Favole in musica (contemporanea)

Peaches è Orfeo. Il protagonista dell’intramontabile opera di Monteverdi interpretato dalla bad girl dell’electro-punk. L’alter ego del mito greco, riletto in chiave contemporanea, non sarà più alla ricerca di nuove intuizioni artistiche, ma verrà coinvolto nelle sfide di un gruppo di giovani presi dal tentativo di affermare le proprie, diverse, identità sessuali. Prima tappa il teatro HAU! di Berlino, in vista di un tour europeo che toccherà presto anche l’Italia.

Io la Musica son, ch’a i dolci accenti

so far tranquillo ogni turbato core,
Io la Musica son, ch’a i dolci accenti
so far tranquillo ogni turbato core,
ed or di nobil ira, ed or d’amore
posso infiammar le più gelate menti.
Atto I, scena I, verso V

No Assimilation
No Lies
No Sell Out
No Leaders
No Truth
No Prisoners

Quando l’Orfeo di Monteverdi fu eseguito per la prima volta a Mantova il 24 febbraio del 1607, presso l’Accademia degli Invaghiti, rappresentò la nascita di un nuovo genere: la favola in musica, ovvero la prima opera. Casualmente il soggetto principale scelto fu proprio il potere della melodia, capace di persuadere e aprire all’amore anche le menti più gelide. L’eroe è Orfeo, la più bella voce conosciuta nell’antica Grecia, la cui musica è capace di incantare gli esseri umani come gli dèi, le ninfe come gli animali selvatici.

Autore di melodie tanto meravigliose da far piangere le rocce e danzare gli alberi, e per le quali l’acqua lascia il letto del fiume solo per ascoltarlo. Orfeo fa incontrare le fanciulle, i pastori e la sua sposa Euridice, li fa innamorare e suggella il loro reciproco affetto, senza giudizi, in un atto d’amore. Felicità edonistica. Fino a che la celebrazione non viene improvvisamente interrotta dalla notizia che Euridice è stata morsa da un serpente ed è ora destinata a morire. Tutto il mondo si rattrista, pieno di dolore. Tuttavia Orfeo decide di non accettare questa perdita e di far tornare la sua amata dal regno della morte. Per fortuna, il suo persuasivo canto funziona anche negli Inferi.
I fantasmi vengono profondamente commossi dalla favola musicata della morte di Euridice, così che Plutone, dio dell’Ade, decide di restituire la donna amata, a una sola condizione però: Orfeo non può voltarsi a guardare Euridice nel loro cammino verso la luce. Ma Orfeo non ci riesce, e fallisce a causa della sua passione. È troppo forte. Così si volta, perdendo la sua sposa per sempre.
Ecco, questi sono i punti in comune tra il libretto di Alessandro Striggio dei primi del Seicento e quello di Brigitte Heusinger e Anna Mülter a quattro secoli di distanza, ma sono gli unici. Infatti la coppia tedesca, in collaborazione con il regista Daniel Cremer, ha stravolto il libretto in chiave contemporanea a favore di una critica sociale che interessa tutti.
Ora che conoscete la storia classica, infatti, dovete immaginarvi Orfeo ed Euridice come due mogli e i loro amici come individui liberi in un gruppo eterogeneo composto da gay, lesbiche, fate bisessuali, drag queen e trans. Dopodiché basterà sostituire il morso del serpente e il regno degli Inferi con la società conservatrice e giudicante dei giorni nostri e avrete un quadro chiaro del moderno Orfeo.
Le autrici si sono ispirate ai testi di Queer power now!, un trattato del 1991, uno dei primi peraltro, sui diritti GLBT, alle pagine di Deleuze e Guattari sul trauma SSS (shame-secret-silent, descrizione di tre differenti tipi di molestie subite dalle persone non etero) e alle poesie di Derek Jarman scritte tra il 1986 e il 1987.
Le musiche restano sempre quelle di Monteverdi, previo qualche piccolo arrangiamento, funzionando perfettamente per tutto il corso dell’opera ed esaltando ancor di più il contrasto tra ciò che è armonico, come una favola in musica, è ciò che non lo è, come un approccio mentale sbagliato a qualcosa che non si conosce. Interessante è sentire, nella seconda parte, un provocatorio intramezzo rock di una canzone scritta da Peaches appositamente per quest’opera, dal titolo Sick bitch. Anzi, probabilmente sarebbe stato ancora più stimolante alternare tutta l’opera tra ritmiche seicentesche e pop moderno: in questo modo si sarebbero assecondate di più le doti che rendono famosa la canadese e non si sarebbe rischiato di oscurare le magnifiche voci dei cantanti professionisti che la accompagnano. Stona infatti leggermente la voce non “lirica” della famosa regina pop, compensata però da una presenza scenica notevole.

