L’idea dell’apocalisse (VIII)

E ora arriviamo agli Anni Ottanta. Il saggio di Christian Caliandro sull’apocalisse e il suo post procede al decennio reaganiano, dove a fare da apripista sono il secondo capitolo di “Mad Max” e l’indimenticabile “Fuga da New York”. Mentre in Italia si assiste a una curiosa riedizione poliziottesca…

Ronald Reagan

Con Mad Max 2: The Road Warrior di George Miller e Escape from New York di John Carpenter, entrambi del 1981, post-apocalisse e postmoderno arrivano effettivamente a coincidere e a sovrapporsi, costruendo un canone valido ancora oggi.
La fine del mondo è la fine della modernità e l’aura della post-apocalisse assume tutti i suoi tratti distintivi e definitivi. Questo dittico impone una torsione, un’autentica svolta alla tradizione fin lì stabilita, perché disegna uno scenario completamente nuovo per questa narrazione, componendo un modello che funziona sia negli anni immediatamente seguenti (come moda), sia nei decenni successivi (come mitologia). La guerra totale costituisce ormai solo un’occasione, un orizzonte per una disgregazione che ha cause profonde di ordine sociale ed economico, ben radicate nei primi Anni Ottanta e nella crescente sensazione di insicurezza che caratterizza quel periodo.

Escape from New York
Escape from New York

Non è un caso, allora, che i personaggi di Snake Plissken e Max Rockatansky discendano direttamente e quasi antropologicamente dagli ispettori burberi e sbrigativi e dagli improvvisati giustizieri della notte appartenenti agli Anni Settanta (proprio Clint Eastwood e Charles Bronson, del resto, furono contattati per il ruolo del protagonista in Escape from New York, prima del più giovane Kurt Russell). Per sopravvivere nel nuovo mondo è necessario essere equipaggiati, cinici e soprattutto solitari: individui al tempo stesso messianici ed eretici, in un evidente contrasto con la coralità che aveva caratterizzato fino a quel momento le storie post-apocalittiche.
Si tratta, dunque, di una rivoluzione di contenuti e di stile: se, per tutti gli Anni Settanta, l’impianto discorsivo in cui veniva inserita la post-apocalisse era stato rigidamente – e a volte didascalicamente – sociologico (tra gli adattamenti da romanzi fantascientifici degli Anni Cinquanta e Dawn of the Dead), in questi due strani, allucinati western fantascientifici la critica si avvicina a certa sensibilità post-punk e viene “incorporata” dalla scenografia, dall’intero ambiente, non più sovrapposta a essi. La città è percepita unicamente come luogo di pericolo e morte (Escape), o scompare del tutto, risucchiata dagli ampi, desolati spazi wasteland, le terre morte (Road Warrior).

Mad Max 2. The Road Warrior (1981)
Mad Max 2. The Road Warrior (1981)

Nella scena finale di Mad Max 3: Beyond Thunderdome (1985), alla disfunzionalità di Bartertown si oppone il culto delle rovine di Sydney (“la leggenda del tempo passato”, la memoria di “come eravamo”), da parte di una nuova civiltà che sta nascendo. Il mondo della disgregazione futura, proiezione di quella dei primi Anni Ottanta – tra reaganomics, deregulation e tassi di disoccupazione e criminalità alle stelle – diventa improvvisamente palpabile, tangibile, e non privo di un certo fascino sinistro.
I due modelli perciò vengono subito imitati, soprattutto in Italia: a partire dal 1982, escono nelle sale i post-atomici nostrani, come 1990: i guerrieri del Bronx (1982) e Fuga dal Bronx (1983) di Enzo G. Castellari, 2019 dopo la caduta di New York (1983) di Sergio Martino e Endgame – Bronx lotta finale (1983) di Aristide Massaccesi, insieme a molti altri. Questi epigoni rivelano naturalmente tutti i loro limiti – anche produttivi – rispetto agli originali. Ma proprio nel loro aspetto disperatamente cialtrone, tipicamente italiano nonostante il mascheramento americaneggiante dei costumi, delle location e persino dei nomi di attori e registi (pratica mutuata dagli spaghetti-western e dai poliziotteschi, e non poteva essere altrimenti, visto che gli autori in molti casi sono gli stessi), riflettono bene, forse senza neanche volerlo, la fine malinconica di un mondo, quello dell’epoca d’oro del cinema italiano.
Gli scarti di Cinecittà rappresentano – letteralmente e metaforicamente – le rovine di un mondo devastato.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).