Fino al 1990 era un carcere militare e vi soggiornarono anche due criminali nazisti. Stiamo parlando del Castello Angioino di Gaeta, che abbiamo visitato.

Il Castello Angioino di Gaeta è stato per secoli una colonia penale militare vista mare. La natura rigogliosa, fra l’azzurro del golfo e il verde delle rocce a strapiombo, è la cornice stridente di un luogo misconosciuto e controverso: durante la storia recente, era una minaccia per i militari di leva e il luogo di detenzione di criminali nazisti come Kappler e Reder. Tutto è terminato il 30 giugno 1990, data in cui il carcere è stato dismesso. Ma il Castello di Gaeta è anche una splendida fortezza medioevale del XIII secolo, che contiene i resti di un passato storico e artistico glorioso; vestigia che si stanno sgretolando sempre più.

IL CASTELLO DI GAETA OGGI

Negli ultimi anni, l’ex struttura carceraria è stata concessa in comodato d’uso all’Università di Cassino che, inizialmente, voleva adibirlo a sede della facoltà di Scienze Nautiche, progetto mai realizzato per mancanza di iscrizioni. Oggi, sebbene sia ancora parte del patrimonio demaniale, viene usato dall’università come sede per la formazione e per le conferenze.
Da qualche tempo il Castello è visitabile, con aperture dal venerdì alla domenica per tutto l’anno, grazie all’accordo fra l’Università di Cassino e il Gaeta Sporting Club. E, a partire da venerdì 28 agosto, i tour dell’ex carcere si aprono all’interattività: grazie a una password con scadenza giornaliera, i visitatori possono caricare le loro foto e i loro commenti direttamente sul profilo Instagram del Castello.

Interno di una cella piemontese, Castello Angioino di Gaeta, 2020
Interno di una cella piemontese, Castello Angioino di Gaeta, 2020

VISITA GUIDATA AL CASTELLO ANGIOINO

Nicola Ancora, responsabile dei servizi educativi e della comunicazione museale per le stagioni di apertura 2019/2021, spiega l’idea di rendere i turisti social media manager del Castello: “Ho apprezzato la scelta del direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, di invitare Chiara Ferragni al museo. E ho avuto l’idea di far postare le foto ai visitatori del Castello di Gaeta e fargli dire la loro sull’esperienza, non più e non solo dal loro profilo privato. Le storie più efficaci rimarranno nello storyboard della pagina Instagram del Castello. In questo modo, i visitatori diventano ‘proprietari digitali’ della fortezza per 24 ore. E saranno loro stessi veicolo di comunicazione”.
Nicola Ancora ci accompagna nei luoghi più misteriosi del Castello che conosce a menadito. All’interno ci muoviamo fra scalinate medioevali sconnesse, corridoi angusti ed erba che cresce un po’ ovunque. Non tutte le aree che visitiamo sono accessibili al pubblico. In altri punti la struttura è stata rimodernata per consentire l’ingresso alle sale convegni. Nulla, però, che somigli a un restauro. “Manca un collegamento, un dialogo fra il Demanio e il Ministero dei Beni Culturali”, spiega la guida.

CELLE E GIARDINI AL CASTELLO

Le celle più antiche sono quelle del cosiddetto Bagno Penale Borbonico, la cui costruzione si perde nella notte dei tempi, ma che sono rimaste in uso fino agli Anni Cinquanta del secolo scorso: stanzette di pochi metri quadri prive di finestre, con letti e cuscini in pietra, spesso dotate di un anello o di una catena ai quali il detenuto veniva legato.
Nell’altra ala della fortezza c’è il cosiddetto braccio ex ufficiali con le celle piemontesi, in uso dal 1901 fino al 1990, dopo l’avvento dei Savoia e fino alla chiusura del carcere: camerette di una decina di metri quadri, con finestre “a bocca di lupo”, ovvero per il solo ingresso dell’aria ma affacciate su un muro, con un tavolo e un letto di legno come arredi.
Il percorso nel Castello di Gaeta si snoda all’interno di corridoi sotterranei che giungono a cisterne antichissime, in un passato lontano usate persino come prigioni. Una scaletta conduce a un piccolo terrazzo circolare destinato all’ora d’aria, sotto la stretta sorveglianza delle guardie armate. Passando attraverso corridoi esterni, chiusi in alto da reti metalliche, e poi da camerate immense, si arriva alla Torre Francese, dove c’è una cappella-oratorio settecentesca in stile borbonico, in tempi più recenti adibita a deposito di vestiario. Al suo interno, la cupola reca tracce di affreschi e un fregio con la colomba che rappresenta lo Spirito Santo. Sulle pareti dell’ex oratorio è ancora presente il bozzetto del prospetto di un arco risalente alla metà del settecento. Anche la regina Maria Sofia (moglie dell’ultimo re borbonico Francesco II e sorella della principessa Sissi) era di casa nel Castello, tanto che è presente un giardino a lei dedicato, faticosamente liberato dai rovi.

