Che fare?

La situazione è talmente difficile che non è contemplabile una sua, banale, “soluzione”. Diventa più sensato e meno velleitario, oltre che oggettivamente più fattibile, immaginare diversivi. Scelte operative che permettano di smarcarci da una crisi che dura da quasi cinque anni e che non è affatto vero che sfiora soltanto il mondo della cultura. E allora, che fare? L’editoriale di Artribune Magazine numero 12. Dove trovare le altre 95 pagine? A MiArt, ad esempio, dove festeggiamo il nostro secondo compleanno.

Mario Merz - Che fare? - 1968

Le analisi economico-finanziarie sono contrastanti perché, effettivamente, il mercato dell’arte – inteso come compravendite d’alto bordo e aste internazionali – ha subìto contraccolpi solo all’inizio. Diciamo nel 2009. Poi quasi più niente: quotazioni su, aste vivaci, un fiume di denaro che, magari proprio per la crisi, affluiva da Christie’s, Sotheby’s e Phillips, per differenziare e mediare i poco remunerativi investimenti borsistici o immobiliari.
In realtà, però, la situazione ha continuato a deteriorarsi massicciamente. Non solo in Italia, al di là di quello che possiamo pensare: su ordini di grandezza e proporzioni sempre diverse, Paesi come Olanda, Regno Unito e addirittura Francia si sono ritrovate in enorme difficoltà per l’arretramento dell’impegno privato, ma soprattutto per l’assottigliamento del contributo pubblico alla cultura. La Spagna è alla disperazione. L’Italia contrappone la sua fenomenale capacità di arrangiarsi a un contesto oggettivamente clamoroso. Siamo ancora qui benché si sia visto di tutto: chiusura di tanti musei, commissariamenti, storiche rassegne saltate.
Una situazione, come dicevamo in premessa, che non presenta soluzioni. Nel senso che non ci sono e non ci saranno ricette per tornare in un modo o nell’altro allo status quo ante. Occorre semmai generare un nuovo status quo in cui trovare un modus vivendi necessariamente diverso dal precedente. Per tutti: artisti, critici, curatori, musei, gallerie private, riviste come quella che avete in mano. Anche nelle recentissime settimane, qualsiasi tentativo o prospettiva di “normalità” è stata tarpata: il caos del quadro politico obbligherà a governi non sereni, che di certo non avranno modo di mettere lo sviluppo culturale del Paese tra le priorità; questo fa il paio, simbolicamente, con assessori alla cultura che, non accettando bilanci e stanziamenti largamente insufficienti, vengono allontanati dalla giunta: è successo a Milano, non in una città qualsiasi.

Moussa Sarr - J'accuse
Moussa Sarr – J’accuse

La reazione, appunto, deve essere non conforme. Occorre un diversivo, soprattutto un diversivo alla nenia insopportabile di lamentele sempliciotte che sembrano contagiare parte degli addetti ai lavori. Il riscatto deve partire – se ne prendano la loro responsabilità, visto che è una locuzione oggi in voga – dagli artisti. Da loro! In un periodo del genere ci si aspetterebbe qualcosa di diverso dal sostanziale immobilismo attendista che pervade la nostra classe creativa. La crisi economica può essere qualcosa di duro e poco piacevole, ma può essere anche qualcosa di stimolante. Può rappresentare una sfida che deve essere colta. Si può e si deve rispondere con la produzione. La pro-du-zio-ne. La produzione di opere d’arte che sappiano farsi interpreti del momento, che lo fissino nella storia, che ne anticipino gli esiti. La strada la devono segnare gli artisti e nessun altro: almeno loro non stiano a guardare, almeno loro non ci tedino con patetiche lagne.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • Massimiliano, interessante spunto, potrebbe essere un’idea se già non vedessi dagli artisti un grandissimo livello di qualità, ovviamente non parlo solo di quelli che propongo io o le gallerie più “amiche”…quello che sto constatando di persona è un effetto cataratta sul pubblico, da una parte troppo preoccupato dai problemi che affliggono tutti in questo paese, dall’altro satollo di arte, anche con la penuria di mezzi da te citata non penso che si siano mai fatte tante mostre pubbliche e private come in questo periodo, tutti fanno mostre, gallerie, musei, spazi pubblici, fondazioni private, stilisti, bar, ristoranti…dove ti giri trovi un’inaugurazione…e se invece fosse arrivato il momento di fare un po’ di silenzio?

    • SAVINO MARSEGLIA

      “MOLTO RUMORE PER NULLA” (William Shakespeare)

      Di fronte a questa brodaglia inutile e invadente di mostre- mostriciattoli che si vedono in musei pubblici, gallerie private, fiere etc… è logico aspettarsi l’emergere del RUMORE? Al contrario, è proprio sottolineando la necessità del SILENZIO come riflessione critica che si può dare una mano all’arte contemporanea, a rendersi conto delle limitazioni linguistiche di tante paccottaglie fatte passare come opere d’arte. Gran parte dell”odierno sistema dell’arte (pubblico e privato) in sè e per sè offre ben poco di nuovo e interessante.

      Anzi ciò che offre al pubblico è merce avariata, priva di senso ed estranea alla vita…, se non per l’io narciso dell’artista. Per fortuna il pubblico dell’arte è sempre meno sprovveduto di una volta e non beve facilmente l’acqua torbida elargita dall’ufficiale palude dell’arte. Le frodi d’arte sono difficili da provare, specie quando vengono mosse a critici-curatori potenti che dipendono per ruolo e referenze dalla buona grazia protettiva del potere economico- finanziario e di quello politico.

      • Piccole Pesti Crescono (e mordono)

        Tentare il silenzio significa entrare in una dimensione cosmologica dell’estetica stessa, cosa che probabilmente solo Gino de Dominicis era riuscito a tentare. Al rumore come principio dell’arte contemporanea Gino opponeva l’immagine come principio primo. Un’immagine creatrice che faceva di lui un creatore. La sua estetica aveva forse un difetto: mal si adattava a quella dell’attuale art system. Gino non digeriva curatori, critici, veterinari e galleristi. Tant’è che nella sua vita mai vi fu un catalogo. Al massimo si poteva andare al suo studio per una “visione delle tele”, Gino cercava l’invisibilità e solo il cosmo gliela offriva. Si potrebbe dire per Gino quello che disse per sè Califano: “non escludo il ritorno”. Talvolta spero che Gino non sia realmente morto, ma che dinanzi alla piega che sta prendendo l’arte abbia deciso di scappare a gambe levate e correndo talmente forte abbia raggiunto una velocità tale da rendersi invisibile. Forse ritornerà un giorno a Roma vestito da re accadico o sumero per rifondarla di nuovo e a Venezia farà demolire il Padiglione Enciclopedico e al suo posto ci metterà uno Ziqqurat sulla cui vetta celebrerà le nozze sacre con un’arte nuova non addomesticata e soprattutto dove i veri critici sono gli artisti, dove l’art system è solo un brutto ricordo e dove si inauguerà un’epoca nuova fatta del silenzio cosmico. Per questo le Piccole Pesti “non escludono il ritorno”….

