My Name Is Janez Jansa. I tre artisti che rubarono il nome a un politico

Storia di tre artisti che rubarono l’identità all’ex Primo Ministro sloveno, cambiando il proprio nome col suo. Un progetto tra arte e vita, pieno di rimandi filsofici, estetici, politici, sociali, coronato da un documentario. Dopo aver girato diversi festival internaizonali, il film arriva sul web. Lanciato in eslcusiva da Artribune

My Name Is Janez Jansa
My Name Is Janez Jansa

Un nome come uno specchio, come il primo segno di riconoscimento, come un vincolo, un filtro, un’interfaccia, oppure come simbolo dell’identità. Un nome solo, per mancanza d’immaginazione e naturale convenzione; oppure due nomi, tanti nomi, nessun nome: per non arrendersi a un’esistenza declinata al singolare, trovando che nella retorica del volto e della maschera la logica non è poi così scontata. Che cos’è, allora, un nome? Cosa significa ragionarci intorno, farne oggetto di un’indagine filosofica o di un esperimento a metà tra arte ed esistenza?

L'ex premier sloveno Janez Jansa
L’ex premier sloveno Janez Jansa

Se lo sono chiesto gli artisti Davide Grassi, Emil Hrvatin e Ziga Kariz, con un progetto suggestivo e intelligente, pensato in forma di azione pubblica e poi di documentario. Laddove “arte pubblica”, nell’innesto con la più privata delle dimensioni, significa condivisione di un gesto e sua collocazione nella sfera sociale, tra storia e immaginario collettivo. I tre, nel 2007, scelsero di cambiare legalmente il proprio nome con quello dell’allora primo ministro sloveno e leader del partito conservatore SDS, Janez Janša, poi finito in galera per corruzione. “Più siamo e prima raggiungeremo l’obiettivo“, era uno degli slogan preferiti dal premier, la cui presenza invasiva sulla scena politica nazionale divenne pretesto per la fine provocazione: e se tutti diventassero, veramente, Janez Janša? Se il potere, nella sua volontà di colonizzare le coscienze, di contagiare il linguaggio, di orientare la società, precipitasse in una prolificazione ottusa, riducendo se stesso a un brand inautentico e facendo del popolo un esercito di replicanti?

Attraverso una serie di testimonianze, raccolte tra artisti e performer – da Eva and Franco Mattes aka 0100101110101101.org a Jan Fabre, da Vaginal Davis a Tim Etchells – intellettuali – da Antonia Caronia a Mladen Dolar – e gente comune, il film My Name Is Janez Jansa racconta questa esperienza, scatenando – nella selva di omonimi, eteronimi, soprannomi, nomi negati o acquisiti, amati o detestati – una serie di inquietudini imperniate intorno alla questione di sempre: cosa ci rende ciò che siamo? Quale oceano di incertezze e di conquiste passa tra l’essere se stessi e il reinventarsi daccapo? Perversione, virtù, ambiguità, condanna. Nel mezzo materiali d’archivio, racconti di vite vissute, citazioni storiche e alcuni casi eclatanti. Come quello dell’artista Kristin Sue Lucaw, che con una geniale operazione tautologica ha aggiornato se stessa, così come si aggiorna un software o si ricarica una pagina web, cambiando ufficialmente il suo nome con il suo stesso nome. Un refresh anagrafico: ripetizione folle, certamente paradossale, che dissolve la sostanza dell’individuo nel mare magnum delle identità liquide e dei dispositivi digitali.

My Name Is Janez Jansa
My Name Is Janez Jansa

Dunque, procedendo di storia in storia, fino a giungere al caso esemplare dei tre novelliJanez Janša, la pellicola pone la grande questione dell’identità soggettiva, che si intreccia con quella dell’identità politica, laddove l’io e il noi, l’ipse dixit e le logiche di massa, la seduzione del potere e la fragilità individuale, disegnano una linea complessa: un doppio piano in cui si consuma la storia del rapporto tra l’io e l’altro. In chiave trasversale, simbolica e universale.
Film fuori dall’ordinario, My Name Is Janez Jansa scorre leggero, seducendo, divertendo, spiazzando oltremisura. Dinanzi alla vertigine del vuoto: cosa saremmo, se di colpo non avessimo più il nostro nome? Orfani, liberi o per sempre esuli?

Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.