Come vedono i computer? Ce lo spiega il progetto Recognition della Tate di Londra

Un software che mette a confronto le immagini d’attualità di un’agenzia di stampa con le opere d’arte di un museo. Si chiama Recognition ed è il progetto vincitore dell’IK Prize 2016 lanciato dalla Tate di Londra. Ecco come funziona.

Tate Recognition
Tate Recognition

È finalmente visibile, online e nel museo, il progetto Recognition, vincitore dell’IK Prize della Tate di Londra, prestigioso riconoscimento dedicato all’innovazione tecnologica. In particolare, il premio viene assegnato ogni anno al miglior progetto in grado di valorizzare la collezione del museo, inventando una modalità inedita di fruizione per le opere. Se nelle due scorse edizioni avevamo visto dei lavori incentrati sulla sensorialità (un robot che esplorava il museo di notte, al buio, e un’installazione immersiva che stimolava tutti i cinque sensi), quest’anno il tema è l’intelligenza artificiale.
Un team quasi tutto italiano (formato da Angelo Semeraro, Coralie Gourguechon e Monica Lanaro) si è aggiudicato il premio con un progetto nato nelle aule di Fabrica, il centro di ricerca creativa del gruppo Benetton. Il software, che gira 24 ore su 24 e può essere utilizzato liberamente sul sito web della Tate, mette a confronto le immagini di attualità prese dall’archivio dell’agenzia Reuters con le foto delle opere in collezione alla Tate. I criteri utilizzati per questa operazione sono molteplici: il computer cerca e confronta gli oggetti, i volti umani, la gamma cromatica e la struttura della composizione. Infine, anche i metadati dell’immagine vengono presi in considerazione, aggiungendo maggiori informazioni di tipo contestuale.

Le immagini che raggiungono i punteggi più alti nelle varie categorie verranno mostrate fianco a fianco, permettendo allo spettatore di valutare l’accoppiamento. Scorrendo tra le tante immagini già archiviate nella gallery, troviamo vari accostamenti azzeccati ed estremamente interessanti, accanto ad altri che appaiono, all’occhio umano, totalmente casuali. Ma niente è del tutto casuale quando c’è di mezzo il codice informatico, e anche gli apparenti “errori” possono aiutarci a conoscere meglio il funzionamento dei software di intelligenza artificiale, imparando qualcosa in più su come “vedono” le macchine. L’esperimento sarà visibile fino al prossimo 27 novembre.

– Valentina Tanni

http://recognition.tate.org.uk

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.

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