  • Paolo Maggis

    Caro Massimiliano,
    mi sembra una analisi molto lucida e son daccordo con te.
    Il riscatto deve partire da noi. Non ci sono dubbi.
    Deve ripartire dalla voglia di creare e generare, deve ripartire dalla necessitá individuale e collettiva di fare arte.
    Deve ripartire dall’onestá del lavoro e dalla libertá che gli artisti devono pretendere di poter esercitare in quanto tali… e dobbiamo smetterla di suddividere l’arte in compartimenti stagni
    In Italia ci sono ottimi artisti, si tratta solo di iniziare a collaborare e voler costruire assieme.
    Ma per farlo c’é bisogno oltre ché di onestá intellettuale, di un sostegno da parte di tutto il sistema dell’arte a risanare il mercato esercitando i nostri diritti a difendere la cultura.
    Voglio sottolineare che i fenomeni che si verificano in Italia di abuso per parte di operatori del settore sulle opere d’arte e il poco rispetto che si ha della cultura sono solo e tipici della nostra cara Penisola (nemmeno nella disperata Spagna! Dove vivo…) e son uno dei motivi principali che ci rallenta.
    Penso sia importante che ne prendiamo tutti coscienza. Ci vorrebbero piú Boeri in Italia e meno gente che li allontana: collaboriamo e facciamo in modo che questo si avveri.

  • rasoio

    che fare?
    che dire?

  • Ritengo fermamente che Kremlino possa essere una possibile risposta al “che fare?” e quindi un progetto aperto a tutti ma condizionato alla discussione delle idee. Fuori dalla dinamiche del sistema, che vengono accarezzate anche, e soprattutto, da chi le critica.

    Un progetto trasversale che perde coordinate spaziali e temporali definite. Dove? Quando? Ovunque, quando vuoi. A cura tua. Non ci sono più scuse e la partecipazione non è un vantaggio o un aiutino del curatore amico, ma una responsabilità. Finalmente.

    Kremlino 2013 : http://www.whlr.blogspot.it/

    • greg

      ormai sei diventato un maledetto troll. sono anni che leggo i tuoi commenti, io un consiglio per il tuo lavoro l’avrei.
      Vai a zappare la terra.

      • un troll? Adesso tutti parlano come Grillo…io ti richiamo ai contenuti Greg. Non avere paura.

  • Il riscatto deve partire – se ne prendano la loro responsabilità, visto che è una locuzione oggi in voga – dagli artisti. Da loro!

    http://1.bp.blogspot.com/-MZDHW2j4OYw/UT8BPWVXnTI/AAAAAAAAAig/oOMakv_kmvY/s1600/kremlino.tif

  • Ultra d’accordo con Massimiliano Tonelli. Ora però serve una progettualità concreta e serve andare oltre le solite consorterie.

  • Un diversivo alla nenia insopportabile delle lamentele sempliciotte? Magari si potrebbe iniziare a ragionare sulle sfide che la crisi economica propone al mondo della cultura, interpretando i segnali che spingono verso la creazione di un modello di circolazione, fruizione e condivisione dei prodotti artistici in grado di sostituirsi alle vecchie dinamiche di mercato. Il vizio di fondo che conduce all’immobilismo è l’idea che il “riscatto” o il “cambiamento” passino per un ritorno alla “normalità”. Se, come giustamente scrive T o n e l l i, non esistono ricette per tornare allo status quo ante, perché le strategie degli operatori sembrano ricalcare quelle dello scorso millennio? In realtà forse solo alcuni artisti hanno saputo farsi interpreti dei mutamenti in atto. Suona strano dunque l’invito a rispondere alla crisi con la pro-du-zione. Giampaolo Abbondio ci fa notare che invece siamo in tempi di sovraproduzione e credo abbia ragione. Ritengo però che il bello di questi tempi sia proprio nella ricchezza delle proposte alternative e non sono d’accordo con lui quando sostiene che sarebbe il momento di fare silenzio. Bisogna solo dotarsi degli strumenti adeguati per orientarsi in un panorama così ricco. E la critica, i giornalisti, le gallerie e i musei dovrebbero fare la loro parte per creare un ponte tra le nuove forme d’arte e il pubblico, prescindendo dal tornaconto economico.

    • Fausto

      “Interpreti del mutamenti in atto” ! E chi sarebbero questi interpreti ? Ci faccia dei nomi…

  • Angelov

    Ma perché ostinarsi a voler contemplare il paesaggio dall’alto di una torre d’avorio, quando le necessità dei tempi ne hanno pianificato ormai la sua demolizione?
    Perché non riconoscere che anche le forze disgregatrici presenti nella società, sono sempre compensate da altre a loro opposte?
    Trasformare i veleni di una condizione, così sentita nella sua complessità, in un motivo di sfida, è sempre stato infondo il faticoso e a volte doloroso viatico quotidiano che porta alla sintesi creativa.
    Come sembra antiquato oggi il motto: “Per aspera ad astra”…

  • Premesso che non ritengo di avere la verità in tasca, anzi, e’ piuttosto vero che in questo procedo a tentoni, il mercato ritengo non sia superabile, per il semplice motivo che tutto costa, produrre arte, vivere, diffonderla…se invece ci si riferisce all’attuale mercato distorto mi trovate pienamente d’accordo…per quanto i collezionisti continueranno a comprare a prezzi oscenamente inflazionati salvo poi accorgersi che al momento della vendita e’ quasi impossibile recuperare il proprio investimento? È poi, l’arte e’ un bene che richiede fruizione, tempo, dedizione…faccio un esempio apparentemente scollegato, per anni ho comprato centinaia di cd che a volte neanche aprivo, il collezionista spesso fa così, poi un giorno mi sono accorto che non ascoltavo più musica, allora mi son fermato e ho iniziato ad ascoltare di nuovo…ora compro un centesimo di prima, ma quanto di più me la godo!!! Il mondo dell’arte ha comportamenti bulimici come i miei con la musica, le gallerie fanno più ferie che mostre, fateci caso, ma come fanno a proporre qualcosa ogni volta? È come se ci fossero più notti che giorni…sono fermo come spazio espositivo da un anno e trovo che mi sia stato molto utile questo intervallo alla luce di quello che sarà il futuro della galleria ora che vado a riaprire.

