A New York, una città in cui l’offerta culturale è virtualmente infinita, riuscire a creare uno spazio dedicato all’arte che sappia fare la differenza senza ricorrere a effetti speciali è un’impresa che ha del magico. Ci riesce, con sobrietà e sostanza, l’ultimo arrivato nel panorama dei musei privati di New York: la Faurschou Foundation.

La sede newyorchese della Faurschou Foundation, creata nel 2011 a Copenhagen da Jens Faurschou e con una presenza anche a Pechino e Venezia, ha aperto le porte a dicembre a Greenpoint, Brooklyn.

RITRATTO DI GREENPOINT

Tradizionalmente quartiere operaio con una importante popolazione polacca, quest’area delimitata dall’East River e dal malandato Newtown Creek era rimasta fino a tempi recenti miracolosamente intoccata dalla gentrificazione, complice la carenza di collegamenti urbani. Ma nell’era di Uber e di affitti da capogiro in tutta Brooklyn, anche qui le macellerie polacche hanno iniziato a lasciare il posto a barberie con caffetteria annessa e lavanderie col bar sul retro.
Eppure c’è ancora qualcosa di speciale in questo quartiere, un certo sapore popolare e autentico che si ritrova nelle vie costellate di negozi, botteghe e ristoranti, e nelle tante architetture industriali che un tempo ospitavano le manifatture.

LA SEDE DELLA FAURSCHOU FOUNDATION

In una di queste, una ex fabbrica di scarpe ristrutturata dall’architetto specializzato in gallerie d’arte Markus Dochantschi, trova spazio Faurschou New York.
Abbiamo trovato la sede perfetta, grezza e industriale nell’estetica e abbastanza grande da poter contenere le installazioni di grossa scala che spesso acquisiamo e mostriamo al pubblico”, dichiara, nel comunicato stampa diffuso dal museo, il fondatore, ex art dealer recentemente convertito alla filantropia. Nei poco più di 1.000 metri quadrati di spazio espositivo, il pubblico potrà godere di una rotazione di mostre temporanee curate dal team di Copenaghen, che attingono prevalentemente alla collezione di circa 400 pezzi di arte contemporanea messa insieme da Jens Faurschou e dalla sua famiglia: l’attuale moglie e i tre figli, oltre che la ex moglie, fondatrice, insieme a lui, dell’istituzione culturale.

Faurschou New York. Photo Ed Gumuchian © Faurschou Foundation
Faurschou New York. Photo Ed Gumuchian © Faurschou Foundation

LE MISSION DELLA COLLEZIONE FAURSCHOU

La mostra inaugurale, in corso fino all’11 aprile, vuole offrire un assaggio di quello che la fondazione intende portare sul panorama newyorchese. Il titolo, The Red Bean Grows in the South, è preso in prestito dal primo verso di un poema cinese dell’epoca Tang e racconta di un forte legame tra la fondazione e la Cina, da sempre molto presente nella collezione della famiglia Faurschou.
Seppure solo tre dei lavori in mostra siano di artisti cinesi, tra gli obiettivi della fondazione c’è infatti quello di sensibilizzare il pubblico occidentale ai concetti, ai temi e alle opere provenienti dal Paese asiatico. Obiettivo numero uno resta rendere la collezione accessibile al pubblico: l’ingresso al nuovo museo, come per le altre sedi della collezione, è infatti gratuito e le opere esposte non sono in vendita.

DALL’ASIA ALLA CITAZIONE DI MICHELANGELO

Lo spazio, sobrio e minimale, lascia che siano le opere a esprimersi. Il museo si sviluppa su due ali laterali, con un ingresso centrale su una piccola hall che affaccia direttamente sulla prima galleria. Qui, per la mostra di apertura, sulle pareti sono installate fotografie del danese di origini vietnamite Danh Vo, mentre dal soffitto pende A Boat with Dreams (2008) di Cai Guo-Qiang, una barca di legno piena di lanterne di carta rossa a forma di stelle, uccelli, automobili: sono i ricordi d’infanzia dell’artista, si legge sulla brochure. Non sembra un caso che sia proprio questa l’opera scelta per accogliere i visitatori: la barca, simbolo ricorrente nell’opera dell’artista cinese cresciuto nella città portuale di Quanzhou, è un vettore culturale, un mezzo di comunicazione tra luoghi e popoli.
La commistione tra culture salta agli occhi anche nel lavoro esposto al centro della stanza, Dying Slave (1989) dell’afroamericana Alison Saar, una figura d’uomo in legno scuro, nella posa dello Schiavo morente di Michelangelo, con le catene ai polsi e un buco pieno di chiodi nella pancia.

