Gioni che installa Breton (e il figurale). La Biennale secondo Pericle Guaglianone

“Il Palazzo Enciclopedico” è una mostra in forma di libro-wunderkammer (molto) illustrato. Non è uno spaccato a 360° sull’arte contemporanea, ma un gesto intellettuale e critico puro. Per visitare la mostra di Gioni occorrono quindici giorni. Oppure, volendo, può bastare un’oretta. Il suo nume tutelare è André Breton.

René Iché - Giardini - Biennale di Venezia 2013

Fortunato chi ha visitato (o visiterà) in una stessa giornata le mostre veneziane curate da Massimiliano Gioni e Germano Celant. Cioè a dire Il Palazzo Enciclopedico e la riproposta When Attitudes Become Form, la leggendaria collettiva curata nel ’69 da Harald Szemann, la quale s’intitolava in realtà Live in Your Head: When Attitudes Become Form (una verità, questa riguardante l’effettivo titolo di quella mostra straordinaria, che per chi ne fosse all’oscuro vale da sola la visita a Ca’ Corner della Regina).
Lo shock che si riceve nel visitare a stretto giro le due collettive non ha prezzo. Da una parte ci sono infatti opere di tipo installativo-oggettuale e di matrice processuale e concettualista (a proposito di shock: allestitivamente parlando, oggi la mostra di Szemann può risultare costipata, il che è un bel paradosso, visto che si tratta della collettiva di installation art più ammirata e celebrata!); dall’altra parte, ne Il Palazzo Enciclopedico domina invece la visionarietà figurale di artisti (di professione e non) poco o nulla interessati a “dialogare con lo spazio”, il che è effettivamente sbalorditivo, visto che l’installazione ambientale è di gran lunga la pratica più frequentata dagli artisti visivi dagli Anni Novanta in qua. Brutalizzando si può affermare che in questo ideale confronto Celant-Gioni, da una parte c’è la spazialità e non ci sono le immagini, e dall’altra ci sono le immagini e non la spazialità. Così, mentre in una mostra aleggia Marcel Duchamp, nell’altra il nume tutelare è André Breton. Si noti che l’effigie del boss del surrealismo, ritratto in posa significativamente eyes wide shut, ne Il Palazzo Enciclopedico è stata collocata – anzi installata, dal curatore però – proprio in apertura di mostra, in compagnia di due star della rivoluzione (e conseguentemente dell’estetica) psicologista novecentesca: Carl Gustav Jung e Rudolf Steiner.

When Attitudes Become Form, Bern 1969-Venice 2013, Fondazione Prada, Ca’ Corner della Regina, Venezia
When Attitudes Become Form, Bern 1969-Venice 2013, Fondazione Prada, Ca’ Corner della Regina, Venezia

La premessa di Gioni si direbbe la seguente: con tutte le Biennali (e di conseguenza le mega-collettive a queste collegate) che ci sono in giro per il mondo, non si capisce perché la mostra-chiave della Biennale delle Biennali debba necessariamente fungere da collettore per hype del momento, e non possa invece ospitare (e dunque costituire) un gesto intellettuale e critico puro, magari sconveniente e controverso. Opinione rispettabilissima e anzi condivisibile. E che trova rispondenza nel fatto che Il Palazzo Enciclopedico non è né uno spaccato a 360° sull’arte contemporanea attuale, e nemmeno su quella storica (ospita infatti indifferentemente artisti in erba e artisti trapassati), ma una mostra che proprio per il fatto di essere sostanzialmente priva di installazioni ambientali e di lavori di matrice processuale e concettualista, è un “oggetto” esteticamente caratterizzato che sta in piedi come tale, e che funziona di conseguenza come un’installazione essa stessa (critica, s’intende). Gioni voleva insomma “dire” qualcosa lui, è andato dritto per la sua strada e ha messo su una mostra sul figurale psych ricca, apodittica e concettualmente bidimensionale, che ha forma di libro-wunderkammer (molto) illustrato, e che può essere vista sia in quindici giorni, che, volendo, in un’oretta soltanto; una mostra che (paradossalmente se si vuole), proprio in ragione del numero sterminato di immagini di cui si compone, si offre in modo così stringente da consentire al fruitore che preferisse arrivare al succo della lezione, piuttosto che immergersi nelle tante teche da museo etrusco illuminate al neon in cui si articola, di fare presto.