    • Giuseppe Salerno

      In una società gravemente malata di sovrapproduzione la risposta dell’arte mi auguro possa andare, essa per prima, nella direzione di una decrescita felice intendendo con ciò una produzione in termini quantitativi “non a tutti i costi” accompagnata da una qualità nuova che, meglio interpretando il presente, possa indicare strade possibili per il futuro.

  • sssshh silenzio… sto producendo, anzi CONSUMANDO…(http://buonsens.blogspot.it/

  • Cristiana Curti

    Capisco ciò che vorrebbe Giampaolo, ma temo che più che la produzione da calmierare (non vedo francamente come) è la selezione da incentivare la risposta all’ipertrofismo ormai senza controllo degli ultimi trent’anni. Ipertrofismo di cui tutti sono responsabili, dagli artisti ai curatori ai critici ai galleristi ai collezionisti (in particolare).
    Circa invece una produzione artistica “a tema” ovvero che risponda alle necessità socio-culturali del momento (o le anticipi, il che sarebbe molto meglio) non credo affatto che l’arte possa essere “funzionale” se non incidentalmente. E quanto più è estranea alla didascalia, tanto più è efficace e universale. Non è una regola o un dogma, ma è una semplice constatazione di cui tutti (dal pubblico anche meno smaliziato, al critico più paludato) sono consapevoli.
    Non si può ottenere maggior qualità nell’arte chiedendo maggior impegno (artistico, culturale, politico, ecc.). Si può però far lavorare bene un filtro che impedisca che tutto o quasi possa essere esposto o presentato facendolo passare come la scoperta del momento. Andy Warhol era forse facilmente profetico sui 15 minuti di celebrità che non si negano a nessuno, ma è cosa che non ha fatto bene e ha generato mostri. Ora stiamo più saggiamente raccogliendo il pattume, ma ancora abbiamo molto da fare. Le nuove gallerie (coraggiose!) dovrebbero imparare da questo passato periodo, che vedo senz’altro alle spalle, per fortuna.

  • Sovraproduzione e perdita nella capacità di argomentare il “mi piace” oltre un vago romanticismo dell’opera come “emozione”. Ricordo bene di aver scritto queste cose in un articolo apparso su Flash Art nel 2009.

    Tutto può emozionare, anche l’arrivo della busta paga o la nascita di un figlio…l’arte non può essere solo questo.

    Ed ecco, oltre a facili critiche, una proposta concreta rispetto al “che fare?”. In occasione della prossima Biennale di Venezia, sto proponendo all’interno del progetto Kremlino, delle visite guidate ad offerta libera. L’idea è quella di vedere diversamente quello che c’è, invece che portare l’ennesima opera, nell’ennesimo spazio:

    http://whlr.blogspot.it/2013/03/kremlino.html

    • Matteo Vanni

      L’esempio della busta paga come evento emozionante è la cosa più sensata che avete detto da anni sig. Rossi, forse davvero l’unica cosa sensata.

      • Vanni, il suo commento non serve….le chiedo di argomentare: cosa ha senso e cosa non lo ha? E’ in grado di argomentare? Perchè “offerta libera” non ha senso?

        • Matteo Vanni

          La busta paga è l’unico evento che si puo’ avere in comune tra persone dentro ma soprattutto fuori il circuito dell’arte. La busta paga accomuna tutti gli adulti autosufficenti/autosostentati, sottoposti al lavoro. La busta paga riporta la voce “trattenute” che rammenta il contributo effettivo e pecuniariamente concreto al patto sociale. Quella certificazione sancisce chiaramente la posizione del soggetto all’interno di un complesso/complessivo.
          Mentre le vostre lucubrazioni Rossi…NO
          Siete VOI che tirate fuori sempre i VOSTRI progetti, le VOSTRE offerte libere, il VOSTRO ridondante solipsismo maniacalmente egocentrico….Io non avevo tirato in ballo nulla di tutto questo.

          Perche’ mi ponete queste domande arroganti?..va a finire che vi rispondo sempre in maniera sgarbata…non siete proprio in grado di astenervi vero?! volete sempre fare la stecca nel coro, baccano…come infantile richiesta d’attenzione.

          Preferisco di gran lunga il silenzio
          shhhhhhhhhhhh

          • Quod erat demonstrandum

          • Ma che stai a dì? La busta paga? I miei progetti? Ma lo hai letto l’articolo che stai commentando?
            Poi arriva quell’altro con il latino (Abbondio)..caliamo un velo pietoso

            Il problema di questi commenti è che la gente arriva troppo in basso e non legge l’articolo….e sfoga semplicemente le proprie frustrazioni. Io ho iniziato a commentare in linea con l’articolo e il suo titolo..

          • SAVINO MARSEGLIA

            Nell’odierno sistema dell’arte, riuscire a dimostrare il SILENZIO, significa poter sostenere che bisogna diffidare di curatori-allevatori di artisti-salmoni: estremamente chiassosi. Far cessare questo chiasso con il silenziatore, è un modo assai efficace per screditare i curatori che lo amplificano. Infatti, se promuovono prodotti chiassosi, si può chiedere loro cosa garantisca che questi prodotti meritino tanto rumore mediatico?.

  • Serve una progettualità nuova e concreta. E’ diventato fin troppo facile criticare e commentare. Per questo non ho mai potuto discernere un’azione progettuale da un’azione critica.

    Quale ruolo? Oggi il migliore è quello dello spettatore attento ed attivo (non dell’artista attivo per citare Beuys, perchè lo sviluppo di tecnologia e comunicazioni, rendono obsoleta la distinzione dell’artista). Ma anche l’idea di spettatore attivo è ormai digerita e assodata. Non rimane che lavorare sul contenuto: e forse in un’epoca di crisi economica e non solo, ma anche di sviluppo tecnologico e informativo (un medioevo tecnologico) la cosa migliore è progettare gestendo le informazioni e la distanza dalla spazio espositivo. Informazioni e distanza sono due punti chiave. Da queste considerazioni è nato Kremlino durante la prossima Biennale di Venezia.

