Biennale di Venezia. L’opinione di Giulio Ciavoliello

Politically perfect più che politically correct. Così Giulio Ciavoliello definisce la Biennale di Venezia diretta da Okwui Enwezor. Perché tante critiche sono fatte da chi l’ha vista rapidamente nei giorni di preview, senza coglierne il senso di lungo respiro.

Print pagePDF pageEmail page

Biennale di Venezia 2015 - Hans Haacke, Pool

Biennale di Venezia 2015 – Hans Haacke, Pool

UNA BIENNALE LUNGA SEI MESI
All the World’s Futures è una mostra che vive ben oltre la staticità delle opere installate, vive molto di eventi e incontri che si svolgono fino a novembre, che rimangono ignoti agli addetti ai lavori giunti alla vernice. Pochi sono coloro che ci tornano. Non è una questione da poco, se si tiene conto del fatto che la dimensione performativa e dialogica è costitutiva della Biennale di Okwui Enwezor. Come sempre accade, chi era presente ha visto velocemente le opere disponibili e si è fatto un’idea dell’impostazione della mostra.
Si tratta di un modello espositivo non nuovo, ma che a Venezia trova la sua originale articolazione in un fondamento: la lettura e rilettura quotidiana de Il Capitale di Carlo Marx. Riprenderne il testo per dibatterlo pubblicamente è un modo di verificare quanto attuale o datato sia un testo “sacro” delle dottrine economiche. Sicuramente non è datato ed è estremamente aggiornato il capitale nella sua forza. Il capitale ha saputo adattarsi a esigenze sempre nuove, ha corretto e continua a correggere il tiro puntando a nuovi obiettivi di profitto. Si pensi all’unione di comunismo e capitalismo in Cina, inimmaginabile fino al tempo di Mao.

Biennale di Venezia 2015 - Padilgione Islanda - Christoph Büchel - Santa Maria della Misericordia convertita in moschea

Biennale di Venezia 2015 – Padilgione Islanda – Christoph Büchel – Santa Maria della Misericordia convertita in moschea

CAPITALE E SUSSUNZIONE
Il capitale è l’onnipresente rimosso dalle manifestazioni culturali di oggi. È vero che è frequente l’inclusione da parte dell’arte di aspetti riguardanti conflitti, ingiustizie, migrazioni, emergenze ambientali, implicazioni della globalizzazione, tutte questioni che attestano il rinnovamento del capitale, le sue capacità di adeguamento a nuove prospettive di conquista.
Tuttavia la centralità del capitale, che per alcuni può apparire la scoperta dell’acqua calda, non è stata mai posta come fulcro di una mostra così come ha fatto Enwezor. Poiché credo che il curatore sia tutto tranne che un ingenuo, credo anche che in lui ci sia una consapevolezza: la sua Biennale è una manifestazione della pervasività del capitale, al livello più alto e sofisticato; l’establishment non è stato mai così accogliente.
Il capitale, nella magnanimità di mercato e istituzioni di cui dispone, amplifica criticità e senso di molte forme di opposizione, assorbe contraddizioni creando particolari forme di coesistenza. Venezia 2015 ne è un esempio mirabolante.
La Biennale, con l’ausilio dei padiglioni nazionali, mostra una serie di realtà negative, preoccupanti, vissute in buona parte del mondo, e in più sperimenta soluzioni di convivenza sociale, sopperisce almeno temporaneamente a lacune della politica.

Fabio Mauri, Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993 - dettaglio

Fabio Mauri, Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993 – dettaglio

RELIGIONE E GENOCIDI
Il centro storico di Venezia non dispone di un luogo adeguato di preghiera per i musulmani. Vi supplisce il padiglione dell’Islanda, con Christoph Büchel, che ha trasformato in moschea la Chiesa di Santa Maria della Misericordia, chiusa al culto da più di quarant’anni e di proprietà privata. In questo modo ci spinge a ricordare – si spera – che la storia dell’umanità è colma di inversioni di segno, anche religioso. In tutta l’area mediterranea sono numerosi i casi di trasformazioni di edifici da luoghi di culto di una dottrina a luoghi di culto di altre dottrine. La storia reale di luoghi e popolazioni ha visto avvicendarsi tante volte chiese, moschee, sinagoghe.
In laguna, in occasione della Biennale, all’Isola degli Armeni più di una volta si sono viste mostre belle e interessanti, suscettibili di premiazione. Quest’anno, poco dopo che Papa Francesco ha parlato a tutti di genocidio armeno, quando le cancellerie occidentali riprendono a tralasciare la questione per non avere troppi problemi con la Turchia, la giuria della Biennale ha consegnato il Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale alla Repubblica dell’Armenia.
Questo fa venire in mente altri genocidi e diaspore, e forse mai in una grande mostra internazionale ha avuto una posizione così primaria il lavoro di Fabio Mauri, con i suoi riferimenti all’Olocausto. Una posizione centrale ai Giardini l’ha anche colui che per primo, grazie a forme di arte inchiesta, ha portato in luce le contraddizioni del mondo dell’arte, per esempio assetti proprietari e origine dei guadagni di chi compone un board museale. Mi riferisco a Hans Haacke.

