La natura è al centro della Triennale in corso al Cooper Hewitt di New York e, in contemporanea, al
Cube Design Museum di Kerkrade, in Olanda.

Una delle più note e accettate definizioni di design è quella dello psicologo e sociologo americano Herbert A. Simon che, in un trattato del 1969, scrisse: “Everyone designs who devises courses of action aimed at changing existing situations into preferred ones” (“è un designer chiunque concepisca strategie volte a trasformare la situazione esistente in situazioni preferibili”). Se si accetta questo assunto, il designer è colui che reagisce alle sfide del proprio tempo, proponendo soluzioni progettuali che migliorino le condizioni di vita degli individui e ne garantiscano un futuro. In un’era in cui, nonostante le ormai surreali voci negazioniste continuino ad avere spazio in politica, è universalmente riconosciuto che i cambiamenti climatici siano la più pressante delle questioni che si pongono davanti all’umanità, è naturale che il design si misuri con questi temi. Ed è altrettanto naturale, allora, che importanti istituzioni dedicate al design in tutto il mondo diano spazio e visibilità a queste ricerche. È successo con la Triennale di Milano, la cui edizione 2019 è intitolata Broken Nature ed esplora soluzioni per la sopravvivenza della specie umana sulla Terra, e succede al Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum di New York. Qui, la Triennale Design, in corso fino al 20 gennaio, è una rassegna di idee che si muovono sul delicato filo dell’interazione tra uomo e natura.

Nature. Cooper Hewitt Design Triennial 2019. Photo Matt Flynn © Smithsonian Institution
Nature. Cooper Hewitt Design Triennial 2019. Photo Matt Flynn © Smithsonian Institution

LA MOSTRA

Intitolata semplicemente Nature, la mostra raccoglie sessanta progetti che raccontano come i designer oggi siano impegnati in collaborazioni con scienziati, ingegneri, ambientalisti e ricercatori per trovare soluzioni innovative alle pressanti questioni ambientali e sociali che l’umanità si trova oggi ad affrontare. L’esposizione, in corso contemporaneamente a New York e al Cube Design Museum di Kerkrade, in Olanda, è curata da un team composto da rappresentanti di entrambe le istituzioni ed è divisa in sette sezioni, ognuna delle quali descrive un diverso approccio dei designer alla natura: Understand, Simulate, Salvage, Facilitate, Augment, Remediate, Nurture. All’ingresso della mostra, all’interno della sezione Understand, si trova la bella installazione del duo australiano Mischer Traxler, dal titolo Curiosity Cloud (2015-19): al soffitto sono appese decine di lampadine all’interno delle quali ci sono delle riproduzioni fatte a mano di insetti nativi di New York, alcuni dei quali a rischio di estinzione o già scomparsi. Quando il visitatore si addentra nello spazio tra le lampadine, queste si accendono e gli insetti iniziano a muoversi sbattendo sulle pareti di vetro, proprio come avviene quando una farfalla si ritrova intrappolata dentro una lampada, rumore di ali compreso. L’effetto è alquanto repellente, soprattutto se non siete amanti degli insetti, ma allo stesso tempo magico. L’installazione riesce a creare un’empatia che difficilmente si prova per questo tipo di esseri viventi, mentre l’accurata riproduzione della struttura fisica di queste creature suscita un interesse entomologico che spinge a studiarne la complessa ingegneria biologica.

Nature. Cooper Hewitt Design Triennial 2019. Antonio García Abril & Débora Mesa, Petrified River, 2018-19. Photo Matt Flynn © Smithsonian Institution
Nature. Cooper Hewitt Design Triennial 2019. Antonio García Abril & Débora Mesa, Petrified River, 2018-19. Photo Matt Flynn © Smithsonian Institution