  • @fausto
    In più occasioni ho cercato di fare dei nomi, attraverso il blog e in questo commentario, aprendomi al confronto, cercando il dibattito e tentando un’analisi del lavoro di alcuni degli artisti che ritengo stiano elaborando interessanti percorsi di ricerca. Quanto al tema qui discusso, vale a dire se esistano possibili strategie alternative al tradizionale mercato dell’arte, che possano innescare un rapporto più diretto con il pubblico in tempi di crisi economica, mi viene in mente la rete di relazioni (non solo virtuali) intessuta dal bravissimo artista belga Luc Fierens, che coinvolge altri artisti, curatori indipendenti e spazi alternativi. Grazie alla sua intraprendenza, con una disinvolta attitudine D.I.Y., Luc riesce a far circolare le proprie opere e a diffondere le proprie idee sfruttando i canali più diversi (da quelli mainstream a quelli più innovativi): organizza eventi e collabora con differenti realtà e istituzioni (dalle accademie, ai musei, alle associazioni no-profit). Probabilmente non si arricchisce in questo modo, ma di certo compie una lodevole opera di animazione culturale, che non può che ripercuotersi positivamente sull’intero sistema dell’arte.
    La produzione non è sufficiente se non c’è circolazione: un mercato chiuso ed elitario non aiuta di certo. In questo senso trovo stimolanti le ibridazioni tra arte ed editoria: non solo multipli, ma anche libri d’artista. Ne produce di bellissimi il napoletano Angelo Ricciardi (a breve ospite nella rubrica “Tre domande” sul mio blog), la cui ricerca sulle connessioni tra espressioni verbali e immagini visive è a mio parere notevole.
    Potrei continuare…

    • Cristiana Curti

      Continua, prego. E grazie.
      P.S. viva il libro d’artista! Solo l’Italia è così provinciale da credere sia un succedaneo della presunta “produzione maggiore”.

  • La mia risposta silenziosa al “che fare” l’avete vista sul mio blog… Ma mi aspetto anche che Artribune dia una risposta. Se questa, secondo Tonelli, deve venire dagli artisti ad artribune spetta la responsabilità di andare a cercare queste risposte e questo non può solo avvenire riportando solo quanto avviene nel “sistema”. Quindi due proposte concrete:
    1- cercate risposte alternative con servizi che mostrino esempi di arte fuori dall’establishment, una ricerca attenta sul territorio; insomma andate in giro e fateci sapere;
    2- visto che mi sembra di capire che molti di quelli che postano commenti sono artisti “fuori sistema” date uno spazio anche a loro come lo date a lr (ovviamente per ovvi motivi di conflitto di interesse io mi autoescludo), approfondite il loro pensiero con interviste, articoli dedicati…

    • CoDa la nostra risposta la diamo nel nostro ambito cercando di fare il nostro mestiere perché, con tutte le elasticità del caso, ciascuno deve cercare di fare bene il proprio.

      Il punto non è la progettualità, il punto non è neppure la qualità, il punto è cambiare paradigma e fare cose diverse rispetto a quelle che si sono fatte fino ad oggi. Effettuare una torsione del punto di vista.

      La risposta di Artribune? C’è già. Sfogliate le tante riviste d’arte che si realizzano in Italia e sfogliate la nostra. Diversa. Più interessante? Meno interessante? Migliore? Peggiore? Non mi interessa: è diversa. E lo è laddove tutti sono uguali. Ma uguali uguali. E’ il nostro piccolo messaggio, ma noi non siamo nulla: il lavoro sporco lo debbono fare gli artisti!

      • Il punto invece è la qualità non solo il cambio di paradigma. Cmq le mie due proposte toccavano entrambe e su queste non ho trovato risposta esplicita. Perchè a domande esplicite si danno (non) risposte implicite? sembra che il paradigma dei ns politici si sia impossessato del paese.
        Per limare la mia cattiva risposta: in generale Artribune non è male. Il mio seguirlo ne è conferma. Ma perchè non fare un salto di qualità/diversità?

      • SAVINO MARSEGLIA

        Giusto: “il lavoro sporco lo devono fare gli artisti” ? Ma quali artisti? Quelli che vivono ed operano comodamente e acriticamente nell’odierno sistema dell’arte?

  • Pingback: Spostare il focus – Le 3 leve (meno una) del Marketing culturale | Startisticamente()

  • Interessante che un mio commento di stamattina sia ancora in attesa di moderazione

  • @CoDa
    Non puoi pretendere da una rivista “di sistema” approfondimenti su artisti “fuori sistema”. Artribune ha un taglio che devi rispettare. Mi sembra ovvio che T o n e l l i, nel suo editoriale, quando parla del “sostanziale immobilismo attendista che pervade la nostra classe creativa”, si riferisca ad alcuni dei soliti noti che non producono nulla di innovativo. Pretendere da questi una “produzione di opere d’arte che sappiano farsi interpreti del momento” può forse essere interpretato come un segnale di pigrizia. Un bravo giornalista d’arte potrebbe rendersi conto che di “produzione” in giro ce n’è fin troppa e sforzarsi di scovare qualcosa di meglio, se quello che ha sotto il naso non è stimolante. A dire il vero molti dei suoi collaboratori lo fanno egregiamente e dobbiamo ammettere che su queste pagine ogni tanto si legge qualcosa di fresco. Ci sono riviste specializzate che odorano di naftalina. Andare troppo contro corrente sarebbe rischioso e controproducente per una testata consolidata e commerciale, che deve pur sempre fare i conti con gli inserzionisti. Ma per approfondire c’è tanto altro da leggere…

  • Era un test x vedere se dietro le parole ci fosse altro. Per il momento viste le mancate repliche della redazione, direi che è fallito.

  • Fidatevi, vi parla uno che si vuole bruciare con il sistema. Smettiamola di parlare di sistema e non-sistema: è ovvio che chi è dentro vuole rimanerci e chi è fuori (ma quali sono i confini?) vuole entrarci. Il vero punto fondamentale è sviluppare la capacità di critica e di confronto. I luoghi che mi vengono in mente:

    artribune
    exibart
    flash art
    mousse
    kaleidoscope
    cura magazine
    globart mag
    blog vari

    la critica avviene anche con i progetti: servono curatori aperti e attenti..ma dove sono?

    Attenzione. La critica porterebbe pubblico e quindi finanziamenti. La critica andrebbe a rivitalizzare il mercato, oltre la dittatura del curriculum vitae e dei luoghi e delle relazioni. Serve argomentazione critica per ristabilire scale valoriali, fosse pure il valore di stare sdraiati a mangiare un gelato.

    Ormai predicare bene (vedi questo articolo) è fin troppo facile, servono fatti. Personalmente sono impegnato su tre fronti: progetto, critica e pubblico. Ma trovo solo addetti ai lavori, come se Berlusconi o Grillo volesse interessare Bersani con una proposta…e fuori in italia non ci fosse più nessuno..Ma loro non lo sanno.

    • Ma ogni tanto un luogo reale?

