Il punto sul cicloturismo in Italia. Tendenza in crescita che soffre la mancanza di investimenti statali

Oggi l’indotto economico generato dal cicloturismo in Italia sfiora i 10 miliardi, e il segmento attrae moltissimi viaggiatori stranieri. Ma le criticità da affrontare sono molte, a cominciare dalla mancanza di un centro di coordinamento istituzionale. Ne parliamo con Gianluca Santilli

Se il turismo slow sta conoscendo, negli ultimi anni, una crescita costante in tutta Europa, il merito è anche degli investimenti sul cicloturismo, che non è più un segmento di nicchia, ma una componente strutturale dell’industria turistica europea, con un’offerta capace di intercettare sia il pubblico esperto sia chi si avvicina solo in vacanza alle due ruote.

Il cicloturismo in Italia

E solo in Italia, secondo i dati Insart – Unioncamere, nel 2024 i viaggiatori che hanno percorso le ciclovie che attraversano la Penisola sono stati il 54% in più del 2023, per un impatto economico stimato di circa 9,8 miliardi di euro per affitti, servizi ed esperienze.
In attesa di un rapporto che confermi il trend nel 2025, però, è utile porre l’accento sulle criticità e le potenzialità non espresse di un comparto che mentre si evolve spontaneamente per l’attrattività crescente del turismo attivo fatica a trovare le risorse e l’ascolto che meriterebbe a livello istituzionale (intanto l’Europa, sottoscrivendo nel 2024 l’European Declaration on Cycling, ha riconosciuto la bicicletta come mezzo di trasporto sostenibile, inclusivo e salutare, impegnandosi a potenziare le infrastrutture, migliorare la sicurezza e promuovere la mobilità attiva per decarbonizzare i trasporti).

Ne parliamo con l’avvocato Gianluca Santilli, fondatore e Presidente dell’Osservatorio Bike Economy – già consulente per il Ministero del Turismo durante il mandato di Massimo Garavaglia – che da tempo insiste sulla necessità di investire, a livello nazionale, su un’economia della bicicletta che riunisce più temi strategici: il turismo e la salute pubblica, le infrastrutture e la mobilità alternativa, la rigenerazione dei territori e il contrasto allo spopolamento delle aree interne. Con un approccio alla cultura della bicicletta di ampio respiro.

Gianluca Santilli
Gianluca Santilli

Intervista a Gianluca Santilli: quanto investe l’Italia sul cicloturismo?

A livello istituzionale, il Governo in carica quanto e come sta accompagnando la crescita del cicloturismo?
Finora è stato fatto ben poco: se ne parla ai convegni, si registra il trend. Ma bisogna investire concretamente. In Italia l’indotto del cicloturismo è salito da 5 a circa 10 miliardi in pochi anni, pur senza poter contare su sovvenzioni e stimoli statali. Molto di quanto è stato fatto, su base territoriale, dipende da investimenti locali a livello imprenditoriale e regionale. Immaginiamo se arrivasse un vero stimolo a livello normativo e se si lavorasse in modo sistemico per sensibilizzare sul tema quali potenzialità potrebbe esprimere il settore. Dietro la bicicletta c’è un mondo culturale più complesso: la valorizzazione dei paesaggi e dell’enogastronomia, il rilancio dei borghi da mettere in rete…

Proprio di recente è stata approvata una Legge sui Cammini che dimostra un’attenzione normativa e la volontà di investire sul turismo lento. Perché l’attenzione istituzionale sulla bici è più sfumata?
Potrebbe non essere chiaro il valore economico. Di sicuro finora il comparto si è mosso in modo random, c’è stato un proliferare di associazioni che guardano al proprio orticello. E gli interventi finalizzati sono distribuiti a macchia di leopardo in contesti non valorizzati come si potrebbe. La Regione Calabria, per esempio, ha realizzato una Ciclovia dei Parchi che si snoda per 600 chilometri sull’Appennino, bellissima. Ma intorno non è stata favorita la crescita di un sistema ricettivo.