LA STORIA SULLE DUE SPONDE DELL’OCEANO PACIFICO

Da qui si accede alla galleria centrale dove troviamo la mastodontica opera di Edward e Nancy Reddin Kienholz, una pedana a forma di freccia, dal perimetro delineato da file di luci colorate su cui poggia una composizione di figure militari caricaturali: un trombettiere bendato siede sulla pancia di un cavallo a zampe (calzate di pattini da ghiaccio) all’aria, mentre tra le zampe di un altro cavallo imbizzarrito si issa una figura armata di una spada e un telefono. E poi aeroplanini, carrarmati, mazzette di soldi, soldatini. Il titolo, The Ozymandias Parade (1985), è tratto dagli Ozymandias Poems di Percy Bysshe Shelley e Horace Smith, un canto all’inevitabile declino dei potenti dominati dalla hybris.
L’abbinamento con le opere esposte alle pareti offre ulteriori elementi di interpretazione: si tratta di acrilici accostati a fotografie di famosi momenti della storia recente (dal 1972 al 2018), parte della serie Witness to Growth di Yu Hong. Ogni anno, l’artista dipinge un momento importante della sua vita in quello specifico anno e uno della vita di sua figlia e li affianca a una fotografia di un evento politico o sociale di rilevanza mondiale.

The Red Bean Grows in the South. Exhibition view at Faurschou New York, 2019. Photo Tom Powel Imaging © Faurschou Foundation
The Red Bean Grows in the South. Exhibition view at Faurschou New York, 2019. Photo Tom Powel Imaging © Faurschou Foundation

LE STUDIATE COMMISTIONI DELL’ALLESTIMENTO NEWYORCHESE

Nelle tre gallerie di sinistra sono esposte, con allestimenti puliti e ariosi, opere di Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Anselm Kiefer e Christian Lemmerz. Gli accostamenti non sono solo azzeccati da un punto di vista estetico, ma riescono a creare rimandi tra le opere, in grado di evidenziarne i contenuti e provocare riflessioni, come nel caso dell’accoppiata Georg Baselitz e Paul McCarthy.
Del primo è esposta la tela Mit Roter Fahne (1965), parte della serie Heroes, che ritrae un soldato scalzo e dall’uniforme logora, con in mano una grossa bandiera color porpora. Davanti a questo antieroe, i curatori hanno scelto di posizionare l’imponente CSSC Frederic Remington Charles Bronson (2014-16) in cui McCarthy mescola elementi della cultura pop americana e dell’immaginario del Far West in una figura, un po’ robot un po’ minotauro, distorta, squagliata.

POCHI RISCHI MA GRANDE SPAZIO ALLE OPERE

Nella galleria principale che occupa l’ala destra del museo ci sono quattro lavori, anche questi ben combinati. Alle pareti ci sona una tela affollata di corpi e organi genitali di Cecily Brown (Seven Brothers for Seven Sisters, 1997-98) e la scritta al neon The more of you the more I love you (2016) di Tracey Emin. Al centro della stanza lo spazio è riempito dai conturbanti corpi avviluppati di The Couple (2003) di Louise Bourgeois che pende dal soffitto con tutta le pienezza dei suoi volumi e, illuminata dall’opera al neon, prende tinte rosa, viola e arancio. Sul pavimento giacciono altri corpi, quelli di Two Figures (2018) di Ai Weiwei, un uomo e una donna in malta bianca distesi su un materasso, dalla testa di lui si espande un cumulo di semi di ormosia. Anche qui, gli accostamenti sono ben studiati e mettono in evidenza qualità estetiche non ovvie.
Gli artisti sono tutti ben noti e in questo Faurschou New York va sul sicuro, proponendo una selezione senza rischi. Ma in un allestimento in grado di lasciare la parola alle opere, consentendo un dialogo tra artisti di diverse culture e generazioni, il museo riesce a raccontare la propria identità e il motivo per cui questa fondazione europea con un occhio all’Asia sia arrivata a New York.

– Maurita Cardone

www.faurschou.com

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.

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