      • Vincenzo non ti ingannare, luoghi: palazzo vecchio, giardini biennale, varsavia, versailles, new york…

        non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere :)

  • D’accordo sulla non chiara separazione tra sistema e non sistema, era una semplificazione per dire di allargare gli orizzonti di analisi/confronto/critica come dici anche tu. Ma come Tonelli parla e poi alla prova dei fatti salta (almeno finora), lo stesso capita con te. Più di una volta ho cercato di approfondire con te i tuoi lavori, ma ad un certo punto ti fermavi. vi vedo come simboli dell’Italia di oggi – vicinissima ad un default economico, politico, sociale… – tante tante parole e i fatti? Zero o quasi.
    Dobbiamo ripartire cercando di essere innanzitutto onesti con noi stessi. Questo è il mio impegno. Difficilissimo.

    • Default? Sto organizzando una biennale con budget zero…si può fare benissimo. Mi fermavo? Ti invito a guardare la presentazione di Kremlino su whitehouse. Potete partecipare anche tu e Vincenzo se volete..

      L’impostazione di Kremlino è profondamente in sintonia con quello che sta succedendo. L’opportunità reale di tutti di contribuire…o meglio POSTARE…esattamente come stiamo facendo adesso su artribune. Non ci sono più lamentele e scuse relative al sistema o al non sistema…

      non capisco quale sia il vostro problema…

      • Cristiana Curti

        Il problema non è di Vincenzo o CoDa, ma tuo.
        Non so che Biennale intendi fare tu, ma quella che si tiene a Venezia o in qualsiasi altro luogo che proponga una Biennale (o una mostra qualsiasi) si paga: si pagano le persone che ci lavorano, che partecipano, che allestiscono, che attendono, che ne scrivono, che vendono le opere se si possono vendere; si pagano gli uffici, la pubblicità al Comune di riferimento, i trasporti, i cataloghi. Si pagano le assicurazioni, gli imprevisti, qualche cena o qualche letto per i partecipanti (qualche volta anche i viaggi dei partecipanti). Si pagano gli accompagnatori per le gite guidate, i tecnici che faranno un video ufficiale della manifestazione, il catering, le concessioni per allestire i posti di ristoro. Si pagano i responsabili del sito, dell’archivio, della Fondazione. Se non ci fossero queste persone che negli anni hanno mantenuto in piedi la macchina della Biennale, tu non potresti neppure conoscere quel termine.
        Se ti riferisci a una non-Biennale in un non-luogo, allora chiamala in un modo differente. Perché utilizzi termini vecchi per fare una cosa che tu chiami nuova? Se non è una Biennale, non chiamarla Biennale, non millantare ciò che non puoi fare ma che è solo demagogia.
        La Biennale si paga, perché le persone ci lavorano e non per finta o per la gloria, altro che nonni/genitori e simili fregnacce. La gente vera lavora veramente e viene pagata, quando riesce a essere pagata (non sempre purtroppo, soprattutto dagli Enti pubblici). Non permetterti più di comporre sofismi su cose che sono fondamentali per tutti e che per tutti sono una dolorosa realtà, come la mancanza di lavoro.
        Quando sento una Biennale a costo zero, mi viene voglia di imbracciare un fucile (a pallini di gomma), poi penso che lo farebbero molto volentieri tutti quelli che tu vorresti cancellare dal tuo “budget zero”.
        Di’ piuttosto che stai facendo una “cosa” nel tuo blog, come un miliardo di altre persone fanno “cose” nel proprio e piantala di utilizzare termini che con te non hanno nulla a che fare. Piuttosto, cerca di dimostrare che la tua “cosa” è davvero tua e che vale invece di tentare a tutti i costi di inserirti illegittimamente a gamba tesa in circuiti che non sanno neppure chi sei.

  • @whitehouse
    il mio commento sulla necessità di confrontarsi in un luogo reale nasce da una delusione concreta, relativa alle tue attività che, nonostante le tante divergenze, seguo comunque con curiosità. Ieri sono stato a un’inaugurazione presso Koma’ Art Gallery, il luogo reale dove domani si terrà il workshop pratico da te tanto pubblicizzato su whitehouse e anche su queste pagine. Ho dato conferma della mia presenza a Michele, il volenteroso artista e operatore che ha creato nella nostra provincia la stimolante realtà di Koma’. Chiacchierando con lui mi è sembrato di capire (ma mi auguro sinceramente di aver compreso male) che il fantomatico corso non si svolgerà in presenza, ma in contatto virtuale tramite Skype. Non potevo crederci! Personalmente ritengo che questa fissazione per la “distanza” sia controproducente. Come si può costruire qualcosa di concreto restando dietro un monitor? Spero tanto di essere smentito. Magari da una presenza reale al workshop. O magari, se proprio ciò non sarà possibile, da una esperienza ugualmente formativa e gratificante. Non voglio avere pregiudizi.

    • Vincenzo facci sapere , anche sul tuo blog, come è andato il corso di lr

  • Il mio problema con te è che ogni volta che cerco di andare a fondo di un tuo lavoro (l’ultimo è stato quello di Versailles: Homme, femme et le spectateur) tu rispondi alle mie numerose domande con frasi sibilline (es. “NON CHIEDERTI TANTO PERCHè MA CERCA DI PRENDERE SUL SERIO QUELLO CHE VEDI”) che non mi dicono granchè. Certo che se la visita guidata alla Biennale è così faccio bene a non venire.
    Ho visto la presentazione di Kremlino ma anche questa non mi è molto chiara. In cosa consiste nel concreto? Quando riuscirai a spiegarmela chiaramente (immagina di aver davanti un bambino che non sa nulla di arte e descrivila) e quindi la capirò, valuterò la partecipazione. Come vedi non si tratta di sistema-non sistema, ma di te

  • ursula

    All’ultimo commento di Cristiana Curti: chapeau

  • Cristiana, ho capito che tu vuoi pagare la gente. Io non è che non pago la gente, ma cerco di reagire allo stato di crisi proponendo alla gente un offerta libera. Non credo che ci sia bisogno di molto denaro per fare un buon progetto. Ma quello che mi interessa, dopo il denaro, è pensare a chi sia rivolto il “progetto”. Kremlino non vuole essere polemico verso la Biennale ufficiale, ma proporre semplicemente una strada alternativa.

    Coda. La spiegazione migliore è vedere i progetti concreti con gli occhi di un bambino. Il punto non sta tanto nei progetti quanto nel recuperare gli occhi di quel bambino. Cristiana per esempio non li ha, ed è intossicata di retorica e di “bello scrivere”. Questo la rende vetusta, apprezzata dai lettori e molto logorroica.

    • Cristiana Curti

      … ti piacerebbe… sei solo aria fritta. E “avere occhi da bambino” è piaggeria per menti semplici che non a caso tenti di abbindolare. E’ un peccato che tu sia così. Lo dico veramente: ti sei perso da solo. Fai uno stop e comincia tu a riflettere anche su quello che ti ricordano persone come Vincenzo che è senz’altro più aperto (e più giovane) di me. E, in pausa, visto che non ti muovi mai, ripassati un po’ di grammatica e sintassi, che non è questione di “intossicazione”, ma solo l’abc di chiunque voglia discutere di cultura. Siamo dove siamo perché abbiamo perso quel poco che avevamo (ed era nella cultura profonda, anche linguistica, che ci compenetrava pur senza lauree).
      Quando insulti, significa che sei alle corde. E si vede benissimo.