Certamente, quando si parla di cicloturismo bisogna tener presente anche il tema delle infrastrutture.
Che sono importanti, indubbiamente. Ma è passata l’idea che per andare in bicicletta sia necessaria una ciclabile, mentre non vengono prese in considerazione le cosiddette strade secondarie. In Italia potremmo sfruttare una rete di circa 50mila chilometri di strade secondarie (e ferrovie abbandonate) dove il traffico veicolare è pressoché assente. Senza necessità di realizzare infrastrutture ad hoc i costi si riducono e possono essere investiti per i servizi e per la comunicazione.

Upslowtour. Cicloturismo in Val Chiusella
Upslowtour. Cicloturismo in Val Chiusella

Chi è e cosa cerca chi viaggia in bici in Italia?

Ma qual è l’identikit del cicloturista che si muove in Italia?
Il 65-70% è costituito da stranieri, che sono disposti anche a spendere molto per avere un pacchetto completo. Un tipo di domanda molto ben recepita da regioni come la Toscana, il Veneto, l’Alto Adige. Noi italiani, invece, abbiamo un problema con il movimento: abbiamo messo lo sport nella Costituzione, ma nell’ora di educazione fisica a scuola si continua a studiare per le lezioni successive. C’è una carenza di attenzione su un tema che è fondamentale: il nostro è tra i Paesi in Europa con il più alto tasso di obesità infantile. Ecco che investire seriamente sulla promozione del turismo attivo, in bici o a piedi, potrebbe rivelarsi una buona forma di contrasto sul lungo periodo.

Esistono modelli replicabili da cui prendere spunto?
In Val Chiusella da qualche anno, abbiamo realizzato un progetto ribattezzato Upslowtour, con il Gal e 15 Comuni di un’area sicuramente poco conosciuta del Piemonte che hanno scelto di scommettere sul turismo. Abbiamo individuato 13 percorsi tematici, realizzato un’app per l’orientamento sul territorio, c’è stato l’impegno imprenditoriale a investire sul progetto, facendo rete. Poi è arrivato anche il finanziamento regionale, 2 milioni di euro stanziati da una Regione che ha compreso le potenzialità della bicicletta. E ora sono nate strutture ricettive attrezzate, attività e servizi per i cicloturisti. Tutto questo ha prodotto anche nuovi posti di lavoro. La stessa cosa è successa in Valtellina da quando hanno capito la necessità di diversificare rispetto allo sci: è stata realizzata una ciclabile di 100 chilometri, i passi di montagna in estate vengono chiusi a rotazione per consentire le uscite in bici, non esiste albergo che non sia attrezzato come bike hotel. Lo sci ha costi più alti e consuma il territorio, il ciclismo invece destagionalizza il turismo. Ma cito anche il caso della Romagna, che oggi è una destinazione per il cicloturismo: tutto è partito dall’intuizione del Doria Hotel di Riccione, antesignano dei bike hotel; a ruota molti altri albergatori hanno fiutato l’affare, ora la Riviera offre un livello di servizi altissimo per chi viaggia in bici. Ma anche lì, il 90% sono stranieri.

Forse perché chi vuole avvicinarsi al cicloturismo affronta anche lo spauracchio della sicurezza.
Il tema della sicurezza è centrale, moltissime persone non vanno in bici per paura. Ma anche in questa direzione sarebbe auspicabile un’azione sistemica e centralizzata: la realizzazione di una segnaletica stradale sui percorsi, lo sviluppo di un’app per indicare i servizi presenti sul territorio, l’investimento in campagne di comunicazione e sensibilizzazione. Soprattutto in un momento propizio come questo: la pedalata assistita ha democratizzato la bici, che è diventato uno sport più conviviale. Ora nelle località di vacanza si è invertito l’ordine dei cicloturisti: aumenta la percentuale di chi affitta una bici sul posto, e magari, scoperto il piacere di pedalare, pensa di continuare anche in città, per spostarsi tutti i giorni.  
Chi ha provato lo sa: la bicicletta è una lente di ingrandimento che permette di scoprire cose incredibili. E l’Italia è un Paese che aspetta di farsi scoprire. Ma deve organizzarsi e comunicarsi: c’è tantissima offerta, si tratta di incanalarla, rigenerare in modo sostenibile e creare indotto economico.

Livia Montagnoli

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