Un’ottima orchestra, come quella dell’ensemle Kaleidoskope al gran completo, non manca di partecipare al fermento monteverdiano salendo e scendendo dal palco, e invadendo la scena con strumenti autentici ricostruiti come gli originali usati da Monteverdi. Questa forza musicale, in aggiunta a una scuderia di ugole incredibili tra le quali Ulrike Schwab (nel ruolo di Euridice) e Armin Gramer (nel ruolo di Speranza, la messaggera), rende questo spettacolo, e il messaggio che vuole comunicare, unico.
Ora attendiamo con curiosità la prima italiana di quest’opera, prevista a Roma per la stagione 2012/2013. Non si sa ancora in quale teatro. Data da confermare.

Martina Camilleri

www.olofboman.com

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Martina Camilleri
Martina Camilleri (1984) ama scrivere e si occupa di comunicazione per l’arte, la musica e la letteratura contemporanea. Cresciuta sotto le cattive influenze di una dittatura mediatica, decide ben presto di partire per trovare rifugio artistico all’estero. Si forma in teatro, fotografia e arte visuale e lavora tra Francia, Norvegia, e Spagna. Una volta tornata in Italia si laurea in comunicazione e politica alla Sapienza di Roma, ma riparte grazie ad una borsa di studio vinta per un master in New Journalism a Berlino. Città che non ha ancora abbandonato.
  • euridice

    … mai sentito parlare di Peri e Caccini?

    • Martina Camilleri

      Touchè!

      Ero convinta anch’io che la prima opera lirica della storia, considerata tale a livello internazionale, fosse l’Euridice di Peri e Caccini, per il libretto di Rinuccini.
      Correva l’anno 1600.

      Mi sono incuriosita quando, durante una piacevole chiacchierata con l’ensemble Kaleidoskope, sia i musicisti sia il direttore Olof Boman mi hanno spiegato che la scelta speciale dell’Orfeo di Monteverdi era dovuta al fatto che fosse considerata la prima opera nel senso moderno del termine. Così, presa dal dubbio, ho fatto un po’ di ricerche prima di scrivere l’articolo ed effettivamente sui testi tedeschi di storia della musica come “Die großte Geschichte der Musik” di Kurt Pahlen, “Repetitorium der Musikgeschichte” di Otto Girschner o “Geschichte der Musik” di Wörner, gli storici della musica riconoscono in Monteverdi l’iniziatore del genere e nel suo Orfeo la prima opera lirica. Per diversi motivi, ma in particolare per la completezza e la pienezza delle armonie. Scrivono che fu lui a completare il passaggio dalla musica rinascimentale a quella barocca e a rendere strettissimo il legame tra testo e musica, illustrandone il significato in una netta distinzione fra recitativo e aria. Con L’Orfeo, Monteverdi aveva creato un nuovo stile vocale a mezza via tra il canto e la recitazione: il recitar cantando.
      Correva l’anno 1607.

      Nonostante i 7 anni che separano l’Euridice dall’Orfeo, ho preferito seguire l’indicazione storica dei musicisti e degli storici della musica, ma avrei potuto scrivere “una delle prime opere” invece che “la prima”.

      Probabilmente il rinomato antagonismo tra Peri e Caccini non ha giovato alla loro fama, nè al loro riconoscimento. Almeno in Germania.

  • dust

    insomma, alla fine ‘sti tedeschi fanno come gli pare pure con la storia della musica.
    e lo spread aumenta

  • Martina Camilleri

    ; )
    …pare di sì !

    Speriamo che le prossime elezioni le vinca Frau Kraft.
    Via la Merkel, via lo spread!