      P.S. per me è un’autentico piacere essere considerata “vetusta”, alla faccia dei sempre gggiovani che pensano che il mondo si misuri dalla lunghezza della biografia delle persone.

      P.P.S. in quanto a logorrea: proprio tu ne parli, che intasi ogni dove con le tue tiritere. Hai una bella faccia tosta contro l’evidenza, ti va riconosciuto.

      • Cristiana, ma quali insulti??? Trovami un mio commento dove insulto…per piacere. Tu purtroppo giudichi e insulti: io non mi muovo? Aria fritta? Io giovane? Ma come puoi dire queste stupidaggini a caso…pretendi di conoscere ciò che non conosci. E come con me lo fai con l’arte. Questi sono commenti, e chi pretende siano l’enciclopedia è realmente disperato. E io che continuo a fare lo shampoo agli asini. Penso di essere idiota, e questo può essere utile, tutte le soluzioni intelligenti vengono disinnescate subito.

        • Cristiana Curti

          Io adoro gli asini. Sono bestie intelligenti e pazienti, ma anche molto volitive.

  • Vincenzo: quello che non capisci è che sei sempre dietro uno schermo, anche quando passeggi in un prato e pensi a cosa vuoi fare e ha cosa hai fatto. O pensi ad una cosa X. Chi non accetta lo schermo, chi sostiene la retorica del togliersi dallo schermo, ha paura della “distanza”. Sicuramente subisce quella distanza. La subisce perchè?

    Perchè sarebbe come uno che pretende di smettere di fumare o di non fumare per poter diventare immortale. La distanza c’è sempre. Ti consiglio di approfondire questo: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/elevator-view-whitney-museum-24022010.html

  • bene, partiamo da questo progetto che vi posto. Il costo è zero, eppure è un ‘installazione molto grande…che fare? Questo è un modo di fare?

    If I don’t understand a thing I look for on you tube
    Arsenale, Venice, 2013.
    (kremlino project)

    http://3.bp.blogspot.com/-6argHCzNy8k/UVDCyVozTbI/AAAAAAAAAj0/wzQXo3RU-5U/s1600/img3733d.jpg

  • Ahahahahahahahahahah!!!!! Sei meglio del Bagaglino Luca Rossi!!!! E visto che siamo in vena di spiritosaggini, sai perché scrivi tanto? Perché non sai leggere!

  • @wh: come volevasi dimostrare, a domande esplicite rispondi come sempre con (non) risposte implicite (che strano, ho appena scritto la stessa risposta a Tonelli; strano?).
    Ho provato a far vedere alle mie figlie piccole (7 e 4 a) i tuoi progetti e anche loro non li hanno capiti. Forse sei tu che devi recuperare lo sguardo del bambino?

  • Joe

    Abbondio: il mezzo è il messaggio, il latino è il messaggio.

    Coda: prova di definire la parola “capire”. Prova a portare le tue figlie a vedere un film o alla borsa di Milano e chiedi loro cosa hanno capito….

    Siete solo addetti ai lavori. Ha ragione Luca Rossi, così non se ne esce..

  • Luca “Joe” Rossi, essere addetti ai lavori vuol dire che facciamo, non stiamo solamente a scrivere fesserie come fai tu, o Catone de’ noantri…

  • “fare” non vuol dire fare bene. Ma il problema non è questo, ma la fatale autoreferenzialità del dibattito, tutti sono in una sorta di competizione con tutti, quindi tutti desiderano che il risultato finale sia la mediocrità generalizzata. Questo risultato infatti mette tutti al sicuro. Tra addetti ai lavori metto anche collezionisti illuminati dal cellulare (che tu Abbondio conosci bene).

    Fesserie. Aria fritta..non siete in grado di argomentare. E questo denota un analfabetismo in cui è lasciato anche il pubblico e il mercato. Ma penso non vogliate argomentare e approfondire per rimanere al sicuro sulle vostre posizioni. Peggio per voi. A presto :)

  • Il 29 aprile stiamo organizzando a Milano un incontro-dibattito aperto al pubblico, sul tema:

    Fuga dall’arte: dove sono critica e pubblico?

    Seguite whitehouse e avrete presto maggiori dettagli…

    Luca Rossi

  • Fare non vuol dire fare bene…e tu cosa hai mai fatto??? Francamente tu che parli di autoreferenzialità fa veramente specie, sei arrivato persino a fare commenti con nomi diversi per darti ragione (vedere gli ultimi due per esempio)…ma di cosa stai parlando? sei preso in un monologo in cui non vedi/senti che te stesso, questo significa il mio accusarti di non sapere leggere. Chi metti tra gli addetti ai lavori poi mi interessa poco o niente, ci puoi infilare chi vuoi, ma saranno sempre artisti, critici/curatori e galleristi/mercanti, cioè coloro che lavorano IN arte, CON l’arte e PER l’arte, il resto sono solo sofismi. Maledetto io che ancora perdo tempo a risponderti, purtroppo hai infestato Artribune come un cancro, le tue metastasi sono dappertutto, se anche si inizia uno scambio di pareri interessanti alla fine arrivi tu a impestare tutto…con le tue metafore da due centesimi (ikea evoluta, collezionisti illuminati dal cellulare…)…e poi mi vieni pure a chiedere l’amicizia su Facebook? Ma fammi il piacere!!!

  • Abbondio. Cosa ho mai fatto: in 4 anni una cura quotidiana del blog con più di 20 progetti e tante interviste, diversi articoli…ma cosa importa? Tu non vuoi vedere perchè vuoi proteggere la tua idea di fare le cose, che è l’unica che ti rassicura.

    Io un cancro? Se leggi i miei commenti non ho mai offeso nessuno (come tu stai facendo) e cerco sempre di argomentare la mia critica, o di lanciare domande sull’articolo che stiamo commentando….

    Io credo che la verità faccia male….

    l’amicizia su facebook era per invitarti a kremlino.

    stai calmo che ti viene un infarto.

    • Cristiana Curti

      Acciderba, davvero un lavoratore indefesso, il nostro. Una produzione che neanche Stakanov. Sono impressionata. Davvero quelli della Biennale ti prenderebbero a forconate. E, scusa, ma nel curriculum manca la fondamentale occupazione di sciampista. Io la aggiungerei, fa cumulo, ne hai bisogno, poverino.

