Una vasta mostra antologica al Museo d’Arte Contemporanea di Lubiana racconta il progetto Janez Janša. Dieci anni di situazioni, opere e riflessioni sul tema dell’identità, scaturite da una singola, semplice azione: il cambio di nome. Ma non un nome qualsiasi.

Sono passati dieci anni dall’azione che ha dato vita al “progetto Janez Janša”. Nel 2007, più o meno nello stesso periodo, tre artisti chiesero di poter cambiare il proprio nome con quello dell’allora leader del Partito Democratico Sloveno Janez Janša, Ivan Janša all’anagrafe, personaggio politico controverso divenuto presidente del consiglio per ben due volte nel 2004 e nel 2012.
L’italiano Davide Grassi, il croato Emil Hrvatin e lo sloveno Žiga Kariž divennero così tutti e tre Janez Janša, aderendo in maniera letterale e surreale allo slogan del Partito: “più siamo, prima raggiungeremo l’obiettivo”. Il gesto, che i tre sostengono di aver portato avanti “per ragioni personali”, ha da subito mostrato la sua duplice valenza: da un lato innesca riflessioni filosofiche sul tema dell’identità e sulla funzione dei nomi propri, dall’altro genera una cascata di effetti imprevisti di tipo pratico che svelano le piccole e grandi contraddizioni del sistema burocratico, annullando totalmente i confini tra performance artistica e vita quotidiana. Non a caso, gli stessi autori hanno definito l’azione come un’opera di “Collateral Art”, “una pratica in cui le opere d’arte sono il frutto di una circostanza sociale specifica (nel nostro caso, il cambio di nome)”.

Janez Janša®, +MSUM – Museum of Contemporary Art Metelkova, Ljubljana Photo by Dejan Habicht, Moderna galerija
Janez Janša®, +MSUM – Museum of Contemporary Art Metelkova, Ljubljana Photo by Dejan Habicht, Moderna galerija

La richiesta di cambiare il proprio nome rappresenta in questo progetto una specie di miccia, un fattore scatenante che dà vita a una lunga e fluida serie di situazioni, riflessioni e opere d’arte in forma di performance, video, scultura, fotografia e ready-made. In questi dieci anni, i tre artisti hanno indagato, giorno dopo giorno, tutte le implicazioni, pratiche e teoriche, che il cambio di nome determina, sia nella sfera privata che in quella pubblica: dal rapporto con i propri amici e parenti alla gestione della propria identità artistica; dalla complicata relazione con le autorità e gli enti statali alla messa in crisi delle convenzioni economiche.
Questo tema è stato ben sviscerato, nei due giorni precedenti l’inaugurazione, dal convegno Proper and Improper Names: Identity in the Information Society, organizzato dall’associazione culturale Aksioma presso il centro Kino Šiška. Due sessioni intense di discussione che hanno visto protagonisti ospiti da tutto il mondo tra cui le artiste americane Kristin Lucas, che ha messo in scena una performance sul suo progetto Refresh del 2007, e Natalie Bookchin, che ha mostrato al pubblico alcune delle sue recenti opere di video arte sul tema dell’identità e della sua rappresentazione.

TRE ARTISTI, UN SOLO NOME

La mostra in corso al +MSUM Museum of Contemporary Art Metelkova di Lubiana, curata da Domenico Quaranta, è una retrospettiva che racconta l’intera storia attraverso l’esposizione di questi effetti (e oggetti) collaterali. Il percorso inizia, a ritroso, sul prato che circonda il museo: quattro lapidi, accompagnate dall’immancabile lumicino, riportano i nomi di Davide Grassi, Emil Hrvatin, Žiga Kariž e Janez Janša, con tanto di date di nascita e morte. L’installazione rappresenta una risposta ironico-macabra alla catalogazione fatta dal Pojmovnik slovenske umetnosti 1945-2005 (Glossario dell’Arte Slovena 1945-2005), un database redatto dall’Università di Lubiana nel 2008 in cui i tre artisti risultano “morti” nel 2007, l’anno del cambio di nome, mentre Janez Janša, pubblicato una volta sola, diventa una figura mitologica: niente date di nascita o di morte, ma solo un ambiguo trattino. I tre dunque si trovano “fusi” in un’unica entità senza tempo, un mostro artistico a tre teste ben rappresentato dentro alle sale del museo da Golden Triglav (2008), scultura dorata che congela in forma monumentale la performance svoltasi nel 2007 sul monte Triglav, uno dei simboli nazionali sloveni.

Janez Janša®, +MSUM – Museum of Contemporary Art Metelkova, Ljubljana Photo by Dejan Habicht, Moderna galerija
Janez Janša®, +MSUM – Museum of Contemporary Art Metelkova, Ljubljana Photo by Dejan Habicht, Moderna galerija

Il racconto continua con una serie di video e fotografie che documentano le numerose azioni svolte in questi dieci anni, a partire dal matrimonio di Davide Grassi, avvenuto subito dopo il cambio di nome e in qualche modo già contenitore in nuce di tutti gli elementi chiave del progetto: la riflessione sull’identità e le sue implicazioni sociali; l’investigazione degli aspetti burocratici; la fusione di arte e vita. Il nome di Janša si ripete, si moltiplica e si riempie di significati diversi a ogni passo: diventa un mantra quando viene ripetuto da centinaia di persone in un video; si trasforma in brand sulle etichette della Coca-Cola e della Nutella; rappresenta la solennità dell’autore nelle tele della serie Signature / Popdis; mette in crisi i meccanismi del mercato in Auction, quando un vero passaporto di Janez Janša viene battuto all’asta come opera d’arte.
Nel titolo, Janez Janša®, è racchiusa poi l’ultima evoluzione del progetto, che ha visto la trasformazione ufficiale del nome in marchio registrato per i prossimi dieci anni. Se Janez Janša fosse una serie televisiva, quest’ultima azione rappresenterebbe il cliffhanger alla fine della stagione. What now?

Valentina Tanni

Lubiana // fino al 18 febbraio 2018
Janez Janša®
+MSUM – MUSEUM OF CONTEMPORARY ART METELKOVA
Maistrova 3
www.mg-lj.si

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AutoreJanez Janša
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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.