Simon Denny - Arsenale - Biennale di Venezia 2013
Simon Denny – Arsenale – Biennale di Venezia 2013

Bisogna dirlo: ciò che conta ne Il Palazzo Enciclopedico è il suo postulato politicamente scorretto, elaborato con sagacia e astuzia notevoli. Il concept della progettualità utopica (con le collezioni bizzarre, le costruzioni in scala e le cosmogonie più o meno deliranti) è il grimaldello con cui Gioni ha potuto imbastire un’ode credibile nei confronti del figurale e del rappresentativo, mantenendosi a distanza di sicurezza sia dalla retorica espressionista (cioè a dire dall’immagine-sfogo) che da quella documentarista (relativa all’immagine-resoconto), per non parlare di quella ingenerata dal pastichismo postmodernista (cioè a dire dall’immagine-show). In più, ha intelligentemente costruito il suo totem iconofilo aggrappandosi a Breton, che del vate del ready made e dell’installation art può essere visto più come compagno di cordata, che come avversario. Così, attenendosi a una grammatica tuttora spendibile, Gioni è riuscito a mettere su un “saggio” di ecologia dell’opera d’arte, nel quale viene ricordato – in modo anche martellante – che il presupposto imprescindibile del fare artistico è la visionarietà. Il nocciolo della mostra è questo; il rovescio della medaglia è che nel suo dare conto di un’arte linguisticamente risaputa, arcaica o al più fuori dal tempo, Il Palazzo Enciclopedico non funziona granché in termini strettamente propositivi, cioè a dire come presentazione di un qualche paradigma ulteriore; mentre funziona invece – e in modo formidabile – in chiave di provocazione intellettuale anti-retorica, vale a dire quale denuncia, implicita ma sferzante, della carenza di urgenza visionaria che attanaglia il manierismo vigente oggi.

Pericle Guaglianone

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Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.
  • daniele villa

    interessante, mi trova d’accordo

  • pneumatici michelin

    finalmente uno che usa il cervello!
    azzeccato edoveroso il confronto tra la consumata mostra di Szeeman (assai invecchiata) e la mostra di Gioni che con tutti i defunti è più fresca e finalmente bella

    • Savino Marseglia (artista)

      Lasciamo stare i defunti in pace e l’dea stessa del “bello” in arte…, di questa biennale luna park , che, per quanto possa essere bella, finisce in un ortodossia linguistica del già visto, lontana dalla realtà e non rende assolutamente giustizia alla biennale (Platea dell’umanità) di Szeeman che era di tutt’altro spessore culturale e umano.

  • Anna

    Magari, prima di assumerli, dovreste almeno controllare che i vostri giornalisti sappiano fare lo spelling dei nomi che citano. Tipo che se scrivi due volte Szeemann senza una e, non puoi manco dire che è un refuso…

    • Savino Marseglia (artista)

      HARTOLD ZEMAN, per non parlare poi di errori che ogni giornalista fa, perchè il suo santo protettore dei cognomi, ogni tanto, fa uso eccessivo di nettare che come tutti sanno provoca una forma mentis alterata che conduce ad avere una grande devozione alle sacre scritture…

      • Savino Marseglia (artista)

        Caro Harold ,
        Tu che sei tra i beati dell’arte, ma non tra suore e monaci. Nomi questi tutt’altro che attinenti con il tuo cognome, visto che la maggior parte di noi terrestri confondiamo il tuo cognome con un noto allenatore di calcio che penso che nemmeno ti conosca e non sa cosa racchiuda ZEMAN, mentre i tuoi ammiratori sanno che il tuo cognome è un richiamo all’arte della vita che oggi si presenta spenta nella affollata laguna veneziana.

        Grazie per avermi sopportato.
        Un caro saluto all’al di là che è già qua…

        Cos’è uno scioglilingue?
        Il tuo amico
        Savino

    • Brava Anna, un commento che apre scenari inattesi e ampi dibattiti. Ce ne fossero come te…

      • Savino Marseglia

        Ma servono davvero gli ampi dibattiti a portare allo scoperto i finti artisti, la retorica della critica, sempre più omologata e appiattita alla dittatura del mercato dell’arte?

