte bella esiste, ovviamente bisogna saperla distinguere dalla massa. io a una mostra di cani non saprei giudicare, perché non sono informato in merito all’argomento. e infatti non ci vado.

  • E Gesù disse: chi vede le mostre sia pagato per primo, al che nessuno fu pagato. Chi però non udì Gesù, fu pago.
    Satana