Bill Cosby e la vicenda degli stupri. Mentre escono documenti scottanti, un museo dello Smithsonian espone la collezione d’arte africana dell’attore. Prendendo le distanze

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Bill Cosby

Bill Cosby

L’ARTE AFRICANA (E LA VIOLENZA SESSUALE) SECONDO BILL COSBY
Grande imbarazzo per il Museo Nazionale d’Arte Africana di Washington D.C., uno 19 musei che compongono l’immenso complesso dello Smithsonian. Un insolito messaggio è infatti comparso sul sito dell’Istituzione: “Il Museo nazionale di arte africana è a conoscenza delle recenti rivelazioni sul comportamento di Bill Cosby. Il museo in nessun modo giustifica questo comportamento. La mostra in corso ‘Conversations’, che comprende opere d’arte africana della nostra collezione permanente e afro arte americana dalla collezione di Camille e Bill Cosby, ruota fondamentalmente sulle opere e gli artisti che le hanno create, non sui proprietari delle collezioni “.
La vicenda è quella che coinvolge il noto attore americano William Henry “Bill” Cosby, Jr., indimenticabile interprete del dottor Cliff Robinson nella mitica serie televisiva, andata in onda dal 1984 al 1992 e poi replicata all’infinito, in tutto il mondo. Personaggio popolarissimo, Bill Cosby è finito sulle cronache per via di una storiaccia di violenza sessuale: una denuncia nel 2005, da parte di una donna canadese, e nel 2014 l’inizio di una serie di nuove testimonianze, tutte da parte di donne che dagli anni ’80 in poi avrebbero subito stupri dall’attore. Nuove prove sono state diffuse dalla stampa americana proprio a luglio 2015: in un memorandum giudiziario, risalente al primo processo e fin qui tenuto segreto, Cosby ammette di aver usato un barbiturico, il Quaalude, per stordire le sue vittime e poi abusarne. La tesi è che l’uomo avesse messo in piedi un vero e proprio sistema di adescamento, andando sistematicamente a caccia di ragazze giovani, anche minorenni.

Simmie Knox, Portrait of Bill and Camille Cosby, 1984

Simmie Knox, Portrait of Bill and Camille Cosby, 1984

I COSBY ED IL MUSEO DI WASHINGTON: UNA COLLABORAZIONE CHE SCOTTA
Poco prima di quest’ultimo, scandaloso atto, il Museo di Washington aveva programmato la sua esposizione: “Conversations: African and African American Artworks in Dialogue” mette insieme 62 opere provenienti dalla collezione privata dei Cosby, una splendida raccolta di opere d’arte africana antica, moderna e contemporanea.
Ma era avvero necessario sottolineare questa presa di distanza rispetto ai trascorsi biografici di un collezionista? Evidentemente sì: un fatto di polemiche e di pressioni, subite all’indomani delle nuove rivelazioni. Anche perché il legame con la famiglia Cosby, in questo caso, non si limita alle courtesy sulle etichette. Suddivisa per temi – Spiritualities, Power and Politics, Nature as Metaphor, etc. – la mostra viene raccontata on line con un’efficace sezione a capitoli, in cui compaiono foto, schede tecniche, testi e anche dei virgolettati di Cosby, della moglie Camille e della figlia Erika Ranee (che per altro fa l’artista). Veri e propri testimonial, oltre che semplici prestatori. Con tanto di ritratto ufficiale dei due coniugi, dipinto nel 1984 da Simmie Knox.

Ma non è tutto. Come riportato dall’Hollywood Reporter, il museo non avrebbe solo avuto in prestito l’intero corpus, ma avrebbe anche ricevuto un’importante donazione dalla coppia. 716.000 dollari, a copertura del progetto: un’informazione non comunicata in conferenza stampa, né menzionata sul sito. E tuttavia, nell’obbligo di rendere pubblica l’origine delle proprie fonti di finanziamento, l’istituzione ha dovuto rivelare il “piccolo” dettaglio, nel momento in cui proprio al stampa è andata a sfruculiare. Imbarazzante è dire poco.
Appassionato d’arte e di jazz, talentuoso attore, uomo colto e brillante, Cosby continua intanto le sue traversie in tribunale, mentre oltre una ventina di donne combattono per farsi ascoltare e per difendere la propria dignità. La stessa che papà Robinson, col suo insospettabile dark side, ha già visto sgretolarsi dinanzi ai milioni di fan.

– Helga Marsala

http://africa.si.edu/

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