Biennale di Venezia 2015 - L'opera di Marco Fusinato all'Arsenale

Biennale di Venezia 2015 – L’opera di Marco Fusinato all’Arsenale

ARTISTI EVASORI
Alle Corderie troviamo una specie di limbo fiscale, illegale eppur tollerato. Si realizza il paradosso di un ente ufficiale che mette in pratica al suo interno, mostrandolo, un esempio di evasione, piccola ma di fatto consentita. Il denaro versato per le copie di From the Horde to the Bee, il libro di Marco Fusinato che accoglie una selezione di copertine di pubblicazioni dell’archivio Primo Moroni, che serve giustamente a finanziarlo, esula dagli obblighi di tracciabilità. L’artista afferma: “Per me è un’operazione da Robin Hood, direi anzi proprio di riciclaggio di denaro sporco”, come ha dichiarato a Simone Mosca su La Repubblica del 12 maggio scorso.
Ho preso in considerazione per lo più opere e questioni che hanno trovato notevole spazio anche su media non di settore, proprio per un interesse ampio che coinvolge la cronaca. Le ho richiamate per far notare come in questo momento Venezia con la Biennale sia un laboratorio politico avanzato, con gli occhi del mondo puntati addosso.

Giulio Ciavoliello

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community
  • Rasoio

    Mah non mi pare proprio
    La parte politica è debole invece è più annacquata di quanto ci
    si poteva aspettare
    Le questioni economiche in realtà non sono praticamente affrontate
    E le riflessioni di Picketty ad esempio mi pare non siano state, malgrado le citazioni. sviscerate : succedeva lo stesso con la Bagargiev a Documenta , un ostentato afflato enciclopedico per poi censurare qualsiasi riferimento concreto come ad esempio le tensioni e la crisi in area euro, quando si era proprio a Kassel in Germania!
    Le opere di Mauri e Kosuth sono straviste o hanno perso di mordente
    e si sarebbe preferito qualcosa di più nuovo
    Il premio al padiglione armeno é solo un atto di cortesia
    Mi pare che la Biennale di Enwezor sia uguale a quasi tutte le Biennali recenti ( esclusa quella di Gioni che si era inventato un intermezzo) con
    diversi buoni o bei lavori e molti altri brutti e stupidi,
    Al di lá delle pose si sente qua è lá l’influenza dei poteri forti
    Del sistema dell’arte e il curatore propone troppo spesso gli artisti che appartengono semplicemente al suo ambito di relazioni piuttosto che tentare di rappresentare quello che effettivamente oggi viene prodotto.
    Non si vede la necessitá di riproporre inoltre artisti già apparsi in tante
    Mostre internazionali e che qui hanno portato opere stanche e inutili, penso ai vari HollerParrinoGentzen Bonvicini
    e Friedl direi che l’apporto dei paesi che un tempo erano esclusi dal jet set dell’arte non e particolarmente dirompente forse perchè Enwezor non è molto generoso con Cina e India
    La cosa che mi ha nvece colpito é il fatto che ci siano tanti lavori belli da vedere il che non é scontato date le precedenti prove del curatore: Mutu, Marshall, Ofili, baba, Cao Fei ecc anche se mi sarei risparmiato
    L’ennesima sopravvalutata Dumas e Baselitz che qui é in firma direi ma che nulla aggiunge a quello che ha giá fatto ma si Sto arrivando! Che questi curatori preferiscono ignorare quanti artisti oggi facciano pittura salvo poi accusare la pittura di essere l’abcella del mercato. Capirai: Dumas Baselitz e Ofili tre sconosciuti ricercatori indipendenti mi viene da ridere. Ciavoliello voto: 3 e mezzo

    • rasoio

      errata corrige: ovviamente intendevo Haacke non Kosuth.
      per il resto degli errori mi perdonerà Eco perchè scrivevo al cell un pò di fretta mentre stavo chattando in un social network