Miracolo a Le Havre: l’etica miracolosa di Kaurismaki

Un’opera matura, in cui emergono tutti i tratti caratteristici del cinema di Kaurismaki. E una storia che ruota attorno a un’idea: quella del miracolo. Comunque no, non tutto è come sembra.

Aki Kaurismaki – Miracolo a le Havre

Nel cinema contemporaneo quella di Aki Kaurismaki è una firma molto riconoscibile: dialoghi brevi e strettamente funzionali allo svolgimento della trama, immagini e inquadrature pulite, spesso isolate (rarissimi i piani sequenza) che svolgono diligentemente la parte “emozionale” della storia. Ci raccontano le preoccupazioni e i momenti di felicità nei volti dei protagonisti senza ricorrere a inutili giri di parole (perché Kaurismaki sa che il dolore e la felicità veri sono silenziosi). Miracolo a Le Havre è un’opera matura, in cui tutta la poetica di Kaurismaki e la sua critica ad alcuni aspetti della contemporaneità emergono in modo forte, attraverso un linguaggio elementare che proprio per questo diventa difficilmente apprezzabile dalla critica e dal pubblico.
Come nella maggior parte dei suoi film, da Nuvole in viaggio a L’uomo senza passato, ci troviamo di fronte a personaggi estremamente “semplificati”, manichei nei loro comportamenti: i buoni sono troppo buoni e i cattivi troppo cattivi. Anche la trama è semplice: nel nord della Francia, nella periferia della città portuale, un uomo, Marcel Marx (un nome che già ci anticipa il suo comportamento all’interno della propria comunità), ex clochard salvato dalla bontà d’animo della sua attuale moglie, si imbatte in un giovanissimo clandestino africano: Idrissa. Lo accoglie a casa, rimasta vuota dopo il ricovero d’urgenza dell’amata Arietty, lo nutre e lo protegge con l’aiuto di alcuni commercianti del quartiere. Nel frattempo Arietty viene a sapere che le sue condizioni di salute sono disperate (“ci vorrebbe un miracolo” dice il dottore) ma decide di tenere all’oscuro Marcel che nel frattempo si dedica notte e giorno a costruire una sorta di rete di soccorso per fare in modo che Idrissa possa raggiungere la madre rifugiata a Londra.

Quello che emerge in prima battuta è una critica piuttosto severa nei confronti delle attuali leggi sull’immigrazione. Poi c’è la soluzione, l’utopia che tanto ha infastidito la critica: la collaborazione, lo scambio, l’aiuto di un’intera comunità al salvataggio del giovane africano. Il capofila è Marcel che conosce le difficoltà di una vita da senza tetto e senza patria. Lui risolverà il problema e in cambio ci sarà il miracolo: Arietty sarà graziata, il tumore scomparirà e lei potrà tornare a casa con il suo amato. La natura fiabesca del film è palese fin dal titolo, ma in alcuni dettagli (nei primi 5 minuti del film) la realtà che conosciamo emerge e Aki ci ricorda che quello che stiamo guardando è solo “un suo sogno”.
Nella stazione un uomo viene ucciso sotto lo sguardo indifferente dei passanti, Marcel viene scacciato da un marciapiede perché infastidisce l’attività commerciale di un negozio di scarpe e subito i commercianti del suo quartiere cercano di rifiutargli l’ennesimo credito. Kaurismaki conosce il mondo, ma nei suoi film lo modifica in modo radicale, senza mezzi termini o compromessi. È un regista che in ogni suo film combatte per fare emergere una nuova etica, per costruire una trincea, un fronte d’azione collettivo in grado di creare speranza nella disperazione. Come? In questo caso con il baratto, il più antico sistema di debito del mondo.

