Design 3D? No, 4D. Il fattore tempo e gli oggetti che cambiano forma. Nuovo Artribune Magazine: si parla anche di futuro e alta tecnologia

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Skylar Tibbits

Skylar Tibbits

Della stampa 3D si è detto ormai tutto, o quasi. Infinite applicazioni, nel campo del design e anche del fashion design, celebrando la possibilità concreta di una riproduzione fedele di un oggetto, perfettamente programmato digitalmente, estendendo nello spazio fisico la struttura virtuale di prodotti di ogni sorta. Adesso, dopo l’avanguardia in fatto di “spazio”, arriva quella che si concentra sugli aspetti del “tempo”. Parliamo di design, ma anche e soprattutto di ingegneria: Skylar Tibbits, un pioniere dell’MIT – Massachusetts Institute of Technology, sta studiando insieme al suo team di ricerca, il Self-Assembly Lab, una maniera completamente nuova di concepire gli oggetti e il concetto stesso di funzionalità. Ovvero, cosa accadrebbe se le forme potessero cambiare nel tempo, adattandosi alle condizioni della realtà, che mutano esse stesse? Esempi: pensiamo a delle tubature idrauliche in grado di allargarsi a fronte di un gettito d’acqua più intenso, o a delle protesi mediche, che, dopo l’inserimento nel corpo, si espandono e si adattano alle specifiche caratteristiche fisiche del paziente. Fantascienza? Non esattamente. Per saperne di più non c’è che da attendere l’uscita del nostro nuovo Artribune Magazine, dove Giulia Zappa illustra le nuove frontiere del design 4D.
Si tratta naturalmente di una delle tante rubriche che abbiamo messo insieme, per questo ritorno post-vacanziero già zeppo di informazioni, recensioni, reportage, riflessioni autorevoli e analisi trasversali. Un altro numero, da leggere tutto d’un fiato.

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