Porti franchi e mani libere. L’arte ai confini della legge

L’arte serve a riciclare denaro? I porti franchi sono il transito di opere rubate e trafugate? È solo una questione di mele marce o c’è un’anomalia “voluta” nel sistema? Abbiamo cercato di capirci qualcosa di più.

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Natural Le Coutre nell'Ottocento

Natural Le Coutre nell’Ottocento

COSA SONO E COME FUNZIONANO I PORTI FRANCHI
Le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto Yves Bouvier, capo di Natural Le Coutre, la società che gestisce i principali porti franchi del mondo, hanno contribuito, come se ce ne fosse bisogno, al sospetto che il mercato dell’arte possa, in determinati contesti, essere teatro di riciclaggio di denaro e di opere rubate.
Negli ultimi anni si è registrato un aumento esponenziale dell’utilizzo di spazi espositivi e di vendita poco usuali quali i porti franchi e ciò, in primo luogo, per motivi di natura amministrativa e fiscale, che consentono notevoli risparmi in termini di adempimenti e di imposta.
Esistono svariate terminologie per definire i porti franchi, ma le caratteristiche fondamentali di questi magazzini extraterritoriali sono più o meno le stesse ovunque: la possibilità di introdurre merci nel territorio di uno Stato con l’espletamento di formalità doganali ridotte o assenti e senza il pagamento di dazi o imposte (i dazi sono prelevati solo quando la merce raggiunge la sua destinazione finale e quindi, in altre parole, i porti franchi permettono di differire il pagamento delle tasse). Si tratta di zone nelle quali beni di provenienza estera, principalmente opere d’arte ma anche vini o altre merci, possono essere stoccati senza un limite di tempo in magazzini di superfici variabili con la garanzia di elevati standard di sicurezza e con un ventaglio di servizi offerti davvero notevoli (come il controllo della temperatura e dell’umidità, servizi di restauro, autentica e valutazione…).

Beijing Freeport of Culture

Beijing Freeport of Culture

IL FASCINO CRESCENTE SUL MONDO DELL’ARTE
Nel mondo si contano migliaia di porti franchi, ma tra quelli che nel corso degli anni si sono specializzati e sviluppati verso il mondo dell’arte sono, certamente, quello di Ginevra (il più grande al mondo, con oltre 20mila mq a disposizione, la possibilità di stoccare un milione di opere d’arte per un valore stimato di oltre 80 miliardi di euro), di Singapore e del Lussemburgo (tutti gestiti dalla Natural Le Coutre di Bouvier), oltre a quello recentissimo di Pechino, a cui presto se ne aggiungerà uno a Shangai.
L’attrattiva di questi luoghi è cresciuta al punto che molte gallerie d’arte vi hanno trasferito la propria sede. Le opere d’arte compravendute, usufruendo dell’esenzione sia delle tasse su importazioni ed esportazioni che delle tasse di transazione (fintanto che l’opera d’arte resta immagazzinata nel porto franco è esente da ogni tassa), possono rimanere stoccate per anni, cambiando solo il proprietario.
In alcuni stati asiatici è prevista inoltre la possibilità di mantenere la sospensione da dazi e imposte sulle importazioni anche in caso di temporanea esposizione delle opere d’arte presso musei ed esposizioni. Le attrattive dei porti franchi per il mondo dell’arte sono notevoli, soprattutto per i mercati in forte crescita quali quelli orientali ma, al tempo stesso, pericolose sabbie mobili fiscali.

EUROPA O RESTO DEL MONDO?
Non è un caso che la dislocazione dei porti franchi interessati da un maggiore sviluppo siano al di fuori della Comunità Europea, dove la regolamentazione in materia di controlli sulle merci introdotte, di lavoro (come la flessibilità delle regole in tema di reclutamento del personale e concessione di permessi temporanei di lavoro e di residenza per gli stranieri impiegati nella zona franca), di snellimento delle procedure amministrative (in genere concessioni e licenze) e di servizi, anche offshore, risulta essere meno rigida.
Le zone franche all’interno della UE sono sottoposte a una regolamentazione uniforme e più severa che rende gli incentivi sopra citati in contrasto con la normativa comunitaria sugli aiuti di Stato, limitando fortemente la creazione di zone economiche speciali.

