Fattoria di Celle. 6 nuove opere in Toscana per la collezione d’arte della famiglia Gori

Una raccolta straordinaria, nelle campagne di Pistoia, si arricchisce di sei lavori di Daniele Lombardi, Stefano Arienti, Fabrizio Plessi e Hera Büyüktasciyan. E apre straordinariamente al pubblico

Fattoria di Celle, Collezione Gori
Fattoria di Celle, Collezione Gori

A una ventina di minuti d’auto fuori da Prato, a Santomato di Pistoia, ha inaugurato nel pomeriggio la tenuta che ospita la Collezione Gori. Tre generazioni della famiglia di mecenati si è riunita, quasi al completo, per aprire i battenti di Fattoria  di Celle. Sei nuove installazioni hanno presentato lavori diversissimi fra loro, composti da Daniele Lombardi, Stefano Arienti, Fabrizio Plessi e Hera Büyüktasciyan con l’ipnotica Echo.
La Fattoria è immersa all’interno di un giardino romantico, tra cascate controllate, ulivi, foreste di bambù, piccole valli, corsi d’acqua e piccoli laghi, si estende su circa trenta ettari ed è bordato da terreni agricoli dove, ancora oggi, si produce il ricercato vino del Chianti e l’olio extravergine di oliva. Trasferitosi qui nel 1970, il collezionista Giuliano Gori si ispira alla presenza di alcune costruzioni ottocentesche già presenti sul terreno, come la voliera antica, la Palazzina del Tè e il monumento egizio, per affermare la vocazione della tenuta a ospitare interventi creati specificamente per gli spazi a disposizione. La sua formula prevede che ogni artista invitato scelga uno spazio, all’aperto o all’interno di uno degli storici edifici, e sviluppi la propria idea in funzione del sito. Il risultato è una raccolta di opere inamovibili che non occupano uno spazio ma entrano a far parte integrante del paesaggio, talvolta modificandolo e tal altra integrandosi, mimetizzandosi completamente.

SI PARTE DA ALBERTO BURRI
Il primo lavoro monumentale a segnalare l’accesso alla Fattoria è un’installazione di Alberto Burri, Grande ferro Celle del 1986. L’opera rossa minio, situata lungo la via Montalese nel punto di accesso alla Fattoria, introduce, anticipandole, le istallazioni del parco. Due triangoli identici sono collegati fra loro da fasce curve, quattro per lato, che a loro volta si incontrano ai tre angoli; le ogive che risultano permettono differenti inquadrature e punti d’osservazione del paesaggio, disegnano e definiscono lo spazio circostante pur mantenendo una completa trasparenza.
Sebbene Villa e Fattoria, come spazi facenti parte di questa straordinaria apertura al pubblico, in occasione dell’inaugurazione del Centro Pecci, fossero rimaste inaccessibili (veri e propri scrigni con lavori di Fabro, Penone, Foglieti, Ruffi, ma anche Morris, Abakanowicz, Parmiggiani, Prigov e LeWitt) il pomeriggio caldissimo ha offerto un percorso impensabile. Per bellezza rivelata. Camminando verso il punto più alto della tenuta, si sono potute liberamente visitare, attraversare e vivere in natura Formula Compound (A Combustion Chamber, An Exorcism) del 1982 di Dennis Oppenheim. L’opera, pensata come una complessa macchina lanciarazzi, è di imponenti dimensioni ma fino ad aprile la sua enormità era limitata dalla maestà di una rara quercia secolare che la sovrastava. La scelta dell’artista di calcolare le dimensioni della propria opera in base alla vegetazione esistente, la quercia in particolare, rendeva indissolubile il legame tra opera e luogo. Con la caduta del grande albero a causa di una tempesta di vento nell’aprile del 2005, è venuta a mancare una parte integrante del lavoro e del pensiero di Oppenheim.

DA CECCHINI A ROBERT MORRIS
Da vedere anche: La cerimonia del Tè, fra specchi e scarpe di porcellana, di Dani Karavan; ma anche The Hand, the Creatures, the Singing garden del 2010 di Loris Cecchini, così come uno dei lavori più belli del parco, dopo il Labirinto inclinato di Robert Morris e cioè Il mio buco nel cielo di Bukichi Inoue, creato tra il 1985 e il 1989. Situato tra gli ulivi ai confini del parco, l’opera invita il visitatore ad un percorso meditativo. Salendo alcuni gradini si arriva ad uno spiazzo quadrato delimitato dai segmenti di pietra serena che fin dal medioevo costituivano le canalette dell’acquedotto di Celle.  Si passa poi attraverso due altissime colonne in legno che indirizzano il visitatore verso un lungo corridoio incassato tra due alti muri in pietra degradanti. A metà percorso si trova un piccolo getto d’acqua posto al centro di due nicchie, munite di bassi sedili in marmo, che rappresentano una sosta per la purificazione e la riflessione. In fondo al corridoio una porta apre su un cunicolo stretto e sinuoso che penetra la collina. Il percorso, che sembra pieno di insidie, porta invece alla luce e alla ragione: una scala a chiocciola conduce in alto e, sbucando dal terreno, ci si trova dentro un grande cubo di vetro che anticipa l’uscita definitiva.

LE NUOVE INSTALLAZIONI
Per quanto riguarda, invece, le nuove installazioni, nella prima parte della tenuta, Daniele Lombardi ha presentato un intervento su carta fasciante, proprio all’interno della prima costruzione del comprensorio, dal titolo Musica Virtuale 22 e, poco distante, tra esterno e interno della cappella, Porta sonora in bronzo, entrambe poste all’ingresso della tenuta. Lavori preceduti, geo-territorialmente,  da La foresta orizzontale di Fabrizio Plessi e, poco più in alto da Echo di Hera Büyüktasciyan. Ma la maggior parte dei visitatori si è accalcata di fronte al progetto di Stefano Arienti, Residenza a Terrarrossa, una piccola casetta, situata nel punto più alto della tenuta, e interamente allestita come rievocazione di vita da studio vissuta in solitaria, compiendo una ricerca cromatica e iconografica dell’intera collezione.

– Ginevra Bria

Collezione Gori – Fattoria di Celle
Santomato (PT) – via Montalese 7
www.goricoll.it

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.