Stefano Boeri ripensa Marsiglia

La vittoria del concorso nel 2004 e gli inevitabili rallentamenti propri della politica. Ha rischiato di non vedere la luce il progetto di Stefano Boeri per la Villa Méditerranée di Marsiglia, 9.000 mq di spazi espositivi, centri di ricerca e auditorium a rilanciare i docks della Capitale Europea della Cultura 2013. Poi il lieto fine, frutto di buon senso e straordinaria convergenza tra politica, cultura e architettura. Cose dell’altro mondo, se paragonate al panorama italiano. Abbiamo intervistato l’architetto ed ex assessore a pochi giorni dall’inaugurazione.

Villa Méditerranée, esterno giorno - photo © Paul Ladouce

Che città si aspettava di trovare?
Conosco molto bene altre città portuali: Genova, Napoli, Trieste, Barcellona, Salonicco. Marsiglia è molto diversa, anche se ha dentro un po’ di tutte queste. Ha un porto cresciuto dentro il centro storico, che però a un certo punto si è fatto una sua area esterna e ha quindi lasciato in eredità alla città spazi che solo adesso sono stati completamente recuperati. Avendo avuto un porto in qualche modo intrecciato e imbrigliato nel tessuto storico, la città ha una vicenda di immigrazione potentissima: in questo senso diversissima rispetto alle altre città, che fa sì che oggi il 30% degli abitanti di Marsiglia sia di origine magrebina. È una componente essenziale. Ma la città ha avuto anche diverse figure che si sono impegnate perché venisse percepita, all’interno del contesto culturale francese, come la seconda capitale del Paese; in cui il modello di integrazione fosse costruito a partire da un’egemonia culturale nazional-popolare. Ma che si è scontrato con situazioni assolutamente incontrollabili: penso a La Friche.

Questa la sua “certa idea” di Marsiglia. Come affrontare un contesto del genere?
Sono entrato in questa storia seguendo un mio immaginario, che in quegli anni lavorava sul tema del Mediterraneo. Ero appena stato a Kassel a presentare Solid Sea, una ricerca che avevamo fatto sulle rotte dell’immigrazione clandestina; con un’installazione a ricostruire una vicenda avvenuta nel 1996, a 20 miglia dalle coste sudorientali della Sicilia. Dove una piccola imbarcazione con profughi dello Sri Lanka era affondata dopo la collisione con una nave più grande: abbiamo raccolto le testimonianze dei parenti delle vittime, dei pescatori; e formato questa immagine di un Mediterraneo solido, dove le identità e le biografie spariscono, dove ci sono ruoli precostituiti – come quello del profugo, appunto – oltre i quali non è possibile andare. Ecco: questa è l’immagine che mi sono portato dietro a Marsiglia

Il cantiere della Villa Méditerranée - photo © Lisa Ricciotti
Il cantiere della Villa Méditerranée – photo © Lisa Ricciotti

Come si sono tradotti questi presupposti concettuali nell’idea di uno spazio reale?
C’era già l’idea di un’architettura che accogliesse il mare: mi piaceva che in qualche modo, anche un po’ espressionista e senza particolari sofisticazioni, l’edificio si prendesse la città sulle spalle e la portasse verso il mare. A differenza di cosa accade spesso per gli edifici civili nei porti, che danno le spalle all’acqua, quasi se ne proteggessero, fanno un proprio spazio rivolto verso l’interno. Questo progetto è abbastanza assurdo dal punto di vista tecnico e costruttivo: è incredibile pensare di costruire un edificio che faccia entrare il mare al suo interno e pretenda che il mare sia visto da tutti i suoi lati. Abbiamo disegnato una parte espositiva a 20 metri di altezza con uno sbalzo di 40 metri, e una parte sottomarina con zona convegni e teatro: una specie di agorà. In più c’è la parte verticale che lega, con la hall e gli uffici, le altre due. E il mare, che in realtà è la quarta parte del progetto: una piazza d’acqua che in qualche modo – visto il tema della trasparenza delle facciate – resta in connessione con le altre.

