Kounellis, Cauteruccio e il canto. A Scandicci

Giunge al terzo atto il progetto “OA” ideato e realizzato dalla compagnia Krypton presso il Teatro Studio di Scandicci. Il teatro si confronta con l’opera del celebre esponente dell’Arte Povera. Ne abbiamo parlato con il regista Giancarlo Cauteruccio.

OA, il Canto - con un'opera di Jannis Kounellis - photo Carlo Cantini

Uno spazio teatrale completamente denudato, nella cui ossatura architettonica si inseriscono tre enormi sacchi color sabbia, costruiti con teloni da Tir e lasciati cadere dall’alto come corpi impiccati. Sullo sfondo, un cavallo marrone muove lentamente la sua muscolatura, quasi a voler contrastare l’immobilità delle tre “carcasse” che ingombrano la scena. Per terra, su un lato del proscenio, poche palle da biliardo colorate rompono la geometria appena descritta, disposte nello spazio per un principio di casualità piuttosto che per una rigorosa orchestrazione.
È questa l’opera site specific realizzata da Jannis Kounellis nel Teatro Studio di Scandicci per la terza tappa di OA – Cinque atti teatrali sull’opera d’arte. Pensato e realizzato dalla compagnia Krypton, il progetto si costruisce sull’interazione fra teatro e arti visive, nel tentativo di dar vita a un territorio impuro in cui l’opera d’arte possa acquisire valenza drammaturgica.
Se i primi due atti, che hanno visto la partecipazione di Alfredo Pirri ed Enrico Castellani, erano rispettivamente dedicati alla parola e alla danza, il terzo atto concentra la sua attenzione sul canto. È questo lo strumento scelto da Giancarlo Cauteruccio, regista fondatore di Krypton, per dialogare con l’opera di Kounellis. Non si tratta di quella partecipazione a cui il celebre artista italo-greco, tra i maggiori esponenti dell’Arte Povera, ci ha abituato a partire dagli Anni Sessanta (basti pensare alle esperienze con Carlo Quartucci o ai più recenti progetti con Theodoros Terzopoulos), ma di un processo complesso attraverso il quale la tensione tragica costantemente presente nell’opera di Kounellis ed espressa nel connubio tra materia grezza, non detto ed elegante poesia, si dispiega in un tempo drammaturgico, ovvero in una dimensione prettamente teatrale. Spiega Cauteruccio: “Nell’opera di Kounellis l’idea di tragico è preponderante. È per questo che ho deciso di dedicare il terzo atto al canto. Ho pensato immediatamente al coro tragico, al lamento”.

Giancarlo Cauteruccio

Sette soprani occupano lo spazio delineato dall’opera mentre, sul lato sinistro del palco, Cauteruccio dona la sua voce a brani tratti da Edipo Re e Antigone di Sofocle e da Le Baccanti di Euripide da lui stesso tradotti in dialetto calabrese. Una scelta importante, di cui il regista vuole rilevare il significato: “Mi interessava legare il canto tragico alla mia lingua, il calabrese. Ho pensato immediatamente alla figura delle persiche greche, al lamento delle donne, un’immagine che ancora persiste in forma di tradizione in Calabria. Al contempo, però, volevo unire la mia lingua a un personaggio tragico. Ho scelto Tiresia. Il personaggio della mediazione, colui che non vede se non per il dono della veggenza. Nell’opera di Kounellis i sacchi costruiti con i teli dei Tir nascondono al loro interno dei mobili antichi. Sono portatori di esistenza, una pulsione di vita arcaica e ancestrale sembra muoversi al loro interno. Il dialetto calabrese recupera questa arcaicità diffondendola nello spazio”.
Echeggiando in scena, le parole tratte dai testi tragici si fanno suono e si donano all’osservatore (“Mi sembra non sia più il caso di parlare di spettatore”, afferma Cauteruccio) come materia carnale, massa muscolare e ancestrale simile nella forza agli imponenti arti dell’equino sullo sfondo. Nel suono arcaico di una lingua profondamente legata alla terra si incunea il canto delle performer/soprani che ripercorrono alcuni dei grandi classici della musica contemporanea (brani di Sylvano Bussotti, John Cage e Ivan Fedele) per perdersi raramente in musicalità più antiche e in particolare nel brano del XII secolo O virtus sapientiae di Hildegard von Bingen. “Quasi tutte le composizioni musicali che ho selezionato appartengono al Novecento”, spiega il regista, “eppure volevo indagare il legame che la musica contemporanea mantiene con il passato. Credo che tutta la contemporaneità abbia dei legami con il barocco. Questo nella musica è molto evidente. Pochi lo sanno ma la maggior parte dei cantanti contemporanei sono specialisti di musica antica”.

OA, il Canto - con un'opera di Jannis Kounellis - photo Carlo Cantini

La relazione tra canto, parola sonora e opera d’arte costruisce uno spazio sensoriale in cui lo sguardo dello spettatore è invitato a perdersi trovando appiglio non in una drammaturgia testuale basata sull’immediata possibilità di comprensione del senso, ma in una pulsazione vitale lasciata esplodere all’interno dell’elemento sonoro. Una pulsione di vita che fugge la sua messa in immagine e che, solo nascondendosi allo sguardo e fuggendo il senso, impone la sua vivida presenza. “Tutta la forza dell’opera di Kounellis sta nel segreto, in ciò che è sottratto allo sguardo (come i mobili nascosti nei sacchi) e che, in quanto tale, può diventare racconto di una vita reale. Non volevo annullare la vita in scena ma creare un luogo di attesa in cui lo spettatore potesse percepire – e non capire – questa pulsione di vita. Ho cercato di allontanarmi da una formula narrativa proprio per stimolare la percezione sensoriale. Nella scelta dei testi, ad esempio, ho escluso il Tiresia dialogante privilegiando i monologhi. È qui che il mito esprime tutta la tragicità del sapere, il suo terribile monito. Su un piano prettamente metaforico potremmo affermare che anche la ricerca ostinata di un significato dell’opera comporta il non riuscire ad abbandonarsi alla percezione. Quando per la prima volta ho fatto sentire a Kounellis il testo in calabrese lui è rimasto molto felice del fatto che gli osservatori non potessero comprendere interamente il senso delle parole”.

OA, il Canto - con un'opera di Jannis Kounellis - photo Carlo Cantini

Nel suo indagare i territori del canto, il terzo atto di OA conferma lo stretto legame tra arti sceniche e arti visive, enfatizzando la contaminazione tra i due ambiti disciplinari. Conclude a tal proposito Cauteruccio: “Per anni in Italia il discorso sull’interdisciplinarità non è mai stato approfondito se non su un mero piano teorico. Tramite ‘OA – Cinque atti teatrali sull’opera d’arte’ siamo riusciti a creare fluidità tra un pubblico teatrale e il pubblico delle mostre d’arte contemporanea. Siamo molto felici perché questo, come sappiamo, avviene molto raramente. Sentiamo la necessità di allontanarci da quelle logiche di mercato in cui le varie discipline sono necessariamente costrette. Certo, in me c’è anche la necessità di inoltrarmi in territori espressivi che non mi appartengono direttamente. Ovvero di entrare in altri linguaggi, di utilizzarli, renderli miei. È sempre stato così nella storia di Krypton, anche per semplici questioni di necessità. Cerco continuamente di capire come sviluppare in altre direzioni la produttività”.

Matteo Antonaci

www.compagniakrypton.it