Suoni e sciocchezze. Jimmie Durham a Roma

Maxxi, Roma – fino al 24 aprile 2016. Il museo capitolino fa da sfondo all’ironico e implacabile spirito di osservazione dell’artista cherokee per eccellenza. Tra complessità e voluta leggerezza.

Print pagePDF pageEmail page

Jimmie Durham e Hou Hanru al MAXXI, Roma 2016 - courtesy Fondazione MAXXI, Roma - photo Musacchio Ianniello

Jimmie Durham e Hou Hanru al MAXXI, Roma 2016 – courtesy Fondazione MAXXI, Roma – photo Musacchio Ianniello

IL CONTESTO
La caduta del muro di Berlino nel 1989 è stato un momento chiave anche da un punto di vista artistico: l’abbattimento di alcune barriere geografiche e politiche e la conseguente globalizzazione hanno stimolato la diffusione di un crescente interesse verso paesi e culture mai considerate, prima di allora, come referenti sul piano della creazione artistica. Stava emergendo un nuovo ordine mondiale fondato sul multiculturalismo e sul dialogo tra le diverse nazioni che porta alla riscrittura dei concetti di Storia, tempo, identità e cultura. Jimmie Durham (Washington, Arkansas, 1940; vive a Berlino e Napoli) si inserisce in questo contesto, e se, in un primo momento, realizza opere che enfatizzano gli stereotipi creati dagli europei attorno ai popoli non comunitari, successivamente si concentra sul rapporto tra architettura, monumentalità, immaginario culturale e materialità dell’oggetto.

Spazi del MAXXI che ospitano la mostra di Jimmie Durham, 2016 - courtesy Fondazione MAXXI, Roma - photo Musacchio Ianniello

Spazi del MAXXI che ospitano la mostra di Jimmie Durham, 2016 – courtesy Fondazione MAXXI, Roma – photo Musacchio Ianniello

LE OPERE
Le opere allestite presso la Galleria 5 del Maxxi consistono in due lavori audio e in due brevi video proiettati in loop. I rondoni di Porta Capuana (2013) è la registrazione del cinguettio dei rondoni presso l’omonima porta, che si mescola al brusio della città. Presentata alla Gaîté Lyrique di Parigi, originariamente faceva parte di una playlist di ventiquattro pezzi che avevano come tema gli uccelli. Domestic glass (2006), l’altra opera audio, è, invece, la registrazione del fragore di trecento bicchieri che l’artista rompe durante una performance a Roma. A Proposal for a New International Genuflexion in Promotion of World Peace (2007) è un inno alla riconciliazione, in cui l’artista performa una sorta di rito gestuale auspicante la pace nel mondo. Fleur de pas mal (2005), infine, è lo slow motion di un’esplosione di colori, in seguito alla caduta di una pietra in un barattolo pieno di vernici. Tutte le opere, dunque, sono state decontestualizzate e ricontestualizzate in un’altra situazione, concretizzandosi in eventi del tutto nuovi: i curatori, in effetti, hanno posto l’accento sulla loro dimensione processuale a discapito di quella formale, e lo stesso artista, proponendo la “sperimentazione immateriale” delle stesse, privilegia la creazione di nuove energie e tensioni di campo che si sostituiscono all’oggetto e alla forma. La rinnovata condivisione di queste esperienze artistiche negli spazi romani dà vita a un ambiente immersivo e coinvolgente, aperto a molteplici narrazioni. La trasformazione della materia, l’invenzione di nuovi linguaggi e i paradossi culturali dell’Occidente sono solo alcune delle infinite considerazioni che si possono fare. Abitando i bordi dell’immateriale, Jimmie Durham mette in campo la sua straordinaria esperienza nel creare significati.

Jimmie Durham, A Proposal for a New International Genuflexion in Promotion of World Peace, 2007 – still da video - courtesy Fondazione MAXXI, Roma - photo Musacchio Ianniello

Jimmie Durham, A Proposal for a New International Genuflexion in Promotion of World Peace, 2007 – still da video – courtesy Fondazione MAXXI, Roma – photo Musacchio Ianniello

IL TITOLO
Il titolo dato alla mostra, Sound and Silliness – suono e sciocchezze – suggerisce un approccio del tutto anticonvenzionale, rispetto alla norma e al senso comune, nell’affrontare i grandi temi della vita: Durham illustra come il conflitto tra tecnologia e natura possa essere superato dal canto degli uccelli, come la distruzione di un oggetto non sia altro che la trasformazione dello stesso, come attraverso un piccolo rito ci si auguri che scoppi la “pace mondiale” e infine, come una pietra, normalmente usata per costruire o per distruggere, possa invece produrre una bomba di colori. Così, il contrasto generato dal rapporto tra l’importanza dei temi trattati dall’artista e l’immaterialità/spensieratezza con cui vengono affrontati, esorta a un gioco di significazioni, che rimanda all’innegabile immanenza di un’opera d’arte.

Francesca Mattozzi

Roma // fino al 24 aprile 2016
Sound and Silliness

a cura di Hou Hanru e Giulia Ferracci
MAXXI
Via Guido Reni 4a
06 3201954

[email protected]
www.fondazionemaxxi.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/50810/jimmie-durham-sound-and-silliness/

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community
  • renoir

    non sapevo che esistesse la categoria degli “artisti cherokee”, di cui parla il titolo; non sarà un pelino riduttiva come definizione, per Jimmie Durham?

    • Marco Enrico Giacomelli

      È un aggettivo, uno, che non pretende di riassumere tutte le qualità dell’uomo-artista Jimmie Durham, ma che ne coglie uno degli innumerevoli aspetti, che lui stesso ha parecchie volte sottolineato. Un po’ come “pedante”: non definisce integralmente il tuo commento, ma ne evidenzia un aspetto importante.

      • Whitehouse Blog

        quanto ci piace ciò che è esotico ma non sappiamo guardare il muro di casa.

        • Marco Enrico Giacomelli

          Per come conosco Jimmie, se gli dai dell’esotico ti becchi un pugno sul naso

          • Whitehouse Blog

            Allora è circonvenzione di incapace perché il suo lavoro è sicuramente percepito come esotico. Nella mia idea di esotico ci sono cose che sono necessariamente esotiche. L’unico luogo dove non lo sarebbero, sarebbe dentro una riserva indiana.

          • Marco Enrico Giacomelli

            Siamo al razzismo, ottimo Luca, bella progressione! (Però concordo sulla circonvenzione d’incapace).

          • Whitehouse Blog

            Ma figurati, ma sapevo che qualcuno avrebbe letto il commento in modo sbagliato. Solo per te, Marco Enrico, dovevo mettere la faccina finale :)

          • Whitehouse Blog

            Giacomels, guarda, ho fatto un quadro con i bacchetti trovati per terra, gli ultimi. Come posso essere razzista?

          • primo carnera

            a meno che non si ritrovi uno un pò più tosto della media

  • renoir

    Giacomelli mi ricorda Mancini.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Mancino, vero!

  • Livio

    assai deludente, lo si puó dire?

  • paolocarniti

    Canto di chi??? cellulari forse, dai un’altro vecchio che potrebbe andarsene in pensione e lasciare spazio agli artisti giovani, poi ma com’è che sempre artisti stranieri tanto nemmeno in patria se li filano