Sul precariato degli artisti e altre storie

Mentre tecnici e politici incrociano le armi, ci siamo posti una domanda: che cosa significa precariato, se parliamo di arte? E ci siamo dati anche una risposta: i primi precari sono gli artisti. Con tutto ciò che ne consegue.

Charlie Chaplin - Tempi Moderni - 1936
Charlie Chaplin - Tempi Moderni - 1936

Sul precariato sono state scritte fior fior di pagine da economisti, politici, sociologi e, come si direbbe con una parola che va tanto di moda, ma che non significa niente, quant’altro. Ovviamente, e come è giusto, i precari sono rappresentati nella fattispecie dai giovani che lavorano nei call center, dai lavoratori occasionali nei negozi, nelle aziende, nelle amministrazioni pubbliche. Un vero sfacelo, che sta rendendo sempre meno competitivo il nostro Paese e che sta rinunciando completamente a creare una nuova classe di professionisti, con il risultato di avere, invece, una grande forza lavoro disposta a tutto.
Ma la situazione si aggrava in particolar modo quando questo sistema di riferimento contorto viene applicato al mondo della cultura contemporanea, che le cronache mondane ovviamente riportano solo per ciò che riguarda l’archeologia e la ricerca universitaria (scientifica, of course). Perché è più grave? Perché una delle conseguenze travolgenti del precariato è aumentare la sensazione di compromesso, il senso di ricatto, di togliere progressivamente, strato dopo strato, la pelle, come quando in estate l’abbronzatura comincia ad andare via. Di cancellare il coraggio. E le idee audaci sono l’arma fondamentale, il sostrato principale di un’arte sana, emozionante e coerente.

Un'agenzia interinale, simbolo della precarizzazione del lavoro

Sembrerebbe un sillogismo semplice, o forse una banalità, ma la base per lo sviluppo culturale è l’andare avanti. La storia contemporanea procede, invece, come già commentava Umberto Eco nell’omonimo saggio A passo di gambero, e i precari sono come mosche intrappolate in una ragnatela. Non riescono ad andare oltre, né a tornare indietro. E i primi precari del mondo della cultura sono gli artisti. Laddove i colleghi stranieri possono contare su borse di studio, sostegno governativo, possibilità di ricevere grant (si pensi solo all’attività della Mondrian Foundation, del Frame di Helsinki, delle lotterie inglesi) volti a promuovere lo scambio con altri Paesi, in Italia questa rete non esiste.
Gli artisti, naturalmente non tutti, si ritrovano dunque a sostenere quella che Tom Wolfe chiamava nel suo The painted word, “la danza boho”, a intessere cioè una rete sterminata di relazioni, a diventare manager di se stessi, a fare i presenzialisti, a spendere il tempo sui social network, ad attendere gli opening senza guardare le opere e, ove la famiglia non riesce a coprire le spese, a trovarsi un altro lavoro. E quando trovano modo di fare ricerca e di professionalizzarsi? La domanda sorge spontanea e purtroppo, quando si fanno le cose nei ritagli di tempo, i risultati si vedono.

Il cortile dell'Accademia di Brera

Si potrebbe obiettare che il networking non è un problema solo italiano, ma che piuttosto ha a che vedere con la glamourizzazione dell’arte. È vero. Ma il problema non è tanto essere più o meno in grado di sostenere un passaggio temporale che rende comunque tutti più o meno soggetti alle dinamiche della comunicazione, quanto avere come unica valvola di sfogo esperienziale quello che certi amano chiamare, ripetendolo come un mantra peraltro, il “sistema”. Che di per sé non avrebbe nemmeno nulla di negativo, se non fosse l’unico mondo possibile, non affiancato da un altro “sistema” di tipo istituzionale, che si fa garanzia, ancora una volta, della qualità e del coraggio delle idee. Idee senza lacci, idee non precarie. Prima di lanciarle nel mercato, dove ovviamente i meccanismi sono altri. Non malvagi, semplicemente altri.
Si potrebbe, inoltre, obiettare che gli artisti sono stati sempre precari e che tuttavia non hanno mai lesinato a produrre opere di tutto rispetto. È vero, ma è anche vero che nella sua formula modesta, il sistema delle scuole e delle accademie, con l’artista che si trasferiva da davanti a dietro la cattedra, oggi improponibile, risultava comunque efficace e che il sistema dell’arte oggi richiede, come tutte le attività produttive e culturali, una competitività altra, internazionale, una professionalità che gli altri Paesi sono in grado di garantire, mentre noi arranchiamo sempre contando sulla buona, straordinaria – ma non obbligatoria – volontà dei privati e dei singoli individui.