AGRICOLTURA E NANOPARTICELLE

Proseguendo nel percorso espositivo, si entra in una stanza in cui, attraverso installazioni video, i designer offrono visualizzazioni di dati che vanno dalla storia delle scoperte scientifiche all’impatto delle malattie infantili con risultati diversi, alcuni molto godibili, altri più per addetti ai lavori. Nella stanza successiva, per la sezione Remediate, in cui sono esposte soluzioni per rallentare, fermare o invertire l’azione antropogenica sul Pianeta, troviamo Totomoxtle (2017) del messicano Fernando Laposse che lavora con le comunità di coltivatori messicani per conservare le pratiche agricole tradizionali e tutelare le specie native di granturco attualmente in declino. Ci ha spiegato il designer in occasione dell’apertura della mostra: “Il Messico ha una varietà enorme di specie di mais le cui foglie sono di colori diversi, dal viola al crema, e che sono sempre state parte dell’alimentazione delle popolazioni locali. Per cercare di ripristinare la coltivazione di queste specie, ho iniziato a usare le foglie del granturco per creare questo impiallacciato che può generare reddito per gli agricoltori e allo stesso tempo promuovere la conservazione della biodiversità”. Il materiale che Laposse crea può essere usato per creare oggetti o pareti di rivestimento, ha un aspetto simile al legno e una incredibile ricchezza di colori e di texture.
Andando ancora avanti si incontra una sorta di edificio in miniatura che, attraverso una sezione laterale, rivela un’impiantistica vegetale. Il progetto, nato da una collaborazione tra Michael Strano, Pavlo Gordiichuck e MIT Chemical Engineering, si chiama Nanobionic Plant Project: Ambient Illumination (2016) e utilizza nanoparticelle di sostanze come la luciferina per amplificare la luce naturalmente emessa dalle piante attraverso il processo di fotosintesi, proponendo l’uso delle piante come fonte di illuminazione in diverse situazioni quotidiane come una festa o un momento di lettura.
Spostandosi nell’atrio e andando verso i piani superiori, nella tromba delle scale si incontra Aguahoja (2017-19), di Neri Oxman e The Mediated Matter Group, MIT Media Lab. L’installazione, che ha l’aspetto di un’ala di farfalla arrotolata su stessa, è una struttura alta cinque metri realizzata in un materiale visivamente molto simile alla plastica, ma composto da cellulosa, chitosano e pectina derivati da materiale organico e modellati con acqua. Il materiale, biodegradabile, reagisce all’umidità e cambia al variare delle stagioni.

Nature. Cooper Hewitt Design Triennial 2019. Fernando Laposse, Totomoxtle, 2017 ongoing. Photo courtesy Fernando Laposse
Nature. Cooper Hewitt Design Triennial 2019. Fernando Laposse, Totomoxtle, 2017 ongoing. Photo courtesy Fernando Laposse

APPROCCI CONSAPEVOLI

Al terzo piano, ancora decine di oggetti e installazioni che propongono un approccio più consapevole al Pianeta. Fantasma (2019), di AnotherFarm, è un abito fosforescente realizzato con un tessuto ottenuto iniettando le uova dei bachi da seta con DNA di meduse e coralli. Esperimento di bioingegneria tradizionale è invece il Tree of 40 Fruit (2008-oggi) di Sam Van Akenc che utilizza antiche tecniche di innesto per combinare diversi tipi di frutta sullo stesso albero. La tecnica richiede uno studio accurato del posizionamento dei diversi innesti nella struttura dell’albero, in modo che i frutti più delicati siano al centro, più protetti, mentre quelli più forti e resistenti siano posti verso l’esterno della pianta. Ogni ramo fiorisce e fa frutti in diverse stagioni, dando vita a un albero dai tanti colori e profumi.
Altre stanze raccolgono una serie di soluzioni per il riuso dei materiali, tecnologie che integrano i processi di crescita biologica all’interno di edifici e prodotti e progetti per riallineare l’umanità alla natura. A completare la mostra, le gallerie del secondo piano del museo sono dedicate a Nature by Design, una rotazione di oggetti selezionati dall’ampia collezione del museo e attinenti al tema della rassegna. Coprendo un arco temporale che va dal Sedicesimo secolo a oggi, la selezione comprende tessuti, arredi, gioielli, libri e tanti altri oggetti che in qualche modo attingono dalla natura, primordiale e globale fonte di ispirazione del design.
Uscendo all’esterno del museo, nel bel giardino affacciato su Central Park, troviamo Petrified River (2018-19) di Antonio García-Abril e Débora Mesa in collaborazione con Ensamble Studio, una immensa scultura site specific che rappresenta la trasformazione dell’isola di Manhattan da luogo di natura selvaggia a paesaggio fortemente urbanizzato. A un’estremità della massa di cemento lunga oltre 12 metri, una concavità riproduce la forma di uno stagno e si appoggia su una protuberanza che emerge dal terreno, a evocare una collina. Manhattan, ci dice l’opera, un tempo era una terra di ruscelli, stagni e colline, una storia di cui oggi non c’è più traccia, ma ancora evocata nel suo nome che, nella lingua dei nativi Lenape, significa isola dalle tante colline.

Maurita Cardone

New York // fino al 20 gennaio 2020
Nature—Cooper Hewitt Design Triennial
COOPER HEWITT
2 East 91st Street
www.cooperhewitt.org

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.