Independent China Part II

Seconda parte della intervista con Mariagrazia Costantino, art director dell’OCAT di Shangai e curatrice del progetto “The garden of forking paths”, dedicato all’animazione indipendente. Una riflessione sull’arte contemporanea cinese e il suo mercato. Per scoprire che non sempre la realtà è come ce la immaginiamo.

Chen Shaoxiong, Ink Objects, 2010

Come è l’arte cinese vista da Occidente?
Credo che l’arte cinese corrisponda a due realtà molto diverse tra loro, che rispecchiano due diversi tipi di proiezione mentale: una è quella che vede la Cina come un’antica civiltà che ha mantenuto una notevole continuità politica e culturale (è un po’ come se in Europa esistesse ancora l’Impero Romano), e l’arte corrispondente come una forma di stupendo cimelio, con rotoli, calligrafia e ceramiche, oggetti inestimabili e testimonianze di un passato mitizzato.  D’altra parte la Cina è vista come un paese impegnato in una corsa alla modernizzazione/modernità che si sta trasformando nella materializzazione di un futuro lievemente perturbante; considerata in quest’ottica, l’arte cinese  (contemporanea) è un affare in cui investire, una manifestazione iper-mercificata di un “fenomeno” esploso negli anni Novanta. È quindi soprattutto un mercato, il più attivo e redditizio dopo quello americano, forse in assoluto il primo se lo si circoscrive alle case d’asta.

Cosa avviene in termini di mercato?
Per un collezionista o un facoltoso amante dell’arte può essere un modo per fare sfoggio di competenza e soprattutto eccentricità, ma anche di buon gusto spesso solo simulato. È anche vero però che proprio perché si rischia di cadere nella trappola del fenomeno di moda destinato a durare poco, molti di coloro che investono nell’arte cinese sono particolarmente avveduti e ben informati. Un problema che ho vissuto personalmente è quello dei pregiudizi: per gli stessi motivi cui ho appena accennato, molti “operatori del settore”, inclusi galleristi, sono ancora estremamente diffidenti e liquidano l’arte cinese come qualcosa che non li interessa, come se fosse un’entità statica e immobile con una sua “essenza”, destinata a non evolversi.

William Kentridge, Other Faces, 2011
William Kentridge, Other Faces, 2011

E come è, realmente, l’arte cinese, vista da chi, come te, la conosce approfonditamente?
Forse sarebbe più corretto chiedersi “cosa” sia l’arte cinese. Parlando di arte cinese con critici e curatori provenienti dalla Cina e da altre parti del mondo, quasi sempre si giunge alla conclusione che l’uso dello stesso aggettivo “cinese” sia strumentale e problematico, quasi un modo di sminuire e circoscrivere qualcosa per ridurla a categoria. Questa presa di posizione è giusta e apprezzabile, ma temo nasconda anche delle sfumature di idealismo. Sono pochi gli artisti e più in generale le espressioni culturali che possono sfuggire al discorso della cultura di appartenenza: questo per il fatto molto semplice che esistono ancora lingue diverse e modi diversi di articolare significati. In fondo le categorie servono a tutti: a chi espone l’arte, a chi la compra e anche a chi ne parla, bisognerebbe soltanto evitare di farle diventare dominanti. L’arte cinese è una realtà che va ben oltre la sua reificazione come fenomeno e discorso: sembra quasi una tautologia, ma la Cina è un paese enorme, così grande che si perde anche la nozione di confine.

Possiamo entrare maggiormente nello specifico?
L’arte cinese non è tanto (o solo) quella che si fa in Cina, ne tanto meno quella fatta da artisti cinesi – altra nozione abbastanza labile, visto che la Cina stessa è un’entità culturale multiforme i cui confini vanno ben oltre quelli fisici di quello che viene chiamato “continente” – ma mi pare soprattutto quella che nasce dalla necessità di affrontare problematiche che toccano la Cina come sistema, con una chiarezza nel linguaggio e nel messaggio che le renda comprensibili e significative al di fuori di quello che viene appunto chiamato “Cina”.