      Però anche “calunniatore professionista” potrebbe entrarci (ved. sotto il commento pericolosissimo quanto infame su Giampaolo Abbondio, che rischia del suo – si gradisca o meno quel che tratta – e non dovrebbe subire le calunnie di un tale che non si firma). Solo che questo non fa proprio una gran bella impressione, non è vero?

      Perché da queste parti non si torna a parlar d’arte?

      Artribune è così malridotta dopo due anni di attività? E’ solo la piazza di un anonimo ansioso di mostrarsi giuggiole e cardellini coi potenti e di insultare le persone normali occupando tutti i buchi possibili? Dove sono le belle chiacchierate lievi e appassionate di una volta, complice la rapidità felice del commentario?
      Preferivo persino Tonelli quando arrivava a gamba tesa con le sue sparate, almeno erano “di cuore” e si vedeva, e perlomeno ci metteva faccia e firma. E’ davvero un’impresa così disperata?

      Non so se quelli di Atribune se ne sono accorti, ma i migliori, fra cui è ad esempio Davide Pairone, che manca molto nelle nostre chiacchierate (ma non è certo l’unico), vi hanno già lasciato da tempo. Io non sono di sicuro una fra quelli, ma giuro mi sto sommamente stufando (qualcuno sarà contento…).
      Artribune il ripetitore cosmico del pensiero unico casabianca?
      Cosa sto leggendo, allora?

  • Parole, parole, parole…

    • non parole ma fatti, ma se preferisci mentire a te stesso, auguri

  • Non capisco

    Non capisco perche vi accanite tanto contro luca rossi invece di dire quel che avete da dire senza dover sempre lottare contro qualcuno. Non siete capaci di ascoltare anche ciò che non approvate, forse perché avete paura che nel leggerlo voi stessi diventiate quella cosa. Ma come mai, io mi chiedo, avete tanta paura di quello che dice. Se foste forti di un pensiero che fosse uno avreste l’indulgenza dell’adulto che asseconda il bambino. Invece accade proprio il contrario. Che luca rossi abbia o no ragione, accade comunque che lui riesce sempre a essere indulgente con voi che siete ogni volta piu bambini. Vi atate fregando da soli, con la vostra foga di difendere quelle due idee che avete copiato da altri. Se foste padroni di un vostro pensiero sareste sereni nell’ascoltare quello degli altri senza per questo temere che esista. Neanche a me piacciono i centri commerciali o la boriosita di certe situazioni ma non vado mica a buttar bombe in giro o a cercare di tappar la bocca di chiunque come nella peggiore dittatura fascista. Siete avizziti.

  • A non capisco: il mio pensiero ce l’ho e lo vedi sul mio blog; forse non sarà originale, ma prova a dimostramelo. per quanto riguarda lr è un fatto che non risponde mai alle domande non appena voglio approfondire il suo lavoro (e questo a cade da anni). È questa l’attenzione al pubblico? È questa la critica nuova? Fermarsi a metà?
    A Joe: ho portato le mie figlie a vedere dei film, puó darsi non abbiano capito tutto il senso della storia ma due cose ti posso dire e che dovremmo recuperare: 1) la fortissima immedesimazione con i personaggi e 2) le domande che non ti aspetti e ti spiazzano. Due atteggiamenti che hanno molto a che fare con l’arte.
    Alla Borsa non le ho portate anche perchè a palazzo mezzanotte si tengono solo corsi e convegni, visto che le contrattazioni sono telematiche. E comunque se facessi loro vedere cosa succede in borsa sono abbastanza sicuro che non capirebbero (ma forse non c’è molto di sensato e te lo dice uno che fa un lavoro in quel contesto. È con questo chiudiamo anche sulla questione “solo addetti ai lavori”.

  • Bastian

    Il dibattito è interessante e spero che continuiate per tutti noi che leggiamo.

  • Per chi mi chiedeva, qualche commento sopra, un resoconto sul workshop Rossi-Morsiani: ieri sono stato da Koma’ e ho assisitito al corso tenuto da Enrico via Skype, dal letto di casa sua. Solo qualche considerazione, senza entrare nei dettagli per non annoiare troppo.
    1) Sulla distanza: purtroppo devo confermare i miei sospetti. Gestire l’interazione con un gruppo di una decina di persone dal monitor di un PC è impresa difficilissima. Da insegnante abituato al contatto diretto con gli alunni e a muovermi tra i banchi, mi è sembrato che l’efficacia della comunicazione risentisse fortemente della mancata presenza del relatore. Una cosa è sicura: i continui “Cosa?”, “Prego?”, “Che hai detto?”, “Puoi ripetere?” non aiutavano a creare un clima di reciprocità.
    2) Sul divertimento: abbiamo riso molto. Enrico è indubbiamente una persona simpatica e ha reagito bene alle numerose frecciatine che provenivano dalla galleria. Alcuni dei convenuti lo hanno apertamente provocato. Qualcuno (me compreso) non condivideva determinate affermazioni sull’arte, trasmesse in maniera un po’ troppo rigida, anche se accompagnate sempre dalla dichiarazione: “Io non ho la verità, voglio stimolare il confronto” (in realtà l’impressione era proprio quella che si volessero mettere dei “paletti”). Qualcuno ha sopportato male la ripetitività di certi esercizi proposti e non si è fatto scrupolo di esplicitare un pizzico di insofferenza. In generale una certa dose di improvvisazione ha generato momenti di calo dell’attenzione. Tuttavia Enrico è riuscito a cavarsela sdrammatizzando. Dal punto di vista umano non posso negare che sia stata una gradevole esperienza di socializzazione.
    3) Sulla valenza formativa: mi dispiace immensamente per il buon Enrico, che si impegna moltissimo e del quale apprezzo l’entusiasmo e il desiderio di mettersi alla prova, ma purtroppo ho trovato i contenuti del suo workshop deboli. La pecca maggiore è a mio parere un’eccessiva semplificazione (ai limiti della banalizzazione) che non si giustifica nemmeno con l’intento divulgativo. Sul versante pratico, inoltre, gli “esercizi” proposti (in realtà un unico esercizio declinato in più varianti) a lungo andare scadevano nella monotonia. Per fortuna l’assemblea di Koma’, dotata di tanta fantasia e di una briciola di follia, ha saputo movimentare un po’ la situazione.
    Non entro nello specifico per non “bruciare” il format del corso, che a quanto ho capito Rossi-Morsiani vorrebbe(ro) riproporre. In fondo la curiosità è la molla principale che spinge a seguire un evento del genere e se raccontassi nei particolari quello che è successo potrei disincentivare qualche potenziale futuro partecipante. Mi auguro di essere stato equilibrato e di non essermi lasciato condizionare da qualche divergenza di opinione con Rossi & co. nel raccontare il pomeriggio di ieri. A parte tutto e a prescindere dai risultati e dai punti di vista, ci tengo a ribadirlo: massimo rispetto per l’impegno e la buona volontà.
    P.S.: Grazie a Michele per l’ospitalità e per aver movimentato un altro sabato.