Aki Kaurismaki – Miracolo a le Havre

I suoi personaggi non sono tutti buoni come potrebbe sembrare a un primo sguardo: alcuni lo diventano (come nella vita reale) per “induzione”. È solo grazie al ritorno della moglie indotto da Marcel che Little Bob farà un concerto di beneficenza decisivo per la partenza di Idrissa. È solo per alleggerire il loro senso di colpa che la panettiera e il fruttivendolo cominceranno ad aiutare il protagonista nella sua impresa… Generosità innata? Forse per alcuni, ma non per tutti: Kaurismaki sa che nella maggior parte dei casi nessuno fa nulla per nulla. Neanche Dio.

Giulia Pezzoli

Aki Kaurismaki – Miracolo a le Havre
Germania-Francia-Finlandia / 2011 / 93’

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Giulia Pezzoli
Giulia Pezzoli (Bologna 1978) si occupa di arte contemporanea dal 2003. Ha lavorato per la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, per la 50esima Biennale d'Arte di Venezia, per il Centro d'Arte Contemporanea di Villa Manin e per il MAMbo di Bologna per cui tutt'ora lavora. Scrive d'arte e di cinema da diversi anni.
  • luciana

    E’ un film bellissimo, commovente, poetico. Kaurismaki non vuole commuoverci o farci la morale a tutti i costi, sa che storie come la sua sono possibili solo nei sogni (ahimè), oppure erano possibili nel passato, in un passato recente,e infatti la scenografia è tutta anni 50, persino i personaggi come il commissario o gli avventori della taverna, sono decisamente vintage, pur svolgendosi la trama chiaramente ai giorni nostri, con il problema dell’immigrazione. E’ come se Kaurismaki volesse dirci che qualcosa è andato perso: la coesione, la semplicità di vita e di sentimenti, la capacità di fare davvero qualcosa per gli altri…difficile trovare spazio e tempo, anche solo per pensarci, nelle nostre vite tecnologiche e complicate. Per fortuna c’è Kaurismaki!

  • Per me un vero esempio di come pompare un mediocre film a ruolo di “culturalmente” elitario e sensibile.

    Storia banale, alquanto mal recitato, scenografie finte poveriste, narrazione stentata e confusa.

    via per un pubblico che vuole il polpettone natalizio senza sembrare popolare (vedi i soliti film italiani comici… che fanno poco shicccs … )

    Andato perso cosa? il compiacimento finto che se si è poveri si è buoni… ma dai come se una condizione economica fosse un ruolo morale, per cui i ricchi tutti cattivi?

    La nota vintage è poi la conferma che è una grande bufala moralistica, almeno in Amelie (di cui questa è una versione mal fatta) era elegante e fresca.

    come alternativa vi segnalo the artists che ho trovato impeccabile e orginale.

  • Ava

    La moglie si chiama Arletty mentre Arietty è la protagonista dell’ ultimo film di Myiazaki. scusate la precisione ma non si tratta di un semplice refuso: Marcel (Carnè) e Arletty sono i protagonisti del cinema del fronte popolare francese a cui Kaurismaki rende omaggio in questa pellicola

  • Angelov

    Un film con inquadrature molto pittoriche; così lento da mettere lo spettatore fuori da quel fiume rapidissimo che è il mondo contemporaneo e permettergli un paio d’ore di meditazione su quegli eventi che ci circondano. Tolstoi nella parte finale di Guerra e Pace ha scritto un saggio che riguarda “i movimenti delle masse” ed ha dimostrato che questi eventi epocali, dove centinaia di migliaia di vite sono coinvolte, non hanno in realtà una spiegazione accessibile alla ragione umana. Oggi si potrebbe dire che la causa è il cambiamento climatico, ma anche l’affermarlo non risolve il problema. Inviterei a leggere quell’Appendice del romanzo. Del resto i Latini dicevano che “Ubi Maior Minor cessat”, ed in questo caso le necessità di certe persone o gruppi o popolazioni sono tali da rendere secondarie se non obsolete le condizioni di altre civiltà che, come la nostra avrebbe in apparenza risolto ogni problema di immediata necessità. Riconoscersi in un’Unica Umanità al di la delle differenze apparenti, è arduo e ci si arriva col tempo e l’ arduo sforzo.