Federico Solmi, Dick Richman Portrait of a Scam Artist, tratto da Douche Bag City, 2010
Federico Solmi, Dick Richman Portrait of a Scam Artist, tratto da Douche Bag City, 2010

Ci racconti a questo proposito la tua esperienza personale?
Ho iniziato a interessarmi di arte cinese nel 2000, conosco abbastanza bene questo “mondo” ma ancora adesso molte cose mi sfuggono: ogni giorno la mia prospettiva cambia, si aggiunge qualcosa di nuovo che scompagina le certezze che credevo solide. Quello che ho capito è che capire qualcosa troppo bene è indice del fatto che questa stessa cosa può essere manipolata e controllata.
Per me l’arte in Cina oggi è soprattutto l’attività di persone che con grande impegno e dispendio di energie cercano di mantenere la propria visione e diffonderla senza svenderla o farla necessariamente diventare una gingillo da salotto. Il fatto che ricevano pochi aiuti dallo stato – situazione a noi tristemente nota – li rende più liberi e meno ossequiosi, ma determina anche il rischio di uno sbilanciamento eccessivo in direzione del mercato, fonte di libertà in un certo senso, ma estremamente vincolante sotto infinti altri aspetti. Comunque anche questa è una generalizzazione: posso solo augurarmi che l’arte che si fa e di cui si parla in questo paese possa essere sempre più fonte di cambiamenti e riflessione più che semplice oggetto di studio e discussione.

Se parliamo di investimenti legati all’arte contemporanea e alla cultura, quale è la posizione dei soggetti pubblici e privati in tal senso? Come si collocano le istituzioni pubbliche rispetto alla promozione di un progetto d’arte contemporanea come questo?
In Cina oggi c’è un enorme movimento di capitale, parte del quale viene convogliato negli investimenti nel turismo, nell’arte e nella cultura – il più delle volte concepite come attrazioni turistiche. Queste permette al paese di vivere una specie di strano rinascimento: forte di un sistema abbastanza solido di valori morali e una rete sociale basata sul controllo reciproco, è impegnato in una serie di attività ritenute virtuose e edificanti, tra cui appunto l’arte. Per questo molte aziende a partecipazione statale ricevono ingenti sovvenzioni per investire nel settore, non tanto con la prospettiva del ricavo di utili, ma per il ritorno di immagine che ne possono ricevere. Insomma anche in Cina l’arte serve ad acquistare prestigio. Ci sono anche molti privati che per gli stessi motivi e per molti altri – tra cui anche la semplice passione – aprono gallerie o vere e proprie strutture museali. Sono però relativamente pochi quelli che si avventurano nel terreno impervio e franoso dell’arte contemporanea (soprattutto quella concettuale e multimediale), i cui contenuti sono difficili da controllare. La cosa più difficile adesso è garantire a queste strutture una continuità nel tempo e solidità, con la possibilità che si evolvano diventando committenti di progetti e non più destinatari della committenza.

Riccardo Arena, 25.765, 2008
Riccardo Arena, 25.765, 2008

In quanto organismo ufficiale OCAT ha solide basi istituzionali, ma i gradi di separazione dal potere centrale ci permettono di essere un’entità autonoma e con potere decisionale. Le istituzioni governative ed il pubblico – quello “di massa” – si dimostrano ancora scettici nei confronti di progetti come questo, ma hanno generalmente l’atteggiamento bonario di un padre che tollera certi gusti un bizarri dei figli. La cosa che certamente colpisce di più qui è la consapevolezza della necessità di aprirsi al nuovo, anche attraverso il “vecchio” che senso l’occidente in un certo rappresenta.

Lo spazio in cui ha sede OCAT ha una storia importante. La ripercorriamo brevemente?
L’edificio in cui sono ospitate le sale espositive (al piano terra) era adibito a magazzino per la raccolta di merci che venivano trasportate lungo il fiume Suzhou che scorre proprio davanti. Questo posto è significativo per la storia passata e presente della città. Un secolo fa era il cuore degli scambi commerciali tra Shanghai e il resto della Cina, ma anche l’Occidente: qui sono infatti sorte le prime banche commerciali, il che equivale a dire che questa è la culla del capitalismo cinese in senso stretto. OCAT sorge proprio all’interno di quartiere storico, tra la città avveniristica ancora incompleta e quella che è “avanzata” dal passato, e combatte per mantenere la sua dignità etica ed estetica. Durante l’invasione giapponese questi edifici sono stati teatro di una storica battaglia tra l’esercito di occupazione giapponese e quello nazionalista cinese. È interessante che soldi, “guerra” e arte si siano mischiati in modo cosi’ palese, in un certo senso lo trovo rassicurante, un segnale che l’arte può essere concreta e tangibile al di la delle quotazioni: è proprio quello che i cinesi ci stanno insegnando oggi.

Santa Nastro

www.ocat.org.cn

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.