Fukushima mon amour! La mostra dell’anno a Vienna?

Lo sguardo dell’arte sul cataclisma che colpì il Giappone del 2011, con migliaia di morti e la contaminazione ambientale dovuta alla rottura di tre reattori nucleari. Accade alla Vienna Art Week, con una intelligente mostra di un giovane curatore italiano.

Shinshu Hida, Fukushima First Nuclear Plant:photographed 18 March, 2012 – courtesy M. Farabegoli
Shinshu Hida, Fukushima First Nuclear Plant:photographed 18 March, 2012 – courtesy M. Farabegoli

Pare diventata un caso a sé la mostra No more Fukushimas, nell’ambito delle oltre duecento manifestazioni che animano la Vienna Art Week 2014. In realtà, una piccola mostra che però ha acceso l’interesse di moltissimi media, anche di primo piano. Il tema ha di mira l’evento traumatico che nel 2011 colpì l’area della città di Fukushima in Giappone, sede di una centrale nucleare gravemente danneggiata a seguito di un terremoto e di una conseguente onda anomala alta venti metri con un bilancio, in termini di vite umane, di 18mila vittime. Come se non bastasse, ad aggravare la situazione ci fu l’iniziale sottovalutazione del danno agli impianti di produzione di energia nucleare, che indussero al silenzio per pura opportunità politica. Com’è ovvio, l’inquinamento radioattivo del territorio resta la traccia più evidente della fallibilità tecnologica. Nell’insieme, un evento traumatico dall’onda lunga, tanto lunga da infliggere ferite nel corpo e nell’anima.
No more Fukushimas è una collettiva che Marcello Farabegoli ha ideato, curato e prodotto in un piccolo spazio “alternativo”, il Verein 08. Lui, un “promoter” italiano un po’ giramondo, momentaneamente inserito nell’ambiente artistico viennese. Conosce e ama il Giappone, e questo aspetto lo ha indotto a chiedersi cosa succede quando lo sguardo dell’arte si volge alla storia, alla realtà di un evento catastrofico. Farabegoli, per l’appunto, pare essersi posto questa domanda: “Perché negare l’evidente necessità del ricordo?”. In effetti, questa è la domanda che si insinua nella mente della protagonista del film Hiroshima mon amour – capolavoro di Alain Resnais del 1959 – mentre sta vivendo una intensa quanto tormentata storia d’amore nella città che ha conosciuto l’inferno della bomba atomica, e i cui abitanti, nella loro collettiva elaborazione del lutto, tentano di cancellarne il ricordo.

Edgar Honetschläger & Silvia Eckermann, Sound of Sirens-SOS, 2012-13 – still da video – courtesy M. Farabegoli
Edgar Honetschläger & Sylvia Eckermann, Sound of Sirens-SOS, 2012-13 – still da video – courtesy M. Farabegoli

Fukushima mon amour, per parafrasare – arbitrariamente – il titolo del film, mette insieme una dozzina di artisti, alcuni anche italiani, attraverso opere figurative per lo più di 30×40 cm. Punto d’ispirazione iniziale per il curatore stesso è un’incisione grafica di Takashi Ohno, raffigurante un gatto/samurai che con la sua katana, la tipica spada, sfida l’onda anomala, riprodotta nella forma della celebre onda del pittore giapponese Hokusai. Farsesca e divertente è tutta la serie delle grafiche di Ohno qui esposte, come a formare una saga antica e moderna, in piena tradizione nipponica.
Tutt’altro impatto con l’opera di Olga Georgieva, che in una foto mostra il proprio corpo incerottato, dalla testa ai piedi, con nastro segnaletico giallo/nero quale indice di allarme da contaminazione radioattiva. Casaluce-Geiger condensa in un’immagine fotografica l’allusione, in chiave cyborg, all’origine della vita e alle sue contaminazioni artificiali. Hana Usui, artista giapponese, espone un piccolo quadro malridotto che incornicia sotto vetro un foglio di carta con solchi neri in verticale; un reperto materiale che sa di dolore, intitolato Schwarzer Regen, “pioggia nera”, esattamente come il titolo tedesco di un romanzo del giapponese Masuji Ibuse in cui si narrano gli effetti del bombardamento atomico su Hiroshima.
Poeticamente dedicata al Giappone, l’opera di Sissa Micheli ne è la riproduzione fotografica del suo profilo geografico che l’artista stessa ha precedentemente modellato con le dita utilizzando unicamente dei chicchi di riso provenienti da Fukushima. Sono chicchi prodigiosamente risultati incontaminati.

Takashi Ohno, The Fukushima nuclear disaster – courtesy M. Farabegoli
Takashi Ohno, The Fukushima nuclear disaster – courtesy M. Farabegoli

Gli altri artisti presenti sono Erwin Wurm, Julius Deutschbauer & Gabriel Schöller, Edgar Honetschläger & Sylvia Eckerman, Luca Faccio, Federico Vecchi, Shinshu Hida, Anna Jermolaewa.
C’è tempo per riflettere sulla sottigliezza di questa mostra, ma intanto a visitarla e a discutere di questioni che implicano creatività e sapere scientifico sono venuti anche ricercatori e scienziati di professione: ospiti molto graditi al curatore visto che lui, anni fa, ha acquisito il titolo di Magister in fisica proprio all’università di Vienna.

Franco Veremondi

www.marcello-farabegoli.net
www.viennaartweek.at