Passaggio esterno, Castello Angioino di Gaeta, 2020
Passaggio esterno, Castello Angioino di Gaeta, 2020

CRIMINALI NAZISTI AL CASTELLO DI GAETA

Ma il castello-fortezza di Gaeta è noto anche per aver detenuto due figure di spicco della storia nazista in Italia: Herbert Kappler, colpevole per l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma, e Walter Reder, fra i mandanti delle stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. “Entrambi rimasero circa trent’anni a Gaeta”, racconta il ricercatore e guida Nicola Ancora, “e conducevano una vita sicuramente privilegiata rispetto agli altri detenuti”. Le celle dei due criminali nazisti, ora visitabili, sono simili a mini-appartamenti. Spiega Ancora: “Kappler suonava il violino e possedeva un tavolo da biliardo e un acquario con pesci tropicali. Un attendente aveva il compito di cucinare per loro e alcuni detenuti dovevano fare le pulizie nelle loro stanze”. All’interno del carcere, Kappler sposò la ex moglie di un capitano della Wehrmacht ed ebbe Reder come testimone di nozze. Racconta Ancora: “Ogni tanto Kappler riceveva la visita di rappresentanti dello Stato italiano, che si dice stessero trattando la restituzione della parte mancante del cosiddetto tesoro degli ebrei. Di sicuro, sia Kappler che Reder morirono nel loro letto; il primo fuggendo dall’ospedale del Celio a Roma, il secondo fu rimpatriato in Austria con un volo di Stato”.
All’interno della cella di Kappler, Nicola Ancora ha ritrovato una serie di iscrizioni nell’antico alfabeto germanico delle Rune. Una, in particolare, indicava la speranza di Kappler di tornare prima o poi in patria. Prosegue Ancora: “In assenza di informazioni ufficiali, la fortuna è che ci siano ancora in vita persone che ricordano la storia novecentesca del Castello. Periodicamente organizziamo visite aperte al pubblico con ex militari o ex detenuti, persone che per motivi ideologici o religiosi si rifiutavano di fare il servizio militare. Sono esperienze molto toccanti”.
Collegato da un passaggio-corridoio ma non visitabile è l’adiacente Castello Aragonese, dove nel 1870 venne imprigionato Giuseppe Mazzini, oggi sede della scuola nautica della Guardia di Finanza intitolata all’eroe risorgimentale.

Letizia Riccio

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Letizia Riccio
Giornalista dal 1997, laureata in Lingue e letterature straniere moderne a La Sapienza di Roma, inizia a scrivere a La Repubblica nel settore della televisione e prosegue, nello stesso campo, con Il Mattino di Napoli, L'Unione Sarda e Il Giornale dello Spettacolo dell'Agis. Collabora per diversi anni con L'Agenzia di Viaggi, quotidiano per operatori del turismo, scrivendo e viaggiando in Italia ma soprattutto all'estero. Lavora per sette anni presso il Ministero della Giustizia, collaborando con l'Ufficio Stampa e curando un convegno e un progetto europei. Appassionata di arte da sempre, frequenta per tre anni la Scuola d'arte e mestieri del comune di Roma e un corso per guide turistiche organizzato dalla Regione Lazio.