Il porto franco a Singapore

Il porto franco a Singapore

PRO E CONTRO DEI PORTI FRANCHI
Sebbene i vantaggi offerti dai porti franchi siano elevati e apprezzabili, non mancano aspetti di criticità che i collezionisti d’arte non dovrebbero assolutamente sottovalutare.
In particolare, ai fini doganali e fiscali, anche se un porto franco è a tutti gli effetti considerato un luogo duty-free (la merce all’interno dello stesso mantiene lo status del luogo da cui proviene), nel momento in cui un’opera d’arte viene estratta e definitivamente ceduta occorre procedere all’effettuazione degli adempimenti doganali e al pagamento delle imposte e tasse sulle importazioni.
Dazi e imposte verranno naturalmente conteggiati sul valore dell’opera d’arte al momento della sua estrazione e del suo trasferimento definitivo, quando tale valore potrebbe essere notevolmente più alto di quello che aveva l’opera al momento del suo primo ingresso nella zona franca. I collezionisti che cedono le opere d’arte in via definitiva, inoltre, continuano a essere sottoposti alla tassazione sui capital-gain e alle altre imposte sui redditi prevista nel Paese in cui hanno la residenza fiscale.
I collezionisti dovrebbero inoltre valutare le leggi locali in materia di depositi cauzionali, quelle che disciplinano l’affidamento di beni a terzi, quelle che afferiscono alla tutela in caso di perdite, danneggiamenti o appropriazione indebita. Le lacune nelle legislazioni locali potrebbero non rendere sicuro e o affidabile la custodia di opere d’arte in tali zone franche.
Infine, potrebbero incontrarsi difficoltà a ottenere una copertura assicurativa a prezzi competitivi. L’alta concentrazione di opere d’arte presso i porti franchi potrebbe infatti rendere difficoltoso spuntare premi assicurativi che rendano conveniente lo stoccaggio delle opere d’arte presso tali luoghi.

Il porto franco in Lussemburgo - fonte Ansa

Il porto franco in Lussemburgo – fonte Ansa

MAGAZZINI-MUSEO E ILLECITI
Se, da un lato, lo strumento dei porti franchi ha consentito un rapido ed esponenziale incremento delle vendite di opere d’arte nel mondo, rendendo globale anche questo settore del commercio e favorendo l’incontro tra domanda e offerta anche in mercati emergenti, dall’altro ha sminuito il significato per il quale tali opere sono state realizzate: ovvero per essere godute dal proprietario. Le stesse sono quindi considerate solo una forma di investimento in beni fungibili alla stregua di qualsiasi titolo finanziario in deposito presso una banca. È possibile quindi che gli incentivi fiscali, doganali, amministrativi da soli siano in grado di giustificare l’utilizzo dei porti franchi quali magazzini-museo a tempo indeterminato?
Inoltre, siamo sicuri che i porti franchi siano utilizzati solo ed esclusivamente per fini leciti? In questi luoghi vengono commerciate opere d’arte la cui origine non si è sempre dimostrata certa e garantita e, nel corso degli anni, sono stati utilizzati anche come copertura di traffici non legali. Sicuramente questi interrogativi sono stati oggetto di analisi da parte di organizzazioni sovranazionali quali l’OCSE. Nel 2010 la task force sul riciclaggio di denaro ha pubblicato un rapporto in cui si denuncia il fatto che le zone extradoganali, che comprendono i porti franchi, “sono una minaccia in termini di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo”, in parte a causa della sorveglianza inadeguata. Sorveglianza e trasparenza che auspica anche la commissione per il Controllo Federale delle Finanze svizzera.
Le accuse poste a carico di Yves Bouvier di aver gonfiato i prezzi delle opere detenute ricavando enormi e indebiti margini di guadagno così come di aver riciclato due opere di Picasso sottratte a Catherine Hutin-Blay, figliastra dell’artista, confermano che il mercato dell’arte, quando gestito al di fuori di circuiti tracciabili, è un mercato rischioso, inquinato e soggetto a manipolazioni volte al guadagno illecito, all’evasione, al riciclaggio e alla ricettazione.
In definitiva i porti franchi forniscono un elevato numero di vantaggi in termini di convenienza e flessibilità, ma il consiglio per i collezionisti e gli operatori del mondo dell’arte è quello di valutare attentamente benefici e rischi collegati al loro utilizzo. E l’eticità nel loro utilizzo.

Franco Broccardi

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  • Rasoio

    Artribune questo articolo ne vale cento. Complimentia chi l’ha scritto e a voi che lo avete pubblicato. Nel recente e inutile convegno sull’arte contemporanea italiana che si é tenuto a Prato si sarebbe dovuto parlare di tutto questo

  • Quando leggo quante opere vengo immesse ogni anno in circolazione capisco sempre di più perché non si parla di arte ma di mercato…

    Bell’articolo, d.o)