  • @ vincenzo: grazie per le impressioni sul workshop
    @ whitehouse: sarei io quello che dovrei “ricacciare” il mio ego, non tu che non rispondi alle domande di uno che vuole andare a fondo (kremlino incluso, su cui non ho mai detto che è mediocre proprio perchè non ho tutti gli elementi x giudicarlo)?
    la tua chiusura dell’ultimo post su “maggiore apertura, generosità e lealtà” riguarda solo gli altri?

  • Coda, cosa vuoi sapere? Non capisco. Ti ho risposto più volte e ti ho invitato a leggere la presentazione del progetto: http://www.whlr.blogspot.it/2013/03/kremlino.html

    Dimmi cosa non è chiaro.

    Grazie
    Luca

  • Per non tediare gli altri ho postato alcune domande sul tuo blog con kremlino

  • CANE

    il problema non è negli artisti. gli artisti producono. oggi tutti hanno il tempo e i soldi e l’istruzione per produrre (semi-) arte anche ad un discreto livello. la possibilità c’è e viene giustamente sfruttata. giustamente. legittimamente.
    il problema è la mancanza di filtro. il buco è vostro, dei giornali, della critica. la critica, quella vera, non esiste più. se leggo articoli di arte li posso dividere in tre macrocategorie. (ovviamente si tratta di un’analisi parziale e affrettata che serve solo a chiarire come la vedo). ci sono gli articoli lamentosi, come questi: questo non va, il miart era bello ma però è sempre floscio, la biennale è un mostro a centoteste gestito dai soliti personaggi di fama, le gallerie sono troppo fashon…ecc…eccc. poi ci sono gli articoli seri da un punto di vista culturale ma che salvano tutto (qualunque persona intelligente più analizzare in modo interessante qualunque evento se vuole). poi ci sono gli articoli-comunicatostampa. dove giornalisti senza attributi usano la scrittura con un format che hanno imparato leggendo appunto i comunicati stampa, ma che si astengono da qualsiasi approfondimento e soprattutto qualsiasi giudizio.
    la responsabilità dei critici è scomparsa. adesso ci sono i curatori, che difendono tutto. ma è un gravissimo errore. il compito di chi scrive per l’arte (e quindi non la produce) è quello di fare da specchio dialettico all’artista che la fa, e quindi la difende. non è possibile che non esista più alcuna figura con questo compito in un sistema articolato e ricco di figure differenti come il nostro (artista, gallerista, critico, collezionista). è profondamente sbagliato e pericoloso che tutti siano dei difensori e nessuno si occupi della messa in crisi, del sollevare dubbi, dello stimolare un dibattito reale. è giusto dire no. è giusto criticare pesantemente i lavori banali di molti semiartisti pseudotrendy che spuntano come funghi tutti i giorni. la selezione è importantissima e utile, è uno sprone a fare meglio, a costruire meglio se stessi e il proprio lavoro. gli artisti non staranno mai zitti se nessuno gli grida in faccia più forte di loro.

    • Angelov

      @CANE; sesta riga dal fondo: “e nessuno si occupi della messa in crisi”
      Nell’ambito delle relazioni umane, diciamo normali, le amicizie più vere e durature sono quelle dove tra le parti ci sono stati anche dei litigi, c’è stato uno scambio di emozioni.
      La mancanza di scelte e di difesa di un proprio punto di vista, porta all’annacquamento delle situazioni in generale, e a un loro indifferenziato appiattimento.

  • CANE

    non è malafede. è pigrizia e incostanza. quanti artisti nascono senza retribuzione? solo che il critico, per raggiungere la sua legittimazione, deve costruirla con impegno serio e costante. di questi tempi nessuno ha gli attributi (leggi: le palle) per prendersi questo fardello. tutti vogliono fama e subito, e così sgretolano il terreno sotto i piedi di tutti.

    galleristi e curatori fanno scelte, ma non le perseguono. questo porta a scelte “veloci” e sempre ripensabili. non c’è mai bisogno di difenderle per davvero (un modo per non prendersi nessuna responsabilità) anche perché poi tanto c’e sempre qualcun’altro pronto a sostituire i caduti. difendere una scelta significa fare un esercizio di pensiero. costruire un pensiero. non difenderla significa fare il proprio gioco, lasciare libero campo alla moda e al qualunquismo, ma alla lunga distruggere la qualità (che mi permetto di pensare fondante in un ambito che si propone come vertice della cultura umana).

    @whitehouse: comunque non mi fido di un critico/artista. c’è conflitto di interessi.

  • @Tonelli:

    Rispetto alla fatidica domanda “che fare?” vorrei segnalare il progetto che posterò più in basso, consiglio anche l’intervista dopo il comunicato. Non è certo un modo per autopromuoversi o essere autoreferenti, visto che tutto è alla luce del sole e tutto è auto referente e auto promosso (internet)..quindi non ci sono più imbarazzi di sorta.

    Ma il problema non è il progetto che posto quì in basso, ma l’assenza di confronto su quello che accade, l’assenza di apertura a progetti -come questo- diversi dal solito. Questa assenza di confronto (di cui sono responsabili le riviste e gli operatori) manca di appassionare e interessare il pubblico, fa fuggire il pubblico e fiacca il collezionismo; fa fuggire l’attenzione politica e i finanziamenti per tutto l’indotto.

    Per tanto la domanda “che fare?” è una domanda posta in un deserto. Anche se mettiamo un Mac Book Air in un deserto nessuno ci farà niente, perchè non c’è nessuno. Ora, gli opening di Miart o del Crepaccio erano colmi di persone, ma persone poco interessante, molto interessate di vedere chi c’era e di fare aperitivo. Quindi il punto non è CHE FARE? ma PER CHI FARE?.

    Ecco il progetto a cui mi riferivo che si basa su un modo di fare diverso: http://whlr.blogspot.it/2012/04/retrospettiva-ovunque-cura-vostra_06.html

  • Cosa fate? Cancellate i commenti?

    • Redazione

      Giampaolo, hai chiesto la moderazione dei commenti e hai minacciato azioni legali. Per questo, abbiamo cancellato i commenti offensivi e le relative risposte.
      Un saluto

  • Delle scuse non avrebbero guastato

  • Io mi sono scusato ieri sera, non era mi intenzione offendere (non lo è mai stato), quanto una riflessione sul connubio prezzo-valore. Ma evidentemente questa non è la sede.