Il progetto come è stato accolto?
Trovo un personaggio, l’attuale presidente della Regione, Michel Vauzelle: socialista, mitterandiano, giovane – all’epoca – ma politico comunque navigato. Ha capito subito l’idea: mi ricordo molto bene che nella diffidenza generale della giuria, nel corso della presentazione preliminare dei progetti, mi seguiva con particolare attenzione. Tant’è che veniamo selezionati per la seconda fase insieme ad altri gruppi francesi, alcuni anche molto forti politicamente, ma vinciamo noi. È stata un’esperienza in questo senso straordinaria: c’è stata un’assoluta intesa con Vauzelle, che alla fine ha fatto sua quest’idea in modo totale. Al punto che quando, per questioni tecniche, gli ingegneri ci hanno proposto di ridurre e cambiare la sezione della parte a sbalzo, io ero contrario, ma lui era più contrario di me! Questa cosa è stata bellissima: ha costruito un rapporto tra architettura e politica davvero unico.

Villa Méditerranée, fronte - photo © Paul Ladouce
Villa Méditerranée, fronte – photo © Paul Ladouce

L’idea trova uno sponsor importante. Uno solo, però…
Questa cosa è stata ragione di grande angoscia, perché il fatto di avere un progetto politicamente così caratterizzato in una città di centrodestra e con un governo centrale che nel frattempo era tornato a essere dello stesso orientamento ha di fatto creato una condizione paradossale, molto italiana. Per cui dal 2004 al 2008 siamo stati bloccati. Completamente. Quel progetto lo davo per perso: da una parte non avevo alcun tipo di segnale di speranza, dall’altra c’era in vista il cantiere per il MuCEM di Rudy Ricciotti, che era in giuria nel concorso che ho vinto io e che era stato contro il mio progetto. I due lavori si bloccavano a vicenda, una situazione un po’ da Don Camillo e Peppone: a un certo punto però Ricciotti e io ci siamo parlati perché bisognava convincere i rispettivi interlocutori che non era pensabile fare un edificio senza l’altro. L’hanno capito. E poi la nomina di Marsiglia Capitale della Cultura ha dato l’accelerazione decisiva.

Si arriva finalmente all’apertura del cantiere, e i problemi sono tutt’altro che finiti…
Philippe Coeur [lo strutturista del progetto, N.d.R.] è stato eccezionale nel rispettare il progetto e la semplicità di una struttura che non è complessa dal punto di vista formale ma lo è per le soluzioni statiche che richiede. Ad esempio, abbiamo dovuto appesantire la struttura nella parte a sbalzo per evitare eventuali oscillazioni: questo ha comportato una riflessione sull’uso dei materiali, imponendo vincoli che non ci aspettavano ma offrendo al contempo anche diverse impreviste opportunità formali. È stato un lavoro molto performativo, diretto.

Villa Méditerranée - photo © Région Jean-Pierre Garufi
Villa Méditerranée – photo © Région Jean-Pierre Garufi

Con l’avvio degli eventi per Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013 l’edificio è stato di fatto “inaugurato”, anche se in realtà le sue attività entreranno a regime solo nelle prossime settimane. L’avventura francese è comunque in dirittura d’arrivo: cosa porta a casa da questa esperienza?
Da un lato porto l’immagine di un Paese dove cultura, politica e architettura si confrontano su posizioni nette; poi porto un’idea che forse non è nuova, ma che vede i progetti più arditi, ambiziosi e avanzati diventare realtà solo se si costruisce fin dall’inizio una legittimità con la vita della città che li ospiti. Marsiglia è riuscita a costruirsi come Capitale Europea della Cultura valorizzando il suo Dna. Se uno ci va in questi giorni vede i caratteri che immaginava essere propri della città esaltati all’ennesima potenza: è la Marsiglia del porto, dell’immigrazione, della multiculturalità, solo più attraente. Una città che non sa guardarsi e riconoscere i propri valori non sa far sì che questi siano i punti di forza per vincere la sfida.

Condizioni che sembra difficile, alla prova dei fatti, ricreare in Italia…
Il nostro è un Paese di micro-poteri, guerriglie e ipocrisie. In Francia tutto sommato è più semplice, perché i poteri sono delineati in modo chiaro: chi ne risponde ha il senso della rappresentanza istituzionale. A Marsiglia ci è stato fin da subito chiaro chi fossero gli amici e chi i nemici: questi ultimi erano molto forti, anche nell’opinione pubblica, che ha avuto forti dubbi all’inizio nei riguardi di un progetto che ha cambiato il panorama della città. Ma è stato sempre tutto molto esplicito.

Francesco Sala

www.mp2013.fr
www.stefanoboeriarchitetti.net

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • laura

    bene.. se è cosi.. lasciamo milano andiamo tutti a Marsiglia..
    ci sono stata e devo dire che il centralismo culturale di Parigi è ancora molto forte.. il resto è una economia in crisi da molti anni e un assistenzialismo culturale su spazi pubblici e associazioni.