      • Anna

        Le parole che cerca sono: “Grazie di averci segnalato l’errore. Correggeremo prontamente”

  • Pneumatici michelin

    Signor savino:
    Per quanto riguarda szeeman ci si riferiva alla famosa
    Mostra di berna del 1969 ricreata a cá corner da alcuni
    Influenti nostalgici e agitata da alcuni altri nostalgici
    Come contraltare nobile alla biennale di gioni, nel tentativo di dimostrare che
    Delle installazioni non si puó fare a meno ma della storia e della varietá si.
    Gioni ha esposto tantissimi artisti che sarebbero
    Andati benissimo in una vecchia mostra di szeeman
    ( e in effetti diversi li aveva esposti anche lui , basta che controlli
    Un pó più indietro della Platea, penso alle macchine celibi
    E a monte veritá ad esempio).
    Si rimproverebbe a gioni un tema al quale lui non
    Crederebbe sul serio mentre szeeman sarebbe stato
    Più sinceramente coinvolto
    Piú Sinceramente la cosa fá un pó ridere nella sua
    Ingenuitá : uno szeeman riproposto oggi tale quale a quello che
    Era negli anni 60 e 70 sarrebe assurdo: gli artisti di when attitudes
    Oggi sono puro establishment e tutte le palle utopistiche
    Del 68 sono roba superata (non mi riferisco allo statuto
    Deii lavorarori del quale a berna non si parlava) buone per i giustamente definiti salotti
    Radical chic.
    A meno che non si prenda davvero come modello di
    Palingenesi sociale una comunitá di naturisti vegetariani e di conti
    Decaduti!
    Poi sfatiamo alcuni miti: szeemam é stato un grande curatore ( e di vedute piú larghe di certi suoi apologeti) ma negli anni
    Della Platea e di dapertutto era compromesso con il mercato come tutti, cosa ovvia se uno
    Vive in svizzera : oggi anche lui farebbe una bella mostra dove il titolo sarebe solo un pretesto . D’altronde nella stessa Platea dell’umanitâ l’incipit della mostra era un accrochage incongruo di opere decontestualizzate , se ricordo bene, dove si mescolavano sculture primitive, sculture primitivistiche e opere moderne di differenti
    Latitudini in un brodo di generalistici e buonistici vaghi concetti.

    • Savino Marseglia (critico d’arte sui generis)

      L’occhio del curatore veneziano si posa con compiacimento sulle schiere di artisti che ha presentato szeeman a Berna. Però col passare del tempo appare una proposta vecchia, per così dire “ovvia” del processo artistico.

      Ma ciò che chiamiamo “Palazzo Enciclopedico”, non è l’espressione unitaria della nostra epoca, di un periodo di condivisione della prassi artistica?

      Non è possibile cogliere in questa biennale veneziana una visione del mondo un’idea di società, in cui la produzione del singolo artista, le individualità si rapportano e si riconoscono in una scala di valori come sostanza dell’essere della prassi artistica i cui elementi sarebbero le singole opere d’arte che si rispecchiano in un progetto umano condivisisibile alla collettività.

      In fondo l’arte non è mai stata un misterioso organismo alieno dal mondo, indipendente dalle condizioni sociali, da bisogni spirituali del singolo e della collettività.

  • Pneumatici michelin

    E poi scusate perché non si puó dire che una mostra é bella?
    Forse perché si teme che si dica finalmente che tante mostro sono ed
    Erano brutte?

    • Pneumatici michelin

      Si intendevo dire mostro e non mostre :)

  • Questo vuole dire che il vincitore Tino Seghal sia da considerarsi l’unico puro e duro che sa usare l’immaginazione e la creatività al di fuori del manierismo postmoderno imperante?…..Forse è vero, ma nel confronto tra Szeemann e Gioni come ’68’ e ’13’ faccio fatica a pensare Seghal come un ‘giotto’ dell’arte moderna e contempranea.
    Insomma se è vero che il lavoro di Seghal è un duro colpo al sistema del mercato artistitico, non solo per il modo di essere pagata (tutto in nero) ma soprattuto nella reiterata volontà di restituire la giusta dignità intellettuale all’artista come ‘unico’ artefice auratico dell’opera, dall’altra credo che la risposta ai temi e alle possibilità creative che offrono le tecnologie (tecne) non possa semplicemente essere cancellato con un colpo di mano come fosse un tappeto di petali colorato Indiano.
    La tecnica è un fatto umano e come tale va affrontato controllato e modificato a proprio vantaggio in una dimensione, forse utopica, del Noi.
    ciao MAtteo

  • Salve a tutti, io vinsi una biennale internaz, incisione(calcografia); se mi invitassero alla biennale veneziana penso che al momento non ci andrei nemmeno, che vado a fare “a Versailles”, io che arrivo dall’artigianato? Veramente.. Domina il kitsch, vi dico solo che se uno disse”ornamento è delitto”, allora “kitsch è olocausto”. Per me vale questa equazione storica (potreste ricordare che i dada e i klee avevano ragione d’esistere poiché vi era un conflitto mondiale..).

  • luigi

    whitehouse che dice?