Artisti a Montmartre: un destino comune?

Il punto è che le ragioni dei fenomeni vanno trovate nei fenomeni stessi. Non si possono liquidare i problemi attribuendo a un’intera generazione una incapacità intellettuale ed è molto più semplice andare a caccia del “colpevole”. Molto più complicato, ma altrettanto entusiasmante, è costruire qualcosa che per altri esiste già da tempo, ma che per noi è completamente nuovo, richiedendo a noi stessi e al Paese uno sforzo operativo e progettuale che potrebbe portarci, finalmente molto lontano.

Santa Nastro

CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • un critico italiano

    Perfettamente d’accordo sulle considerazioni relative al precariato in generale e a quello dei giovani artisti in particolare. Devo però sottolineare come ciò non valga per la categoria dei curatori. Sempre più di frequente assistiamo, in Italia, al fenomeno di incarichi museali importanti affidati a critici 30-35enni a scapito di altri un po’ più maturi ma egualmente, e forse più, competitivi. e documentati. Anche solo quindici anni fa ciò sarebbe stato impensabile. In questo caso i giovani, per fortuna loro e sfortuna di altri, vanno “di moda”.

  • E’ precario un certo ruolo di artista, e i veri criminali sono le accademie e le scuole che formano per un ruolo senza futuro. Molto più artistico un certo ruolo di curatore; ma anche in questo caso si tratta di un artista zoppo, ed ecco quindi il vuoto di contenuti che ci circonda. Si tratta di capire dove si trovi oggi il centro dell’opera più che lamentarsi e sfornare articoli su articoli relativi ai problemi che abbiamo e alle vari ere della stupidità. Fatti e non chiacchere.

    LR

  • adriano meis

    a quando un bell’articoletto sui precari non pagati che scrivono sulle riviste e sui siti d’arte, compresa Artribune?

  • rita

    finalmente ve ne siete accorti!

  • CoDa

    “Il centro dell’opera”, “fatti e non chiacchere”, pienamente d’accordo, ma da quando ti ho visto su questi blog, non mi sembra che di fatti tu ne abbia fatti tanti (forse mi è sfuggito qualcosa ma ogni tanto visito il tuo sito). Qualche tribnews fa (quello sulla mostra della transavanguardia a mi) ho proposto qualcosa di concreto su questo argomento partendo da un tuo post ma non ho visto seguito da parte tua.

    • CoDa

      mi riferivo a LR

    • il cane

      Caro Coda, anche io seguo LR e mi sembra che di fatti ne abbia proposti eccome. Ti invito ora sulla prima pagina del blog (perchè forse domani cambia).

  • Chi si avventura su questa strada, dell’arte intendo, sa a cosa va incontro….

  • CoDa

    scusa il cane, ma cosa intendi per prima pagina del blog? quale blog? whitehouse (ma c’è un coming soon che annuncia qualcosa ma non dice nulla) o whitehouse 2 (anche qui non ho trovato niente di nuovo)?

    • canedicoda

      @Coda: dovresti scorrere con la rotellina del mouse appena più avanti: trovi tanti link, alcuni hot spot, e poi un’intervista….nell’intervista mi sembra si sciolgano alcune questioni interessanti.

  • hm

    ma com’è messo il cane rossi? ora si crede un cane? —> http://www.youtube.com/watch?v=WZXa85R3u1I